Da araba fenice a Giano bifronte

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La metamorfosi del premier Conte e il rebus del nuovo esecutivo

Nel giorno in cui il mondo intero ricorda quanto avvenne diciotto anni fa negli Stati Uniti quando l’umanità fece i conti con i suoi demoni, un giorno che ha cambiato la stessa percezione della realtà, risulta certamente singolare ed anche un po’ strano parlare dei casi di casa nostra e di quel che in tre settimane o poco più tra agosto e settembre è cambiato nella politica nazionale. Tuttavia, poiché questo è l’angolo visuale nel quale ci troviamo è utile qualche considerazione.
Quel che è avvenuto può essere definito in vari modi: congiura di palazzo, ribaltone, nuova pagina della democrazia, sua negazione e via discorrendo. Ognuno può farsi la propria convinta opinione, anche scambiando lucciole per lanterne. Quel che è innegabile è la figura che emerge in primo piano, quella del presidente del Consiglio Conte e la sua metamorfosi. In primo luogo non si ricordava a memoria della Repubblica, un premier che succedesse a se stesso e si comportasse con la famosa campanella del Consiglio dei ministri, come con la corona di Napoleone: Dio me l’ha data, guai a chi la tocca. Una scena a suo modo spettacolare e profondamente indicativa del degrado nel quale le istituzioni continuano a decadere.
Non è tanto l’episodio in sé a farsi notare, quanto tutto ciò che ad esso fa corona. Per quattordici mesi l’avvocato del popolo è stato in disparte, salvo qualche apparizione non memorabile accanto ai suoi ex azionisti di governo, indicato sin dalle prime battute dell’esecutivo gialloverde, come una sorta di “araba fenice” (che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa, dice l’antico adagio). Poi mese dopo mese, mentre i due comprimari si solleticavano l’un l’altro, ha tessuto una sua personale visione del
ruolo al quale era chiamato, sino a trasformarsi da dottor Jeckill in mister Hide, mantenendo però la caratteristica più marcata, quella di essere un vero giano bifronte, utile per ogni stagione. Un vero capolavoro non certo a vantaggio del paese.
La cosa più grave è però un’altra. E cioè che questo nuovo ruolo è stato preso per buono e a garanzia per la nuova alleanza di governo tra M5S e Pd. Allo stato attuale nessuno può dire con cognizione di causa quale sia la forza elettorale dell’uno o dell’altro e dunque occorre attenersi ai dati reali del Parlamento. E’ però di tutta evidenza, nella narrazione che commentatori e politici continuano a fare che quella alla quale assistiamo è una sorta di tentativo di ricomposizione. I pentastellati sono spaccati, è evidente a tutti, ma nessuno riesce a comprendere come. Per chi è a sinistra nei mesi passati la crescita della Lega è stata determinata dall’afflusso dei cinquestelle non di sinistra (la maggioranza) e dunque quelli che adesso vanno a braccetto con la sinistra sarebbero solo quelli più vicini ad essa nel movimento. Per un fenomeno politico particolare, nato contro la casta, contro i partiti, contro il continuismo e il poltronismo del Pd, un risultato surreale. A questo si aggiunga che i cinquestelle rimasti e ora con il Pd appaiono quanto di più politico, trasformistico e inserito nel sistema di quanto sia mai apparso sino ad oggi.
Vi è anche un altro punto di vista. Il partito democratico, qualcuno almeno al suo interno, pensa che quel che accade sia il segno del recupero della sinistra in Italia e che i Di Maio e compagnia più di sinistra (come sia mai possibile affermare una simile gastroneria non è dato sapere) stiano cioè tornando alla casa madre. Ossia, quello che in stile leninista si definivano “i compagni che sbagliano”. Che questa sia una possibilità è impossibile dirlo senza elezioni e senza dare la parola agli italiani.
Che per il Pd sia un rischio mortale nel quale perdere ogni definitiva immagine di partito vero e proprio ed annacquarsi nel movimentismo pensando di rigenerarsi. Una ricerca della verginità perduta inimmaginabile e anche ridicola, soprattutto perché a quel che emerge i pentastellati “de sinistra” sono il peggior ceto politico che si sia mai visto. Qualcosa che farebbe impallidire persino il mitico e sopravvalutato “uomo qualunque” del dopoguerra.
Che governo sarà, allora. Scontata in questi giorni la fiducia del Parlamento, avviata l’azione politica, l’esecutivo e chi lo sostiene dovrà barcamenarsi e lottare per far digerire agli italiani quanto avvenuto certo per avventatezza del leader della Lega, ma anche per la rivoltante veste di avvoltoi di quanti già volteggiavano sui gialloverdi in caduta libera contro se stessi.
Uno spettacolo indecoroso che se sposta di qualche grado la posizione italiana in Europa in un senso meno sovranista lascia imprescisse le ragioni della crisi mondiale e continentale della sinistra in genere. E nel caso italiano, a parte qualche uomo di buona volontà, rappresenta la più trasformista delle possibili evoluzioni di una crisi surreale ed assurda. Ora per il Pd si apre la partita vera, minoranza nel governo, maggioranza in Europa. Come faranno i suoi esponenti a conciliare la spinta populista dei cinquestelle con i conti in ordine, con la flessibilità limitata indicata con chiarezza dalla presidente Ue, Ursula von der Leyen, è ancora presto per dirlo, ma che sia un compito ai limiti della realtà, appare chiaro a tutti!
Una cortesia, potremmo dire, da usare per gli italiani: non farsi belli di essere i rappresentanti dell’Italia migliore, democratica, accogliente, l’ennesimo nuovo/vecchio che torna ad avanzare. Rispetto per tutti i connazionali, il paese è uno.
Se questo rispetto non ci sarà e sarà evidente, prima o poi gli italiani andando al voto daranno la pagella finale. E se azzardo è stato, disastro sarà. Ma non per questo o per quello, ma per tutti!

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