Il pianto dell’alba

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Ultima ombra per il commissario Ricciardi

Maurizio De Giovanni
Noir
Einaudi Torino
2019
Pag. 267 euro 19

Napoli. Luglio, anno XII (1934). Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, genitori morti e figlio unico, da un anno si è sposato con Enrica, è felice, stanno per avere un figlio.
O una figlia, chissà? Varie famiglie se ne intendono e hanno opinioni diverse su forme e segnali. Lui 34 anni (primo giugno 1900), enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, taciturno e introverso, nervoso e malinconico, senza auto né patente; lei 26 anni (24 ottobre 1907), occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Quella domenica primo di luglio Ricciardi è di turno, esce all’alba, saluta con un breve inchino del capo la moglie alla finestra che gli invia un bacio, si sente sereno e si dirige a piedi al lavoro in questura. Per strada trova il fido brigadiere Maione ad attenderlo, con accanto la domestica di Livia Lucani vedova Vezzi (di Ricciardi da anni innamorata), bella affascinante colta disinibita. La ragazza ha trovato sul letto di casa (odoroso di vino) la signora profondamente addormentata con una rivoltella in mano e l’amante con il buco di un colpo di pistola in testa, si tratta del maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, addetto culturale del consolato tedesco (spasimante di Enrica, tempo prima). Incombono guai sotto tutti i profili, giudiziari politici emotivi. Decidono di precipitarsi sulla scena del crimine facendosi accompagnare anche dall’amico medico (antifascista) Bruno Modo. Maturano un’idea circa l’accaduto ma sopraggiungono quattro uomini vestiti di scuro con i cappelli a tesa larga in una specie di divisa, la polizia politica. Vengono cacciati in malo modo. Pare che Manfred fosse una spia, c’è una lotta al vertice delle dittature sia in Germania che in Italia, Livia è caduta in disgrazia a Roma, non sono velate le minacce alle famiglie di tutti. Risulterà davvero difficile indagare, ancor più individuare e perseguire gli assassini.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie sarebbe giunta al termine con questo (dodicesimo) romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, passiamo qui dal maggio 1933 all’estate 1934.
Gli eventi renderanno inevitabile abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi era certo di essere pazzo, ora non più, però mantiene una peculiarità al limite del paranormale e non sa se possa trasmettersi alla prole: nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto ora solo da Enrica, con la quale condivide tutto). La narrazione è in terza varia, Ricciardi ha tutte le sue donne attorno, in differente modo. Sa di aver ereditato la follia dalla madre, la defunta baronessa Marta, e lei gli appare spesso in testa per rimproverarlo. Prova un amore nuovo e profondo per la moglie Enrica e ha paura di metterla in pericolo perché si vogliono bene, perché lei è in procinto di partorire, perché lui deve affrontare subdoli criminali.
Vuole salvare Livia e lei è comunque ancora perdutamente innamorata di lui.
Come al solito lo aiuta la meravigliosa Bianca Borgati, ora ricchissima e sola, altra vittima del suo tetro fascino. La bruttissima giovanissima governante Nelide anticipa ogni suo desiderio, innanzitutto curandosi della gravidanza, ma questa volta s’inserisce pure nell’indagine seguendo in sogno i consigli di zi’ Rosa. E sono soprattutto le lettrici donna (l’ampia maggioranza di chi legge) che stanno protestando con l’autore per far tornare Ricciardi, prima o poi. Certo è che il romanzo è bello e la fine impeccabile. Il maestro del noir sentimentale evita con cura la tipologia degli altri finali annunciati, costruisce una trama originale e coerente, a più strati affettivi. Ovviamente si mangia (bene) cilentano. E le magnifiche appropriate canzoni napoletane illuminano ogni ora del giorno e ogni relazione di emozioni.

di Valerio Calzolaio

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