LETTERE ed EPISTOLE

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Nuova Rubrica per Italiani

Diversi anni fa, quando ITALIANI era un mensile patinato distribuito nelle edicole e librerie del mondo, Glauco Benigni, noto per le sue analisi della realtà tanto futuribili dal suonare utopiche, a mente della vocazione della rivista sempre alla ricerca di una informazione “pulita”, mi propose di realizzare un periodico dedicato alla pubblicazione di lettere in quanto “epistole”; non importa se parlavano di questioni personali o generali, purché fossero di interesse comune.
Ormai la lettera nella sua forma e nei suoi scopi originari quasi più non esiste. Le comunicazioni scritte avvengono per email se non via social; eppure anche queste, benché diverse per forma e linguaggio, se il contenuto è valido, hanno un valore, un’efficacia e un fascino pari a quello delle vecchie care lettere.
Ce lo confermano le tante “lettere al direttore” che nei giornali, forse per la loro autenticità, sono tra le rubriche più lette.
Sono peraltro sempre più numerosi i gruppi di internauti, uniti da affinità elettive, che si scambiano email piene di riflessioni critiche, che vengono poi “viralmente” estese, per il puro desiderio di condividere ciò è interessante, agli amici di penna o di pensiero.
www.Italiani.net , apre pertanto una nuova rubrica, periodica e non fissa, dedicata a “epistole” che vale la pena condividere:

LETTERE ed EPISTOLE

“Argomento di dialogo”
Partiamo da uno scambio di email tra Roberto Savio e alcuni suoi autorevoli amici pensatori di lingua spagnola (cui chiedo venia per la qualità della traduzione) in tema di religioni e guerre di religione; in particolare del conflitto arabo-israeliano, ma non solo:

Da: N.
A: Roberto Savio
Senza dubbio, amico Roberto!
Sto scrivendo del WSI negli articoli su paradigma e governance planetaria !!
Più che una “crisi delle religioni” sono un po’ più drastico:
Penso che le religioni in termini generali siano state disastrose per l’umanità. Si sono opposte al progresso scientifico, la maggior parte di esse sono state e continuano ad essere la fonte del fondamentalismo senza mai dire chiaramente che questo non appartiene a loro …
Hanno “la parola di Dio”, ognuno di loro, in modo che il resto è nell’errore, nell’eresia, nell’infedeltà … Da qui le organizzazioni del terrore …
È stato più del mondo secolare, della filosofia, dell’umanesimo, che dell’approfondimento dell’amore, una caratteristica naturale negli esseri umani normali, da cui è nato il più grande contributo spirituale all’uomo: la religione non migliora l’essere umano. Se questo è una “brava persona”, lo rimane, ma se è un cattivo ragazzo, lo peggiora ancora di più. Lo spirito non ha nulla a che fare con le credenze ma con valori e principi umanistici. La religione si preoccupa di mantenere i suoi dogmi, le sue dottrine, concentrandosi sui suoi riti e le sue convinzioni che, naturalmente, sono fuori dagli studi scientifici e non si basano su prove: sono basate su credenze, storie, inganno della mente e immaginazione …
Di tutto ciò a cui mi riferivo e qualche tempo dopo invio il mio sesto articolo su questi argomenti.
I fondamentalismi religiosi politici sono un cancro per l’umanità!
Gli anti-valori sono sostenuti nell’attuale paradigma della coppia di opposti. La crisi planetaria di leader e statisti sembra provenire da lì !!
Almeno nei miei articoli ho sperato di “venirne fuori”.
Sebbene esistano differenze tra le diverse religioni (rimango con quelle dei popoli ancestrali e dei loro concetti ecologici), la verità è che i loro contributi allo sviluppo interiore dell’essere umano sono praticamente nulli. Lavorano sulla repressione piuttosto che su coscienza, volontà e riflessione !!
Mi piacerebbe che le menti lucide come quelle di N. e J. arricchissero questo dialogo! Il conflitto arabo israeliano è finito quando entrambe le parti hanno voltato le spalle al rispettivo fondamentalismo a danno priorità alla pace e all’armonia!
Un abbraccio
N.


