ROJAVA

 -  - 


IL MASSACRO DI UN’IDEA

Le parole spesso mentono. E’ il caso del nome affibbiato dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’operazione militare che sta sterminando la comunità curda nel nord della Siria.

“Sorgente di pace” e’ stata battezzata l’offensiva turca oltre confine che, giorno dopo giorno, si sta rivelando un vero e proprio genocidio per migliaia di persone massacrate dai colpi d’artiglieria e dalle milizie jihadiste schierate da Ankara come avanguardia dell’esercito regolare. Bande di tagliatole legate all’ISIS ed ad al-Qaeda, incaricate di ripulire i villaggi e di eliminare tutti coloro sospettati di avere legami con la coalizione che negli ultimi anni aveva dato vita ad un governo democratico il quella porzione di territorio siriano denominata Rojava.

Tra le vittime eccellenti dell’offensiva turca, spicca il nome dell’attivista per i diritti civili nonché segretaria generale del Partito del Futuro Siriano, Hevrin Khalaf, seviziata e poi uccisa sabato scorso mentre si stava recando in auto nella città di Qamishli vicino al confine iracheno.

Una persona carismatica, schierata per la convivenza pacifica tra le comunità che popolano la regione e paladina dei diritti delle donne che proprio nel Rojava, caso unico in quasi tutto il Medio-Oriente, rivestono incarichi di responsabilità negli organismi amministrativi e militari.

Un modello di emancipazione che la guerra scatenata da Erdogan vuole assolutamente cancellare, riportando il ruolo della donna ad una condizione di sottomissione degna della visione oscurantista imposta dal Califfato.

E’ forse questa la vera ragione dell’intervento turco in Siria, aldilà degli annunci ufficiali che parlano della necessità, per questioni di sicurezza interna, di creare un corridoio che spezzi i legami tra le YPG, le Unita’ di Protezione Popolare siriane e il PKK, il Partito Comunista Curdo illegale in Turchia, il cui leader Abdullah Ocalan e’ detenuto in isolamento da vent’anni nella prigione di massima sicurezza nell’isola di Imrali nel Mar di Marmara.

Sul fronte militare dopo una settimana di feroci combattimenti, che hanno causato decine di vittime e l’esodo forzato di centinaia di migliaia di persone, la situazione sembra avvitarsi in una fase di stallo.

A difesa del popolo curdo infatti si sta muovendo l’esercito regolare siriano appoggiato da Mosca che da sud sta avanzando verso le regioni settentrionali.

Un intervento tardivo, dovuto soprattutto alla paura del regime di Damasco di vedere il nord del paese ricadere nelle mani delle formazioni sunnite legate all’ISIS e all’opportunità di smantellare il sogno di un’enclave indipendente curda.

Da parte della comunità internazionale invece sembra prevalere un’atteggiamento attendista, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte europea, aldilà di sterili proclami che parlano di embargo sulla vendita d’armi, dopo aver rifornito per anni gli arsenali del Sultano di tecnologia militare.

Neanche le minacce che arrivano da Ankara di spingere milioni di profughi verso l’Europa, sembrano spronare il Vecchio Continente ad adottare una linea più ferma nei confronti della strategia belligerante di Erdogan.

Il tutto sulla pelle del popolo curdo, abbandonato come sempre al proprio destino.

di Diego Grazioli

bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.