Giri di valzer o distrazioni di massa

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Il cammino a scatti del nuovo governo e le fredde regole economiche

Sembra di essere tornati indietro di qualche anno quando il refrain che rese famoso, suo malgrado Valter Veltroni, si impose nella dialettica quotidiana. Ci riferiamo al “ma anche…. “, quell’intercalare che presupponeva nelle indicazioni e nelle scelte, variegate possibilità, alla ricerca si presume di una sintesi positiva. Poiché assistiamo ormai avvezzi al ripresentarsi in termini di farsa quello che una volta poteva intendersi come “tragedia” nel senso culturale del termine, eccoci di nuovo alle prese con questa complessità interpretativa. Nel titolo parliamo di giri di valzer e distrazioni di massa. Partiamo dalla prima considerazione. Ricordiamo intanto che il valzer è una danza in ritmo ternario nata alla fine del XVIII secolo come evoluzione del Landler. Una danza che, a suo modo, ha segnato e accompagnato l’intero secolo XIX con i suoi cambiamenti e le sue rivoluzioni e che ancora oggi sembra abbia qualcosa da dire. I giri dei quali si parla non sono ovviamente quelli pratici nel corso del ballo, ma l’estenuante riproporsi quotidiano di concetti, parole, costruzioni ardite per arrivare a far digerire la stessa minestra di sempre.
Nonostante la buona volontà e le capacità personali di ministri neofiti, potremmo dire che la coperta è sempre corta e che l’acqua è poca e, dunque, la papera non galleggia!
In buona sostanza, da qualsiasi parte si affronti il problema del nostro debito pubblico immenso e del correlato bisogno di riavviare meccanismi di sviluppo e crescita che lo contrastino e contribuiscano a regolarlo e ridurlo, quello che si riesce a fare di governo in governo, è di attaccare ora questo ora quel settore, alla ricerca di improbabili soluzioni. Non che questo sforzo sia inutile, anzi sovente si trova il modo di riformare o risolvere contraddizioni pesanti e pesi finanziari. Dunque ben vengano questi correttivi. Solo che tutto questo smuove i conti in termini percentuali talmente minimi che il risultato è quello di non riuscire a vedere una reale e sistemica contrazione del nostro peso debitorio. E questo porta con sé la difficoltà di riavviare quei meccanismi virtuosi che negli anni sessanta portarono l’Italia ad un miracolo economico mai più eguagliato. Senza dimenticare che la folle fotografia della decrescita felice pensata dai guru cinquestelle ha il risvolto tragico di non permettere crescita vera e dunque creazione di ricchezza ma si ripromette soltanto di redistribuire le risorse esistenti, con conseguente lento declino sino alla fine di esse!
Un capolavoro di insensatezza. La prudenza internazionale ed europea è la cartina di tornasole di questa condizione e ci dice che per tornare ad avere fiducia non aiutano vicende come quelle che hanno portato al nuovo governo. Ed infatti il rating migliora ma non come si dovrebbe e vorrebbe.
Di più. Tornano come sempre parole d’ordine come lotta alla corruzione, lotta all’evasione, le stesse dei governi precedenti nonostante lo sforzo di inventare qualcosa di nuovo per far comprendere la differenza. Attaccare questi problemi presuppone un sistema efficiente di controlli e sanzioni, una capacità realistica ed efficace di trovare e recuperare la ricchezza sommersa. Ma come dimostrano decenni di spostamenti minimi, tutto questo si otterrebbe soltanto con la evidente volontà di arrivare sino in fondo e non l’estenuante balletto di sempre con gli interessi contrapposti che devono trovare composizione nella cabina di regia del governo.
Parola già sentite, stantie e poco incoraggianti, alle quali coloro che da decenni sottraggono centinaia di miliardi di euro al nostro bilancio e alla nostra ricchezza non sono certo sensibili. Per ovviare a questo si passa per condoni tombali e riemersione che hanno però l’altra faccia poco presentabile di consentire una sorta di riciclaggio con il beneplacito ufficiale. Non una bel risultato. E la sensazione di danzare in tondo come in un lento valzer senza destinazione!
E veniamo alla seconda riflessione, la distrazione di massa. Nel governo gialloverde ha preso i connotati (pur giusti concettualmente) del reddito di cittadinanza, della riforma del sistema fiscale. Tutte cose giuste, ma se inserite in un quadro complessivo e non come spot a campione. Oggi, nell’esecutivo giallorosso, quello della “discontinuità del cambiamento” potremmo definirlo, tornano questioni etiche come il fine vita serissime ma da non dare in pasto al dibattito ideologico o quelle più singolari come il voto ai sedicenni appena arrivata dai pentastellati con qualche simpatia nel Pd. Anche questa questione seria da affrontare ma da inserire un una strutturale riforma del Paese e dei suoi meccanismi di rappresentanza e non come immissione di possibili voti orientati da scarsa conoscenza politica e dunque spot ad usum di chi riuscisse a vederla realizzata. Parliamo dei fondamenti della democrazia e della rappresentatività non, si potrebbe dire, di “pizza e fichi”! Attenzione dunque a usare faciloneria e superficialità pensando di recuperare consensi da un nuovo settore di cittadini inseriti a bella posta nell’agone politico tra un’elezione e l’altra!
Nel Paese, nei partiti e tra questi nel Pd esistono ancora antidoti a queste accelerazioni contingenti frutto dell’incapacità, ma anche della facilità con la quale esponenti dei cinquestelle pensano di gabbare come riforme fondamentali interventi e azioni legate soltanto alla loro originaria volontà di scardinare il sistema. Un elemento questo da non dimenticare mai e tanto meno pensando ad una transeunte e contingente governabilità.

Il prezzo da pagare per il Pd, la sinistra, ma per tutto il Paese in primo luogo, potrebbe essere pesantissimo!

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