Da: N.
A: C.
CC: N., J., R. Oggetto: Domande e riflessioni: argomento di dialogo
Car … C.:
Mi auguro tu voglia condividere queste poche riflessioni con i colleghi riproponendo loro domande aperte quali quelle che seguono. Condivido queste riflessioni anche con i relatori e con Roberto Savio che porta sempre interesse per questo argomento.
Sono stato lieto di partecipare alla conferenza sul Medio Oriente di lunedì 26 agosto presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università del Cile a Santiago, sul tema del conflitto israelo-palestinese, che Nelson Hadad e José Rodríguez Elizondo, ex ambasciatori rispettivamente in Egitto, Giordania e Israele, hanno bene illustrato. Mi congratulo con entrambi per l’atmosfera di dialogo e rispetto, di cui abbiamo potuto godere nell’ambiente universitario. Non è sempre stato così ultimamente. Come ci ha testimoniato Rodriguez illustrando il deterioramento dell’ambiente nella facoltà di legge a causa di alcune persone, contraddistinte da posizioni estremiste, che rifiutano il dialogo e tendono a riprodurre il conflitto in Cile; cosa deprecabile e assolutamente da evitare. Sono persone violente e dogmatiche.
Il Convegno del 26 scorso (n.d.r. 26 agosto), ci ha offerto punti di osservazione molto diversi e un atteggiamento positivo e la attiva partecipazione di tutti coloro che erano presenti è un aspetto non trascurabile che va evidenziato. Un convegno di livello universitario e accademico.
Gli interventi diretti in questi eventi non consentono mai riflessione e tempo sufficienti per le domande. Lo faccio qui a entrambi con questa e-mail.
1) Rodríguez ha presentato un quadro in un Power Point in cui ha mostrato le “ragioni, lo sfondo e le visioni” del perché entrambi i popoli hanno il diritto di vivere in quel territorio.
Ha anche dimostrato che, data la situazione in Medio Oriente, non è stato possibile avere un solo paese in cui tutti possano vivere insieme, garantendo, come fa Israele, con la sua missione di fornire protezione e difesa al popolo ebraico contro le persecuzioni, gli omicidi e le discriminazioni di cui è stato vittima in questi ultimi 1800 anni. Che, poiché nell’area del Medio Oriente le tendenze alla violenza sono “pane quotidiano”, come dimostrano le varie guerre interne ed esterne, quali ad es. i casi della Palestina stessa a Gaza, in Libano, in Siria, Yemen, Libia, Iraq, Afghanistan, Iran e molti altri. Comprendo che entrambi i relatori concordano su tutto questo e che, come tutti i partecipanti di quel giorno, l’unica soluzione sarebbe quella di 2 paesi autonomi e praticabili, che vivano in pace.
2) Come ha sottolineato Rodríguez, un accordo tra i due paesi sarebbe stato possibile, già con le frontiere della c.d. “linea verde” del 1967; ciò che era stato offerto da Ehud Barak venne totalmente respinto da Arafat nei negoziati di Camp David dell’anno 2000. Le intese che avrebbero potuto portare a un trattato di pace non potettero essere firmate nonostante i molti tentativi fondamentalmente per la questione dei “rifugiati”. Nelson Hadad ha affermato che questo problema non è “così fondamentale”, dato che con un gesto “simbolico” sarebbe potuto essere risolto. Ma si è capito che la trattativa avanzata da Barak si è arrestata di fronte allìidea, non solo di “ricevere” un numero adeguato e selezionato di “rifugiati” palestinesi, ma anche di renderli residenti e cittadini israeliani come tutti gli arabi in Israele da lì, contrariamente a quanto hanno fatto i paesi arabi. Un concetto, quello di “rifugiati” e di “campi”, che non esiste in quanto ci sono solo cittadini e residenti. Un’idea respinta anche da Arafat.
3) Ciò che ha indicato in un panel presso la stessa università nel novembre 2013, il deputato di sinistra Shlomo Ben Ami, che ha partecipato come cancelliere ai negoziati con Arafat, è che ha riconosciuto personalmente che non aveva potuto firmare la pace con Israele perché era stato minacciato Lui e la sua famiglia, senza entrare nei dettagli.
Naturalmente, notizie non pubblicate dai media.
4) Nel 2005 ha luogo il ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza, che dal 2006 dopo una breve guerra civile è stata lasciata sotto il governo dell’organizzazione fondamentalista di Hamas i cui statuti dichiarano chiaramente che uno dei suoi obiettivi è “cancella Israele dalla mappa”. Qualcosa di simile a ciò che varie autorità iraniane hanno dichiarato pubblicamente. In quell’occasione, al momento di lasciare Gaza, Israele dovette smantellare un gran numero di “insediamenti” e, anziché approfittarne e distruggere tutto, li consegnarono vuoti e disponibili per l’uso all’ANP insieme a vivai, piantagioni e altri elementi che i palestinesi potevano usare.
5) Quanto sopra dovrebbe essere preso in considerazione quando si fa riferimento a “insediamenti” in Cisgiordania. Come ha sottolineato Rodriguez, sebbene queste colonie siano installate come un modo per controllare difensivamente le possibili nuove aggressioni a cui Israele è stato sottoposto per 70 anni, ora con le nuove tecnologie di difesa diventano un modo inadatto di “difesa”. Oltre ad apparire come un brutto messaggio da parte di Israele in merito alla pace. Senza embargo se si tratterà di negoziati, tutto sarà possibile. La realtà è, tornando a ciò che avviene a Gaza quando vengono restituiti insediamenti non occupati, che i palestinesi distruggono per poi utilizzarli attraverso Hamas per lanciare missili in Israele, è che anche se non ci fossero insediamenti in Cisgiordania, nulla garantirebbe una reale intenzione di firmare la pace con Israele a nome della leadership palestinese.
