Alexandre Solgenitsin

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Un premio Nobel dimenticato                                                   

Ebbe il coraggio di dire ciò che pensava anche quando era meglio tacere

Andando per bancarelle alla ricerca di vecchi volumi, mi è capitato di trovare, tra una pila e l’altra, la copertina di libro degli anni ’70 edito dalla Mondadori, era ‘Arcipelago Gulag’, scritto da Alexandre Solgenitsin, uno dei più famosi dissidenti della dittatura nella Unione Sovietica nel secolo scorso e grande scrittore tanto da assegnargli nel 1970 il Nobel per la letteratura.
Un uomo, però, che pagò duramente la sua sete di libertà.
Odiato prima dai comunisti di ogni latitudine per aver osato denunciare l’Unione Sovietica e la sua rivoluzione venne, in seguito, odiato anche dall’Occidente che lo aveva accolto, del quale denunciava, senza mezzi termini, la mancanza di libertà spirituale che, a suo dire, apriva alla dittatura del vuoto morale e civile nelle società democratiche.   Ma le critiche non lo toccavano, era un uomo libero, senza alcun tornaconto per se stesso se non per la verità. Cosa difficilmente da comprendere in un Occidente sempre più moralmente massificato.
Era nato nel 1918 in una piccola cittadina, Kislovosk, ai confini con l’odierna Georgia. 
Giovanissimo si infiammò per la Rivoluzione di Lenin e allo scoppio della Seconda Guerra mondiale con la successiva invasione tedesca della Russia, non esitò ad arruolarsi e compiere gesti di grande coraggio, per questo ebbe molti riconoscimenti militari, ma i suoi meriti, purtroppo, non lo salvarono da una condanna ad otto anni da scontare in un gulag in Siberia e altrettanti anni di esilio. Tutto per avere, in una lettera a un amico del 1945, criticato la figura onnipresente di Stalin.
Questi anni di prigionia fecero perdere al giovane soldato l’innocenza rivoluzionaria e cominciò ad aprire gli occhi sulla condizione della sua nazione e si accorse come il comunismo lo aveva trasformato in un vero incubo; era la realizzazione concreta, come ricordò in più occasioni, del famoso libro “1984”, scritto da un altro disilluso dal comunismo, George Orwell.
Sono questi anche gli anni della sua maturità letteraria che nonostante le difficoltà gli faranno scrivere capolavori come: “Una giornata di Ivan Denisovič”, “Arcipelago Gulag”, “Divisione cancro”, “Il cerchio”, solo per citare quelli più noti, ma la sua bibliografia annovera almeno altri 40 titoli, più conferenze, articoli, interviste e quant’altro l’hanno reso noto nel mondo.
Ma, come abbiamo scritto, era anche un uomo controcorrente che non amava i compromessi con la propria coscienza, a costo di andare contro tutti e tutto, fossero anche i suoi migliori amici e ammiratori.
Finché non sono venuto io stesso in occidente ho passato due anni guardandomi intorno, non avevo mai immaginato come un estremo degrado in occidente abbia fatto un mondo senza volontà, un mondo gradualmente pietrificato di fronte al pericolo che deve affrontare – disse in una conferenza presso l’università di Harvard in occasione di un prestigioso riconoscimento nel 1971 – Tutti noi stiamo sull’orlo di un grande cataclisma storico, un’inondazione che ingoierà le civiltà e cambierà le epoche.”
Parole dure che lo fecero passare per un profeta di sventure, anzi, di ingratitudine per chi lo aveva accolto da dissidente.
In realtà, come troviamo in molti scritti, egli amava l’Occidente ed era grato di tutto ciò che aveva fatto per lui, ma proprio per questo, come un atto d’amore, ne denunciava le contraddizione che lo avrebbero distrutto, a suo dire, di lì a poche generazioni.
Non esitò ad andare contro corrente anche in opposizione ai pacifisti americani degli anni ’60 che contestavano duramente la guerra del Viet Nam.
