America contro Cina: un conflitto senza vincitori

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La Cina nel 1980 pesava solo per il 2,75% sul Pil mondiale, mentre ha chiuso il 2017 al 22%. Più di un quinto della produzione di beni e servizi è ormai “made in China”, con tutte le conseguenze che un’economia globalizzata.

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Dall’ultimo decennio dello scorso secolo, la crescita economica cinese ha rappresentato un fattore di studio e di cambiamento dei processi economici e sociologici del nostro pianeta, con l’Estremo Oriente che, a poco a poco, ha di fatto sostituito l’ex impero sovietico come antagonista economico e politico all’egemonia degli USA degli ultimi 50 anni. 

Basti pensare che la Cina nel 1980 pesava solo per il 2,75% sul Pil mondiale, mentre ha chiuso il 2017 al 22%. Più di un quinto della produzione di beni e servizi è ormai “made in China”, con tutte le conseguenze che un’economia globalizzata dalla digitalizzazione e dall’informatica comporta sui cambiamenti sociali e politici dei Paesi che si trovano a competere con un nuovo impero nascente. 

Le varie deregulation sul mercato dei capitali degli ultimi trent’anni hanno consentito un incremento degli scambi e del commercio, e le integrazioni tra filiere produttive hanno ridisegnato quelle che erano gerarchie industriali legate storicamente ai territori. 

Gli USA, forti del loro modello tecnologicamente avanzato e fortemente incentrato sui consumi e sulla negoziabilità indiscussa del dollaro, hanno visto negli anni l’invasione cinese come una minaccia alla leadership mondiale, in un quadro di relativa chiusura del mercato cinese agli investitori esteri.  La politica dell’attuale presidente americano Trump, con la minaccia continua di dazi alle importazioni cinesi, mal si concilia con un’economia americana ormai legata a doppio filo con quella cinese, con i produttori americani di microchip che vendono metà della loro produzione in Cina e si vedono ritornare in telefoni e computer circa un terzo del deficit commerciale americano. 

La sfida inizia a giocarsi sul terreno della tecnologia: la Cina investe sempre di più in robotica e intelligenza artificiale, con la maggiore produzione di brevetti al mondo, e la recente querelle Huawei-Stati Uniti ci dà la misura dello scontro in atto. 

I segnali di rallentamento delle economie più forti del globo sono stati anticipati dalla forte discesa dei mercati finanziari nel dicembre scorso, quando l’annuncio di sospensione dei dazi americani ha dato inizio alle scommesse e alla reazione scomposta di tutte le borse mondiali. 

Gli annunci di mediazione con esito favorevole si alternano a notizie di chiusura, con una lenta e inesorabile recessione alle porte: a pagare il prezzo più alto sarà l’Europa che difficilmente potrà resistere a una crisi commerciale tra Usa e Cina, con ancora il nodo Brexit da risolvere, considerando anche i dati industriali negativi provenienti da Germania e Italia. 

Al di là di dichiarazioni di comodo, i mezzi dell’Unione Europea appaiono altamente spuntati per reggere l’urto di un’altra crisi stile mutui-subprime del 2008. Per noi cittadini europei stare a guardare cosa succede denota l’attuale stallo del progetto d’integrazione europeo, giunto al primo bivio alle prossime elezioni di maggio. I sondaggi danno i populisti in netto vantaggio, chissà perché.  

 

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::autore_::di Gianluca Di Russo::/autore_:: ::cck::3029::/cck::

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