Aporofobia

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Una breve premessa. Le brevi frasi che seguono sono una sorta di invasione di campo. Infatti questa rubrica nasce da un’idea di Roberto Mostarda. Lui l’ha voluta e curata nel tempo con ironia e perspicacia. In questi giorni è in vacanza e la redazione ne approfitta per entrare nel suo campo a gamba tesa, senza la di lui usuale, chi lo conosce di persona direbbe congenita, eleganza.

Ciò premesso, la parola della settimana, ma potremmo anche dire dei tempi che viviamo, è aporofobia.
Ovvero, paura della povertà e/o dei poveri.
Una parola che quasi nessuno conosce, ma quasi tutti provano come sentimento.
La sua etimologia? Dalle parole greche aporos, povero, e fobos, paura.
Per intenderci, non paura di “diventare” povero, il che potrebbe essere logico, ma fobia di chi povero “è”.
Un sentimento antichissimo e di grande attualità ai giorni nostri.
Una reazione emotiva che colpisce tutti. Anche chi, consapevole per morale, cultura o fortuna, nel provarla rinnega sia i propri valori che quelli su cui fonda la società civile. Tant’è che l’uno se ne mortifica e l’altra, la società che si autodefinisce civile, lo nega.
Cionondimeno nessuno riesce a esimersi dal provare contemporaneamente le due emozioni in contrasto tra loro: l’aporofobia e la vergogna di provarla.
La motivazione non risiede nel bisogno, né nell’abbassamento della soglia di povertà, né nell’acclarato aumento del numero di poveri, o almeno non solo in questi fattori, ma nel puro rifiuto di chi non ha niente, un po’ per timore, un po’ per impotenza.
Il bisognoso è ormai considerato un problema per la società; e un fastidio, se non addirittura un pericolo, specie nella classe medio bassa.
Un sentimento che alla luce dell’enorme flusso migratorio di questi tempi, e in ragione del fatto che l’immigrato è solitamente estremamente povero, viene comunemente erroneamente confuso con la xenofobobia, ossia la paura dello straniero.
Entrambe producono un vera e propria fobia, non semplice insensibilità, e il rifiuto del povero o dello straniero sfociano spesso in ostilità. Sempre ché lo straniero non sia ricco, giacché in tal caso, a prescindere dalla razza o dal colore della pelle, che sia venuto per turismo o per lavoro, viene accolto tanto quanto il povero viene rifiutato.
La causa di un simile sentimento non risiede tanto nell’ignoranza, quanto nella sensazione di impotenza che prova il singolo, rafforzata dalla percezione di una più grave incapacità delle istituzioni ad affrontare tali drammi umanitari.
Con il risultato che anche chi è mosso da buoni sentimenti gira lo sguardo altrove.
Poco importa che non serva, che la coscienza rimorda, e, che lo si voglia o no, il problema esiste, rimane, è nostro, e lo sarà sempre di più.
Dimenticando che un sorriso non costa niente e un euro in meno non impoverisce nessuno.

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