EMENDAMENTO

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La parola della settimana

Non esiste parola più usata ed abusata nei governi della Repubblica da decenni di: emendaménto. Secondo il dizionario con essa si indica una modificazione parziale che ciascun membro del Parlamento può proporre di apportare a un testo legislativo (ad esempio un disegno di legge) nella fase della sua approvazione, che avviene articolo per articolo.

Ancora, considerando il concreto svolgersi che lo supporta delinea l’atto e il risultato dell’emendare; in particolare come abbiamo detto la  modificazione che, nel corso della discussione parlamentare, si propone di apportare al testo di un disegno o progetto di legge. Un emendamento si propone, si vota, si approva, si respinge. Altro valore in filologia, dove si vuol intendere la lezione congetturale che viene proposta per risanare un testo trasmesso dalla tradizione manoscritta in modo non accettabile (a volte si utilizza anche l’altro termine, emendazione). Persino in agraria emendamento vuole sottolineare la correzione della costituzione fisico-chimica del terreno apportandovi gli elementi (argilloso, calcareo, siliceo, ecc.) di cui è privo o troppo povero.

Un sguardo anche al verbo emendare dal quale il vocabolo deriva. Di origine latina sostanzia il suo significato che deriva da mendum, ovvero «menda, difetto». Allora spesso nella tradizione vuol dire toglier via le mende, le imperfezioni, i difetti che possono essere delle persone, delle cose e via dicendo. Nella sistematica zoologica e botanica, ampliare o restringere e meglio definire l’àmbito di una specie o di altro gruppo istituito da un ricercatore precedente. Oppure, in senso morale,  significa  correggereNel suo participio passato, emendato, di un testo che, con la collazione dei codici o delle edizioni originali, o attraverso congetture di filologi, è stato purgato dagli errori commessi dai copisti.

Abbiamo ricordato che la parola scelta è praticamente sempre presente, quasi connaturata ai lavori parlamentari, tanto da divenire nel corso dei decenni, quasi scontata ed omnibus, quindi strumento da utilizzare, per forzare la mano, in qualche modo e ottenere quel che si vuole. 

L’utilizzo naturale, per così dire dovrebbe essere quello di ricorrere a questo strumento per apportare modifiche utili, opportune e/o necessarie ai testi legislativi, migliorandone dunque la costruzione e sovente anche la capacità di essere efficace una volta trasformato in legge. Un’occasione allora per intervenire laddove la formazione di un provvedimento nell’iter parlamentare abbia perduto o non sia stato sufficientemente armonico o addirittura abbia clamorosamente contraddetto le idee di partenza. 

Inutile pensare di racchiudere in qualche esempio la casistica di come si è fatto uso di questo strumento di per sé neutro nel concreto agone politico. Sono esistiti tipi e tipi di emendamento. A favore, contro, per rafforzare, per indebolire, l’azione altrui o quella del governo. Se ne è fatto uso in modo fisiologico all’interno del dibattito e del confronto tra le forze parlamentari. In qualche caso, esso è stato ben accolto per aver completato o aggiornato il valore di un testo di legge, integrandolo dunque in modo positivo. Altre volte si sono viste moltiplicazioni di esso, alla ricerca delle risposte a tutte le richieste, per arrivare a prevedere quel che all’inizio dei lavori non si era ancora considerato o non del tutto considerato.

L’uso dell’emendamento non ha visto differenze tra i gruppi politici. Ognuno nelle diverse fasi della sua presenza alle Camere ha fatto uso, buono o cattivo, positivo o negativo di uno o più emendamenti nel partecipare come è doveroso alla formazione di un testo di legge, di un provvedimento. 

Tuttavia, si è anche sovente assistito a qualcosa di molto meno nobile e di valore. E’ accaduto e non poche volte (negli ultimi anni è quasi divenuto consuetudine) che si sia addivenuti ad un monstrum definito “maxiemendamento”, una sorta di emendamento di emendamenti costruito per ammucchiare nel vero senso del termine ogni sorta di possibili provvedimenti che da soli avrebbero visto il loro iter allungarsi a volte all’infinito. Con l’aggravante di scoprire, sempre dopo, errori, incongruenze, illogicità, contrasti. Non solo, per molto tempo abbiamo assistito al suo utilizzo per appesantire e rendere inefficaci nella sostanza leggi, regolamenti, interventi persino di emergenza. O peggio, realizzare quel concetto definito “a pioggia” ovvero la previsione di aiuti, finanziamenti piccoli o anche mini, in tutte le direzioni senza necessariamente valori condivisi o significati chiari. 

Di emendamenti si parla, si discute, ci si scontra anche oggi in quel governo giallorosso nato per contrastare quello precedente gialloverde, per realizzare quella discontinuità tanto sbandierata rispetto al passato nato ed evoluto all’insegna del cambiamento. Emendamenti vi erano anche allora, emendamenti vi sono anche oggi e senza andare troppo per il sottile. Ognuno degli alleati tira il premier per la giacchetta e propone ogni giorno correzioni, integrazioni, a volte anche inserimenti in contrasto tra loro o quanto meno contraddittori. Un agire che sgonfia la discontinuità e allarga le vele della continuità ponendo sempre più l’interrogativo su cosa realmente si sia voluto realizzare nel paese con l’alleanza tra Pd e cinquestelle. Ops! Non siamo nati ieri, intanto un cambiamento di potere, un recupero per gli esponenti della sinistra dentro e fuori del Pd, un allenamento per i pentastellati sempre più partito tradizionale e sempre meno movimento innovatore. E tutto questo nel breve volgere di un anno e mezzo da quando Di Maio e soci sono entrati nelle stanze dei bottoni! Complimenti. E, come le stelle nel romanzo di Cronin, gli italiani stanno a …. guardare!

di Roberto Mostarda

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