Dignità

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La prima impressione che si prova dinanzi al vocabolo di questa settimana e’ di complessità, trattandosi di un termine che per così dire delinea un concetto talmente ampio da essere onnicomprensivo. Di derivazione latina, dignità viene da dignus «degno», termine che ricalca il greco ἀξίωμα, che aveva entrambi i significati  di «dignità» e di «assioma». Con esso si indica la condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso è per converso agli altri sui quali pesa l’identico onere. Per il dizionario si usa spesso dire: tutelare, difendere, abbassare la propria dignità. Analogamente, come per altre cose, comportarsi come richiede la dignità del luogo in cui ci si trova.  Ancora, si dice di aspetto improntato a grave e composta nobiltà. 
Sempre inteso nell’ampio ambito di valore della sua derivazione latina  con dignità sì intende poi un alto ufficio, civile o ecclesiastico. Nel diritto canonico, ogni titolo beneficiale ed ufficio che, nei vari gradi della gerarchia ecclesiastica, ha annessa una certa preminenza e giurisdizione. Se utilizzato al plurale indica le persone stesse che ricoprono tali cariche o uffici. Anche in araldica si parla di dignità con riferimento alle armi dalle quali si conosce la carica o l’ufficio esercitati dal possessore dello stemma o tradizionalmente dalla famiglia; tale carica è indicata sia da ornamenti esterni, detti distinzioni di dignità o contrassegni d’onore(per esempio la basilica posta in palo dietro lo scudo del cardinale camerlengo, o le bandiere poste decussate dietro lo scudo dei generali), sia da figure poste entro lo scudo. 
Anche sul versante della filosofia, quale principio generale, come il greco assioma, postulato. Con questa accezione, il termine è più noto nella variante degnità per l’uso fattone dal Vico.
Dunque il riferimento più pregnante e’ alla condizione di nobiltà ontologica e morale in cui l’uomo è posto dalla sua natura umana. La dignità ‘ piena e non graduabile di ogni essere umano (il suum di ciascuno), ossia il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e di esistere è ciò che qualifica la persona, individuo unico e irripetibile. Il valore dell’esistenza individuale è dunque l’autentico fondamento della dignità e umana. Ancora, secondo Tommaso D’Aquino e nella concezione cristiana, la dignità dell’uomo sta nel suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio e nella sua capacità di orientare le proprie scelte in una continua tensione etica verso Dio. Per Immanuel Kant la dignità dell’uomo sta nel suo essere razionale e capace di vita morale, ed è ciò che gli impone di agire sempre in modo da trattare l’uomo, “così in te come negli altri, sempre anche come fine e mai solo come mezzo”. 
Sotto il profilo giuridico-ordinamentale, emerge un riferimento alla dignità della persona come titolarità organica di interessi intrinsecamente legati alla natura umana, ossia come riconoscimento di un diritto costitutivo e inviolabile corrispondente alla qualità di uomo in quanto tale, dal concepimento alla morte naturale. Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 si legge che «l’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento della dignità di un individuo è la sua partecipazione “alla comune umanità». Il principio di uguaglianza e non discriminazione, fondato sul riconoscimento della pari dignità’ ontologica di ciascun uomo, costituisce, infatti, il cardine della moderna civiltà giuridica e dello stato di diritto. Ogni persona, pertanto, è tutelata dal diritto in maniera diretta e immediata in virtù del valore autonomo e intrinseco della sua dignità. Per questo una società giusta può essere realizzata solo nel rispetto e nella promozione di quella di ogni persona, fine e valore in sé.
Lasciamo questo insieme di indicazioni e di valori per scendere come ormai facciamo da tempo nella nostra quotidianità, soprattutto sociale e politica in senso ampio della stagione che vive il Paese, in quella che alcuni definiscono la terza repubblica, ma che francamente troviamo difficile identificare come tale è cioè come una evoluzione positiva del cammino della democrazia e delle sue fondamenta costitutive. 

Ebbene, se passiamo al setaccio il recente passato e quello che sta accadendo non resta con tristezza che constatare che una sola e’ la certezza: dignità zero! 
Dignità zero in chi fa parte della vecchia maggioranza e anche della nuova, dignità zero in chi ha fatto saltare il banco. Dignità zero, insomma, dinanzi agli Italiani che attoniti assistono ad una commedia dell’arte di secondo ordine, ad una commedia degli equivoci e soprattutto ad una pietosa rappresentazione di ogni doppiezza e trasformismo, indegni persino del raffronto con quel periodo storico nazionale. 
Accade così che un premier organico ad un movimento da esso chiamato a governare si muti in un capopopolo al contrario, dedito a manovre di palazzo, a giochi di potere incurante del ridicolo e capace di interpretare se stesso in più parti della commedia. Prima avvocato del popolo nel governo del cambiamento, dopo avvocato di se stesso nel governo della discontinuità. Un capolavoro con pochi precedenti, pronto a sconfessare oggi quello che ieri aveva sostenuto, in nome di un contratto di governo che tende a cancellare il precedente e dunque nega se stesso. 
Accade che un partito erede di due grandi storie politiche del passato, appaia come una ammucchiata di cacicchi ognun dedito al proprio particolare, senza una linea condivisa, senza un vero programma per il paese ma i cui esponenti si riempiono la bocca di frasi fatte, di parole d’ordine che nascondono il vuoto pneumatico. Ma che pur di ritornare al potere appaiono disposti a qualunque compromesso camuffato ovviamente da grande accordo per il futuro. Con il codazzo dei cascami della sinistra più sinistra, che pensano di rivedere qualche posto di governo dopo essersi destinati alla totale irrilevanza politica.
Accade ancora che pezzi di quello che fu il centrodestra, ai limiti della irrilevanza immaginino ancora un esecutivo di loro espressione ma ovviamente impossibile nei numeri senza il terzo incomodo, la Lega ammaccata ma ancora forte.
E accade che la Lega veda questa ipotesi abbastanza residuale impegnata come è in un soliloquio sovranista senza apparenti sbocchi.
Un dilemma, dunque, un enigma, una sciarada tragica e comica allo stesso tempo quella alla quale assistiamo, dove però come abbiamo detto, dignità l’e’ persa!

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