L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quello che siamo

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L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quello che siamo
Robert Plomin
Trad. Elena Stubel
Scienze (psicologia e genetica)
Raffaello Cortina Milano
2019 (orig. 2018, Blueprint)
Pag. 260 euro 22
Valerio Calzolaio

Dentro di noi, da quando siamo nati e in futuro. La possibilità di usare il DNA per capire chi siamo e prevedere chi diventeremo è emersa solo negli ultimi anni, grazie allo sviluppo della genomica personalizzata. Da decenni, comunque, psicologi e genetisti ci lavoravano, consapevoli che i bambini sono geneticamente simili ai loro genitori per il 50%. Sia i geni che l’ambiente contribuiscono a determinare le differenze psicologiche tra le persone. Tuttavia quel 50% forse è maggioranza assoluta, certo è maggioranza relativa, risulta più di qualsiasi altra componente all’origine dell’individualità psicologica di ciascuno di noi. Se scegliamo alcuni tratti umani e ci domandiamo quanto sono influenzati dalla genetica, le opinioni di migliaia di intervistati e i risultati della ricerca scientifica ci danno risultati diversi. I tratti che più dipendono dalle differenze ereditate al momento del concepimento sono il colore dell’iride, la statura, il peso, l’autismo, l’ulcera gastrica, le abilità spaziali, anche se non tutti gli intervistati ne sono consapevoli (soprattutto per l’ulcera, le abilità, il peso, l’autismo). I tratti che meno dipendono dai genitori sono il cancro al seno e la personalità complessiva, comunque circa il 50% la schizofrenia e l’intelligenza generale, anche se non ne siamo del tutto consapevoli (quasi per niente relativamente al cancro). Nell’ultimo secolo la ricerca genetica si è affidata soprattutto a due sistemi per scindere natura e cultura, connettere differenze genetiche e tratti psicologici: l’adozione, ovvero la crescita di bambini insieme a genitori diversi dai propri; la gemellanza, ovvero la crescita parallela di due bambini che hanno ereditato lo stesso DNA. Bisogna prenderne atto: gli effetti genetici sui tratti psicologici sono statisticamente sostanziali e importantissimi per la quantità della varianza che spiegano, gli effetti dell’ambiente sono perlopiù casuali e privi di effetti a lungo termine.
Lo psicologo americano Robert Plomin (Chicago, 1948) fin dal principio della lunga apprezzata carriera ha studiato il ruolo dell’ereditarietà sui tratti biologici, morfologici e psicologici degli umani e ora insegna proprio Genetica comportamentale a Londra. Il testo riassume e aggiorna quarantacinque anni di ricerche genetiche, di dati e possibili implicazioni, sulla salute e sulle malattie mentali, sulla personalità e sulle abilità (disabilità) intellettive. La prima parte esamina lungo nove capitoli perché il DNA è importante; la seconda in cinque capitoli offre una alfabetizzazione di genetica e biologia; ricchissime le note, non limitate ai riferimenti bibliografici. La narrazione non è brillante, contiene molti giustificati riferimenti personali, ribadisce con chiarezza il punto di vista dell’autore sul rilievo decisivo dei geni nell’indirizzare e plasmare la nostra vita. Famiglia, scuola, ambiente, esperienze sono comunque meno influenti. Questo non significa assegnare al DNA un ruolo divinatorio e subire percorsi ineluttabili, piuttosto accettarci per quel che siamo e incidere sulle mediazioni vitali delle nostre possibilità di scelta. Non siamo determinati geneticamente né programmati, meglio se capiamo un poco però come genetica e biologia influenzano davvero alcuni nostri comportamenti. Invece che subirci passivamente, possiamo percepire, interpretare, selezionare, modificare attivamente qualcosa di quanto abbiamo ereditato e creare ambienti correlati alle nostre predisposizioni genetiche; tanto più che le influenze genetiche diventano più importanti (non meno!) con l’avanzare dell’età. L’anormalità è più normale se la riconosciamo con (non contro!) gli altri.

di Valerio Calzolaio

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