6) Se gli eventi di Gaza sono combinati, in cui il ritorno unilaterale del territorio da parte di Israele non è stato interpretato come un gesto di “buona volontà” e che inoltre gli arabi palestinesi a Gaza hanno distrutto tutto ciò che è stato consegnato loro in buone condizioni per il suo uso, se aggiungiamo a ciò la questione dei rifugiati trattata nei negoziati guidati da Arafat che respinse praticamente tutto ciò che Barak gli aveva offerto;
e che in tutti i negoziati la delegazione palestinese pone condizioni che sarebbero inaccettabili per qualsiasi paese, dato che mettono a rischio la sicurezza interna di Israele, l’idea di Nelson Hadad che sarebbe stata sufficiente “un’offerta simbolica” da parte di Israele, in pratica non può funzionare.
7) Quando Nelson dice che i palestinesi hanno perso (n.d.r. Ma non rinunciato) il 43% del territorio che avevano quando nel 1948 era stato formato il loro stato, e che se ne recuperassero “il 18% accetterebbero una simile divisione, rinunciando alla differenza in meno”, questo sarebbe vero ed efficace solo se essi avessero deciso di formare un paese autonomo e praticabile che firma un trattato di pace con Israele e accetta quei confini.
Questo non è ancora successo, quindi non si parla di “rinuncia” come sottolinea Nelson.
Le rinunce per essere reali devono concretizzarsi.
8) A questo punto, gli arabi palestinesi devono riconoscere che “hanno perso la guerra dichiarata nel 1948 e hanno continuato a mantenere in piedi fino ad ora”. Che invece di mantenere una guerra senza fine con vari tipi di aggressioni nel tempo, non devono più affermare che Israele deve scomparire e devono riconoscere che lo stato attuale delle cose non è conveniente per il loro popolo. È forse conveniente per i loro leader apparire come “vittime” del “potente” Israele (ragion per cui ricevono denaro dall’estero), ma certamente per il loro popolo, per il popolo palestinese, sarebbe meglio vivere in pace.
9) La “reazione difensiva” e recentemente altamente tecnologica nella ricerca di causare il minor danno possibile alla popolazione civile, che generano “occupazione” di terra, considerato il piccolo territorio del paese, è pienamente giustificabile date le frequenti aggressioni dei suoi vicini. Le conseguenze della sua legittima difesa di darlo in cambio di pace (come si è già dimostrato in Egitto, Giordania e Gaza). Israele in pratica non ha altra alternativa possibile. E se non avesse avuto successo nella sua difesa sarebbe scomparso inesorabilmente. Questo è un problema di cui gli oratori hanno molto sorvolato.
10) Senza dubbio, l’unica soluzione possibile sono due stati autonomi e praticabili. Ciò che deve essere riconosciuto e trasparente è che i leader arabi palestinesi in realtà NON VOGLIONO ACCETTARE L’ESISTENZA DI ISRAELE COME PAESE. Tutto il resto tenta di demonizzare Israele, l’unico paese ebraico del pianeta, molto piccolo, con un’area equivalente ad Antofagasta.
11) Come ha ricordato Rodriguez Simon Perez desiderava che i palestinesi non avessero uno stato “molto povero” ma uno stato con un buon tenore di vita e qualità del lavoro. Per questo, la speranza si focalizzerebbe sul caso in cui altri leader potrebbero emergere in Palestina, che amano di più i loro figli e nipoti, dando la priorità alla pace, formando uno stato praticabile e avendo un’alleanza confederativa con Israele su questioni di ogni tipo, istruzione, sanità, servizi, sicurezza interna e così via. Non c’è altra “via d’uscita” da questo conflitto.
12) Per questo devi “rinunciare” come ha detto Nelson, ma fallo davvero, abbandonando il falso orgoglio e trascurando l’attuale “stato di guerra”, firmando la pace come già la Giordania e l’Egitto e alleandosi con Israele in un grande programma di sostegno e solidarietà reciproca. La grande difficoltà è senza dubbio “pseudo religiosa”: il fondamentalismo di entrambe le parti, in cui “Waqf” è il potente concetto su cui si basa l’Islam recalcitrante: “Dove c’era dominio dell’Islam non può mai esserci il dominio degli infedeli”. La questione va quindi oltre quella politica, come ha sottolineato Nelson: la cosa seria è che si tratta di irrazionalità, di passioni scatenate. E qui in Cile, quando alcuni piccoli gruppi di fan cercano di importare quel conflitto, lo stesso tipo di sentimento è quello che sfortunatamente prevale.
13) La soluzione a questo conflitto sarà sempre politica, negoziata, consensuale, di rinunce reciproche, ma sarà necessario procedere con rigore e senza dubbio per neutralizzare i fondamentalismi di diversi tipi che si oppongono a qualsiasi soluzione pacifica. Con coloro che sono irrazionali e appassionati, dogmatici ed esclusivi, non è possibile provare ad applicare la ragione e il dialogo: non funziona. E che Rodriguez lo abbia chiarito. Mi piacerebbe se sia Rodriguez che Hadad potessero commentare queste riflessioni nate dalla Conferenza che ho apprezzato profondamente.