Non esitò, allora, a scagliarsi con chi boicottava l’intervento americano, accusando di non comprendere che quella era una guerra contro la ‘barbarie rossa’ che se avesse vinto avrebbero finito per soggiogare il mondo ancora libero.
Molti anni dopo, negli anni ’90, condannò, con la stessa durezza, il bombardamento della Nato sulla Jugoslavia affermando che “Non ci sono differenze tra la Nato e Hitler” e nei suoi ultimi anni di vita fu favorevole anche alla reintroduzione in Russia della pena di morte, davanti alla grande delinquenza scatenatasi dopo la caduta dello stato sovietico. Una proposta, per fortuna, mai approvata però dall’allora giovane presidente Vladimir Putin. Posizioni morali che pian piano lo resero inviso anche in chi lo aveva difeso durante le sue battaglia contro la dittatura tacciandolo di essere reazionario solo perché sosteneva il mondo della tradizione religiosa e morale che avrebbe dovuto avere ogni nazione invece che lasciarsi irretire da un sempre più evidente radicato agnosticismo e ateismo riferendosi alla “calamità di un’autonoma irreligiosa coscienza umanistica”. 
Era divenuto un vero rompiscatole perché metteva sullo stesso piano il percorso fallimentare da un materialismo all’altro: uno repressivo, affamatore e messianico, quello comunista, l’altro ricco, tollerante e nichilista, ma non meno pericoloso per la libertà era quello occidentale.Tutto ciò era considerato insopportabile da tanti che cominciarono a criticarlo anche duramente come un vecchio reazionario.
Rischiò anche di passare per un cattivo maestro per il suo spirito patriottico che, a dire di molti, aveva alimentato i nuovi movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico.
Una accusa che non gli apparteneva tanto che in più occasioni non mancò di criticare la deriva delirante del nazional-imperialismo panrusso.
Solgenitsin visse gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito, ma dimenticato dal mondo. 
Ne fecero un sepolcro vivente, per mummificarlo da vivo e non sentire più la sua voce.
Continuava a ripetere: ‘Si può perdere la propria sovranità preservando la propria identità. Ma se perdi entrambi, sei morto’.
Insegnò a vedere i gulag del nostro tempo, il nuovo ‘angelo sterminatore’, a opporsi alla temporalità chiusa delle dottrine politico-filosofico, a prevedere come il crimine potesse nascondersi dietro l’utopia.
Aveva capito che la ‘religione dei diritti umani’ sarebbe arrivata a sciogliere le società, le nazioni, le civiltà, per l’effetto deleterio del principio di non discriminazione. 
Nel nome dei diritti umani, le minoranze hanno diritti garantiti ed installano una contro-società” ed inoltre affermava che “In Europa, l’abisso è profondo. Ha la malattia del vuoto. Tutte le tue élite hanno perso il senso di valori più alti. Il sistema occidentale passa al suo stato finale di spossatezza spirituale: legalismo senz’anima e abolizione della vita interiore’. Ciò che l’occidente sta vivendo oggi è peggio della decadenza. Questo è sia un implosione e un’invasione, con la doppia sostituzione graduale e indolore di una popolazione e di un civiltà”.
Era un visionario dei tempi a venire.
Mori undici anni fa, nel 2008, dimenticato dai più, eppure ciò nonostante rimane uno di quei grandi che hanno avuto il coraggio di combattere in prima persona un potere granitico come quello sovietico, ma che non era stato capito dai suoi contemporanei, ma non per la sua patria: “Siamo fieri – dirà Putin – che Aleksandr Isaevic Solgenitsin sia stato un nostro concittadino e un nostro contemporaneo. Lo ricorderemo come una persona forte, coraggiosa e con un’enorme dignità” definendolo, in fine, “un grande del XX secolo” e la chiesa ortodossa addirittura “un profeta”, ma per l’Occidente solo silenzio.

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