DIALETTICA

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La riflessione di questa settimana potrebbe apparire eccentrica rispetto al contesto nel quale ci muoviamo, ma in certo senso si colloca in quella che si definisce la logica dei contrari. Ovvero, parliamo di qualcosa che difficilmente si riscontra nel suo valore più pieno in questa fase della politica nazionale e forse anche oltre!

Il termine al quale facciamo riferimento è dialettica, deriva dal greco διαλεκτική, sempre unito alla parola τέχνη cioè tecnica, ad indicare che si tratta di un arte, di un sistema con il quale l’uomo si confronta con i suoi simili. L’arte o la tecnica dialettica, dunque, indicano il saper dialogare, discutere, o anche come tecnica e abilità di presentare gli argomenti adatti a dimostrare un assunto, a persuadere un interlocutore, a far trionfare il proprio punto di vista su quello dell’antagonista. Per converso con senso peggiorativo, definisce il modo sottile e capzioso di argomentare per mettere in scacco l’avversario. 

Un simile insieme di significati si sostanzia, ovviamente, nel linguaggio filosofico, dove il termine assume ed ha assunto nel tempo – si osserva nel dizionario – accezioni diverse, secondo le epoche e le scuole. Così nel pensiero antico, è in genere l’arte dialogica, come metodo di dimostrazione mediante brevi domande e risposte (adoperato da Socrate in contrapposizione ai lunghi discorsi dei sofisti. In Platone, è sia il processo interiore che conduce ai concetti più generali e ai principi primi della realtà intelligibile, sia l’arte di dividere le cose in generi e specie, di classificare in concetti per meglio progredire nell’analisi. In Aristotele, parte della logica, intermedia tra l’analitica e la retorica, che studia le forme argomentative imperfette, da cui si traggono conclusioni soltanto probabili e non rigorosamente necessarie. 

Nel pensiero medievale, seguiamo sempre il filo dell’enciclopedia, indica la dialettica che si identifica con la logica e diviene una delle arti del trivio, insieme con la grammatica e la retorica. Nei secoli successivi con Kant, si arriva alla dialettica trascendentale o «logica dell’apparenza» è la teoria degli errori naturali dello spirito umano, che si illude di poter determinare, sul solo fondamento di ragionamenti teorici, la natura dell’anima, del mondo e di Dio, e cade invece in inevitabili, inestricabili contraddizioni. Nell’idealismo post-kantiano e per Hegel in particolare, la dialettica è la natura stessa del pensiero che si sviluppa secondo proprie leggi ma in modo conforme allo sviluppo della realtà anzi rappresentandone la struttura stessa; è quindi movimento e sviluppo che da un concetto astratto e limitato (affermazione o tesi) passa al suo opposto (negazione o antitesi) per giungere a una sintesi (negazione della negazione) che conserva elementi fondamentali dei precedenti e opposti momenti, i quali peraltro non sarebbero mere astrazioni concettuali bensì pensieri concreti, determinazioni storiche, effettive formazioni culturali, sociali, ecc. Nel pensiero ottocentesco di Marx tale movimento si specifica e si concretizza come sviluppo dell’antagonismo tra classi sociali contrapposte e come relazione di opposizione tra forze produttive e rapporti di produzione. In Croce, infine, si distingue una dialetticadei distinti, per cui lo spirito, secondo un processo circolare, passa da un grado all’altro senza annullare i precedenti, e una degli opposti che, nella sfera delle cose concrete, opera la sintesi della tesi e dell’antitesi. Venendo al pensiero moderno, e anche nel linguaggio comune (in diretta connessione con le accezioni che il termine ha avuto nel pensiero filosofico), il processo risultante dalla lotta o dal contrasto di due forze o, più spesso, gioco di forze contrastanti che collidono e si ricompongono incessantemente, così in economia, nei rapporti sociali e in quelli politici. Il vocabolo è inoltre usato, pensiamo alla critica, per indicare quell’argomentazione che giustappone idee opposte o contraddittorie e generalmente tende a far giungere tale conflitto a un qualche esito, che si presume necessario e inevitabile.

Come sempre cerchiamo di entrare nel senso compiuto di una parola e delle sue esplicazioni dotte e comuni e nello sviluppo che hanno avuto nel passare del tempo e nel mutare delle situazioni.A questo punto, addentrandoci nelle questioni di bottega, quelle del nostro agone politico, dobbiamo fare una amara constatazione: di tutto quello del quale si è detto, nel nostro confronto politico nazionale, non si riscontra nulla. Ossia, di dialettica tra forze politiche, sociali, economiche non vi è traccia alcuna. Si potrebbe obiettare che tra queste espressioni sociali è sempre in atto un confronto, uno scontro, un costante braccio di ferro e dunque esiste una dialettica. Ma sarebbe illusorio pensare che sia così. Allo stato attuale sembra di vivere in un sistema di monadi autosufficienti che hanno fastidio dell’altro, del diverso, del contraltare. Al punto che se di dialettica si potesse parlare, questa avviene, ed è un paradosso, all’interno dello stesso gruppo, dello stesso partito in senso autoreferenziale. Nessuno si chiede esattamente “che cosa c’è là fuori? ” e si continua dunque ad agire narcisisticamente nel proprio ambito, dimenticando quel che accade intorno. E, da questo egotismo, sintomo peraltro di grande incertezza e di vuoto intellettuale e di pensiero, ci si agita e ci si muove. Risultato scontato – è davanti agli occhi ogni giorno – il distacco del popolo dalla politica e dai suoi riti, persino da quelli novelli ma antichi dei cinquestelle. Non ci si culli nell’illusione di manifestazioni più o meno partecipate e più o meno osannanti. La gente cerca di partecipare, vorrebbe sentir parlare dei propri problemi, vorrebbe capire il significato di scelte e decisioni, ma trova solo slogan, parole d’ordine adatte più agli ebeti che agli esseri senzienti. E lo sappiamo dal saggio, il sonno della ragione genera mostri!

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