Da: Roberto Savio
Re: Domande e riflessioni: argomento di dialogo.
È che ad un certo punto comprendiamo che siamo nella crisi delle religioni. Stiamo affrontando conflitti interni, come Hamas con l’OLP, Chitas contro i sunniti, dove la religione viene usata come arma politica … si pensi al triste caso del Premio Nobel attribuito alla Birmania … stiamo tornando alle due trappole storiche: nel nome di Dio e nel nome della nazione. Ora, con Trump, Bolsonaro e compagnia, si affaccia una terza bandiera: nel nome del denaro … torniamo molto rapidamente …

Nota della redazione
In merito alla tesi sostenuta nello scambio epistolare di cui sopra va citato in senso contrario l’articolo pubblicato sul numero 37 dell’8 settembre scorso de “L’Espresso” che riporta un’intervista al grande scrittore ebreo Abraham Joshua, tratta da un suo colloquio con Wlodek Goldkorn.
Dice tra l’altro Abraham Joshua: “ … la nascita di uno Stato palestinese affianco Disraeli e lo smantellamento degli insediamenti di stampo nazionalista religioso in mezzo al territorio palestinese, non sembrano oggi possibili.” E aggiunge “Non è possibile neanche la divisione di Gerusalemme, né dall’altro lato è ipotizzabile che i palestinesi fondino il loro stato senza Gerusalemme est come capitale. In parole povere ci sono la prima, aparheid nei territori, la seconda, dare Ai palestinesi della Cisgiordania i diritti di residenti, per poi diventare cittadini a pieno titolo, come e già la prassi con i palestinesi israeliani dei confini di prima della guerra del 1967”

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