Alti proclami, consueto tira e molla

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La difficile convivenza giallorossa per non andare al voto

Povera Italia e poveri italiani. Se il buongiorno si vede dal mattino, lo spettacolo che il governo giallorosso e i suoi attori e comprimari propongono da quasi tre mesi è un copione talmente consueto da far impallidire le vicende della prima e della seconda repubblica. E, come in un copione che si rispetti, esiste la figura del premier che calato dal nulla sembra essersi ritagliato uno spazio personale per fare quello che ci si aspetta da un presidente del Consiglio: proporre obiettivi altisonanti, a portata di mano purché lo si voglia e soprattutto purché si lasci fare chi ha preso le redini del paese dopo la crisi agostana più irrazionale della tradizione repubblicana pur ricchissima di esempi e varianti.
Accanto a lui, che spazia dalle questioni internazionali a quelle diplomatiche, dall’economia alla strategia, gli attori dell’alleanza. Prima tre, Pd, grillini e sinistra di LeU, oggi quattro con la nascita della creatura renziana di Italia Viva, per ora gruppo parlamentare ma in via di costruzione quale forza politica diretta soprattutto al centro.
Un concerto stonato sin dalle prime battute che presenta almeno due caratteristiche contraddittorie. La prima riguarda la piccola pattuglia della sinistra, quella una volta fuoriuscita dal Pd più qualche residuo del passato, che appare sbiadita e soprattutto talmente “istituzionale” da far rabbrividire qualsiasi sostenitore delle scelte una volta rivoluzionarie. Tanto istituzionale da apparire quasi conservatrice a voler usare un
termine che dovrebbe indurre nei suoi rappresentanti qualche reazione allergica, ma che fotografa la pura realtà. La seconda, la metamorfosi dell’ex movimento del vaffa che entrando nelle istituzioni sembra aver trovato la sua misura, tradendo ogni spinta verso il cambiamento totale del paese per il quale si era coagulata la sua forza. Una deriva che ha provocato e provoca una costante e bellicosa diaspora dei duri e puri e la perdita di molti altri esponenti che in rotta con il capo politico o con i guru lasciano o vengono espulsi in una girandola che ha colpito decine e decine di parlamentari e centinaia di politici locali.
Terzo perno di questa armata brancaleone, il Pd o meglio quel che di esso resta alla ricerca di un senso e di una reale collocazione. C’è chi lo vuole forza della sinistra richiamandosi romanticamente a un mondo che non esiste più, chi lo vorrebbe dirigista e deciso come in una socialdemocrazia scandinava. Prospettive entrambe destinate al nulla e fallite in partenza perché guardano al passato, non innovano quello che un partito di sinistra moderno dovrebbe proporre: sciogliere le contraddizioni sociali, avvicinare sempre più il popolo all’esercizio del potere e delle sue radici, ovvero la partecipazione e l’agire nella realizzazione della Costituzione in ambito sociale, economico e via dicendo. Un partito, meglio una costellazione di gruppi, che non riescono a dialogare e che ora solo il potere ritrovato sembra cementare contro qualche “nemico”. Un apparente equilibrio destinato a rompersi alle prime vere tempeste e sul quale incombe la folle intuizione di alleanze con i cinquestelle, anticamera della deflagrazione.
E vi è poi la quarta gamba del tavolo: Quella che ha garantito la nascita del governo e si è poi posta con l’uscita di Renzi dal Pd in una posizione che la vecchia dialettica della sinistra avrebbe definito “critica”. Che critica lo è certamente. Costruttiva per l’area pd molto meno. Anzi potrebbe esserne l’alternativa, quella che per anni è mancata dopo la fusione fredda tra ex comunisti ed ex democristiani.
Insomma un bel puzzle, non statico ma in continuo fermento mentre continua quotidiana la girandola delle dichiarazioni e delle cifre su ogni aspetto della politica economica e sociale che il paese aspetta. Oggi si torna a quota 100. Domani si discute se superarla, ieri si diceva flat tax, oggi si discetta su come far entrare soldi nelle tasche degli italiani. Senza ovviamente togliere gli 80 euro, “superandoli” non è ben chiaro in che modo e in che quantità. Archiviato poi il reddito di cittadinanza rivelatosi la foglia di fico di Di Maio o la fine della povertà si parla ogni giorno delle poche risorse che non permettono di realizzare tutto e subito il programma dei sogni: quelli dei dieci punti divenuti poi quarantanove! Intanto il premier richiama ogni giorno al grande lavoro che occorre fare per il paese e al suo ruolo di garante per la realizzazione degli obiettivi che, ahimè per lui, mutano ogni giorno. E senza contare che si trova a criticare oggi quello che garantiva ieri!
Insomma, alti proclami, scenari ideali ai quali tendere, ma continuo e quotidiano tira e molla a Palazzo Chigi, nei ministeri e in Parlamento per mantenere la rotta e far quadrare non solo i conti ma anche il senso dell’alleanza. I problemi intanto non cambiano, le crisi non rallentano, la scena internazionale continua a farsi fosca. In sostanza, un matrimonio di convenienza che sulla distanza non sembra convenire ad alcuno e che potrebbe riservare pessime sorprese sia al Pd che ai grillini. Due debolezze non fanno una forza e due debolezze che si alleino non garantiscono un raddoppio e forse neppure la somma aritmetica.
Prudenza dunque vorrebbe dire guardare bene in casa propria e non continuare con la litania contro gli avversari dando del bollito a qualcuno sperando che lo pensi anche lui. Gli italiani guardano, potremmo dire, sanno discernere il proprio vero interesse e non è detto che alla fine possa coincidere con coloro che ora si ergono a “salvatori” dai vari sfaceli prossimi venturi!

di Roberto Mostarda

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