EQUILIBRISMO

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La parola della settimana

Quanto è accaduto nelle scorse settimane ed è giunto a compimento nel nostro paese dal punto di vista politico e parlamentare, ci porta a riflettere su una caratteristica nazionale che probabilmente pensavamo sopita nel trionfo della muscolarità e delle parole d’ordine twittate.
Ci riferiamo ad una “dote” imbarazzante ma che fa parte della vita quotidiana di ognuno, potremmo dire, l’equilibrismo. Una condizione che certamente in ambito politico raggiunge e supera spesso ogni più illusoria barriera. La prima considerazione riguarda il suffisso “ismo” che notoriamente indica qualcosa che devia, degenera rispetto al valore originario e dunque rappresenta già di per sé un disvalore. Quanto profondo dipende poi dalla sua evoluzione. La parola di riferimento di questa settimana rimanda necessariamente a quella originaria da cui deriva, ovvero equilibrio.
Per il dizionario l’equilibrismo è il complesso dei giochi d’equilibrio, e l’abilità di farli: così abbiamo spettacoli di equilibrismo o esercizi di esso. In senso figurato.
Quello che forse più attiene al nostro argomentare, la capacità di destreggiarsi con abilità e spregiudicatezza in situazioni difficili o delicate, specialmente nell’ambito della politica, cercando di utilizzare ai proprî fini circostanze, condizioni, tendenze anche in contrasto fra loro. Come dire che la saggezza del dizionario, il suo distillato, fotografa perfettamente quanto è accaduto tra ferragosto ed oggi nel nostro paese: con un ago della bilancia e un protagonista. Il presidente del Consiglio.
Vediamo allora che cosa vuol dire la parola origine, equilibrio, per comprendere abbastanza facilmente la sua degenerazione “istica” per così dire.
Con questo vocabolo, equilibrio, si indica il canone fondamentale, “un metodo più che una dottrina determinata, di politica internazionale, tale da formare quasi la spina dorsale della diplomazia moderna e consistente nell’equilibrare o riequilibrare le forze delle grandi potenze in modo che la bilancia politica non trabocchi decisamente in favore di una di esse”. Ecco allora si aggiunge nel dizionario, che in questo senso si parla di equilibrio politico o tra potenze, e nella storiografia sull’Europa moderna, sviluppatasi soprattutto in Francia e in Germania tra Ottocento e Novecento, il termine è stato spesso congiunto, per opposizione, a quello di egemonia (una sorta di regola dell’ego di chi la esercita o più correttamente comando o primato).
Pensiamo con un occhio alla storia italiana, a quella ricerca di equilibrio tra gli Stati che avvenne 15° secolo e che sembrò realizzarsi con la Pace di Lodi (1454); in seguito, la dottrina dell’equilibrio fu ripresa dai teorici della politica e dai diplomatici europei per opporsi al tentativo di monarchia universale della Spagna prima e della Francia poi, e trovò la sua classica formulazione in Inghilterra all’inizio del sec. 18°, con l’opera di D. Hume Of Balance of Power (1742); fu quindi uno dei cardini del Congresso di Vienna (1814-15), sfociando nell’idea di «concerto europeo». Sebbene parzialmente in crisi per l’affermarsi del principio di nazionalità, il sistema degli Stati europei, fondato su questa dottrina, “informò di sé l’ultimo lungo periodo di pace goduto dall’Europa tra il 1871 e il 1914. Anche dopo la Seconda guerra mondiale nella pubblicistica politica si è parlato di equilibrio tra i blocchi (ma anche di «equilibrio del terrore»), con riferimento all’epoca della Guerra fredda e della contrapposizione bipolare, e in particolare al rapporto di forze tra le cosiddette superpotenze, URSS e USA.
Un tuffo nella teoria e nella pratica politica per capire che quanto sta avvenendo in Italia non ha nulla a che fare con esso. L’equilibrio del paese, quello storico, è finito molti decenni fa e da allora di asimmetria in asimmetria siamo arrivati a quello che abbiamo davanti agli occhi. Nessuna teoria politica, nessuna prassi consolidata. Solo improvvisazione e, tardi epigoni del Sessantotto, immaginazione a sé stante, neppure al potere. Ricucitura, rammendo per meglio dire, di un tessuto che nessuno si impegna a rigenerare ma che si rattoppa a seconda del momento e delle convenienze.
I ventinove punti dell’accordo Pd-M5S (erano dieci in origine a dimostrazione della superfetazione da necessità di potere) non sono un programma che affronti i nodi della nostra società, che imponga alla classe politica, a quella imprenditoriale e sociale del paese, una vera, onesta, disincantata riflessione sui nodi della nostra crisi che si aggiunge e si integra con quella europea.
Sono, di tutta evidenza, come ha dimostrato il lunghissimo inusuale discorso del premier (quasi la lungaggine mostrasse evidente la difficoltà della sintesi e del legame interno) altrettanti tentativi, pudichi, di trovare il modo di convivere per un tempo medio lungo, verso l’obiettivo non sottaciuto ma ormai evidente del Pd di essere al governo al momento dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica: una costante che con la democrazia reale (non quella urlata di Salvini e compagnia) ha assai poco a che vedere, ma che è, come è sempre stata, esercizio spregiudicato del potere incuranti del sentire popolare, anzi arrogandosi il diritto di anticiparne i possibili e spesso errati cambiamenti e guidarli, nel più puro stile leninista dell’avanguardia intellettuale. Ben strano concetto per chi avendo liberato le energie della società all’inizio del secolo scorso ha poi ritenuto intellettualisticamente, di sancire che esiste chi sa e guida e chi non sa e deve seguire più o meno convinto.
Lo abbiamo detto. Per il Pd l’occasione del potere di nuovo agguantato, per il popolo della sinistra e per gli italiani sinceramente democratici un azzardo pericolosissimo.
A perdere da questi “equilibrismi” per il potere saranno tutti gli italiani senza distinzioni artificiali o politiche vecchio stampo!

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