Diritti, pretese, arroccamenti

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L’alleanza giallorossa e i nodi di un accordo mal nato

Osservava qualche anno fa un comico utilizzando un’espressione vernacolare “parlaimmo e nun ce capaimmo” ossia parliamo, parliamo ma non riusciamo a capirci. Non passa giorno che osservando il cammino del nuovo esecutivo e quello delle forze politiche siamo presi da una forte sensazione di sconcerto che ci conduce a ricordare un vecchio adagio, perla di saggezza popolare: “quando sono troppi i galli a cantare, non si fa’ mai giorno!”
Da questo substrato di antica origine proviamo allora ad analizzare la realtà nella speranza spesso vana, di trovare qualcosa che ci dia il senso di un cammino comprensibile, condiviso e soprattutto visto da tutti i partecipanti in un modo quanto meno, in ipotesi comune. E non un costante, continuo, irritante ripetersi di affermazioni di diritti, moltiplicarsi di pretese condito da arroccamenti sempre meno collegati ai dati reali e frutto evidente di guerre interne, tra gruppi, gruppuscoli e via dicendo.
La prima reazione è che quelle due, tre Italie, delle quali si dibatteva qualche anno fa dinanzi alle trasformazioni radicali della rappresentanza politica, siano in realtà diventate tanto numerose da non essere catalogabili a meno di defatiganti sforzi interpretativi. Qualsiasi tema, qualsiasi argomento oggetto di decisioni si scontra con la parcellizzazione, lo sminuzzamento, la moltiplicazione di interessi non conciliabili tra loro se non a meno di dosi sovrabbondanti di sintesi improbabili e senza futuro.
Per rimanere su numeri rassicuranti, una prima Italia, per così dire, in ossequio all’attuale consistenza parlamentare è quella del movimento grillino. Per i cinquestelle, in assenza di una visione politica classica, ma anche di una realistica analisi dell’esistente, l’unico obiettivo è quello di destrutturare, scomporre, far deflagrare tutto ciò che in questi settant’anni di democrazia si è faticosamente garantito. Ogni intervento mira a bloccare, fermare, stravolgere qualsiasi cosa capiti alla loro attenzione. Ecco che arrivano come spot e come risultati ottenuti con una sorta di ricatto morale, la diminuzione dei parlamentari fine a se stessa, la lotta alla corruzione per far cassa potremmo dire nell’immediato, facendo l’occhiolino alla parte giustizialista del popolo italiano, ancora completamente abbacinato dalla rivoluzione delle procure degli anni novanta. Ancora il blocco delle infrastrutture, la promozione di ogni mobilità che contrasti con quella automobilistica, ma senza prender atto di quel che il Paese è in realtà oggi, ma ritenendo che spaccando tutto e cambiando tutto, si otterrà il risultato da loro propagandato. La complessità dell’Italia di oggi viene costretta in disegni e progetti che nulla hanno a che vedere con la crescita organica e stabile del sistema. Basti pensare al risultato strutturale pressoché nullo del reddito di cittadinanza che non ha creato aumento dell’occupazione e neppure raggiunto tutti coloro per i quali la misura era stata posta (poco meno di un terzo il dato raggiunto). Si dirà che certe misure richiedono tempo, peccato che sono state contrabbandate come panacea immediata contro la povertà e via discorrendo.
Un’altra Italia è quella del Pd, o meglio di ciò che attualmente si definisce tale.
Neppure l’ircocervo, famosa iperbole di Umberto Eco, può aiutarci a capire che cosa sia rimasto di una forza politica che ha governato il paese per decenni, contendendo il potere al centrodestra a guida berlusconiana. Oggi che il nemico/avversario, fa i conti con l’avanzare anagrafico personale e della sua concezione politica, il partito non sembra più avere un orientamento comprensibile. La defenestrazione di Renzi, ancorché liberamente decisa da quest’ultimo, è stata vista come l’occasione di ritornare al buon tempo antico del partito della sinistra italiana che storicamente è sempre stata minoritaria e condannata a lunghi periodi di opposizione. Il dato che però non si analizza a sufficienza è che malgrado proclami, progetti, parole al vento non esiste più quell’alleanza tra antiche dottrine politiche del dopoguerra e che la parte ex comunista da sempre egemone ha rigettato con violenza l’esperimento dell’ex sindaco di Firenze, con ciò cercando di porre fine a quella sintesi. La presenza di quest’ultimo aveva fatto balenare un riequilibrio tra le diverse anime e un duopolio interno. Il riflesso condizionato del centralismo democratico, mai abbandonato nella realtà ma solo addomesticato nelle parole d’ordine di questi anni, ha di fatto portato all’esplosione e alla dispersione. Oggi la stessa dirigenza (meglio dire quanti ad essa anche inconsciamente si richiamano) sta cercando di riproporre quello schema sostituendo agli ex dc, i grillini cosiddetti di sinistra, ammesso che per il movimento queste definizioni abbiano ancora senso. Un’ipotesi politica rischiosa per lo stesso partito e per il Paese che se porterà qualche risultato percentuale in qualche elezione locale, non riuscirà mai a proporre qualcosa di nuovo e di sensato in termini politici: un papocchio, insomma.
C’è poi in fieri l’Italia di Renzi, quella che guarda al centro dello schieramento da anni bivacco di manipoli e deserto elettorale. Uno scostamento concettuale (vedi l’invito a chi vorrebbe lasciare Forza Italia) ancora troppo recente per capire se attecchirà e in che termini in quel luogo vuoto pneumatico ma affollatissimo che è il centro politico.

Un dato questo che ci sposta nel centrodestra ormai a trazione salviniana, dove la meteora dell’ex cavaliere sta compiendo l’ultima traiettoria che lo vede come una sorta di padre nobile, di riferimento moderato in una coalizione possibile fortemente sbilanciata in salsa leghista ancorché nazionale e rafforzata dal recente sorpasso di Fratelli d’Italia sul rassemblement berlusconiano. Altro elemento che non fa pensare ad una sintesi adeguata alla maggioranza degli italiani che votano sempre meno e che se votano sembrano in preda a forme di schizofrenia, nel tentativo disperato di ritrovare un elemento di equilibrio nel sistema impazzito!

di Roberto Mostarda

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