ROJAVA: UN DESTINO INCERTO

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Comunque andrà a finire, il destino del popolo curdo della Rojava rimarrà incerto. La tregua, concordata dal vice Presidente americano Mike Pence con Recep Tayyip Erdogan, che prevede il ritiro delle milizie curde da una fascia di 32 chilometri a ridosso del confine turco sembra reggere. I combattenti delle YPG hanno abbandonato la strategica città di Ras al-Ayn per dirigersi verso l’interno della regione, mentre l’esercito turco e quello siriano si stanno disputando il controllo di quello che rimane del centro abitato dopo i pesanti bombardamenti effettuati dall’artiglieria di Ankara. Una corsa contro il tempo per i due schieramenti, entrambi in attesa delle decisioni che arrivano dal Cremlino. Dopo il ritiro del contingente americano, Vladimir Putin e’ diventato l’unico play marker del destino del Rojava e dei suoi abitanti. Il Presidente russo e’ infatti il solo leader che può fermare l’avanzata del contingente turco, in virtù delle ottime relazioni instaurate con il suo omologo di Ankara e soprattutto potendo contare su migliaia di soldati dislocati in Siria. I segnali che arrivano da Mosca fanno presagire un consolidamento del rapporto con il Presidente siriano Bashir el-Assad che sta inviando nella zona di confine le unita’ speciali del suo esercito, che di fatto tornerebbe a controllare la regione nord-orientale del paese, facendo così svanire il sogno di un enclave autogestita dai curdi. Un compromesso accettabile anche per Ankara, che così vedrebbe spezzare il legame territoriale tra i curdi della Siria e quelli della Turchia, tornando allo status quo ante la guerra civile siriana. Questo il disegno che si sta instaurando in questa strategica zona del Medio-Oriente. C’e’ pero’ un’incognita che sta facendo tremare i polsi a tutti i principali attori di questa partita: il destino dei combattenti jihadisti dell’ISIS e di al-Qaeda, sconfitti sul campo dalle milizie curde ma destinati a recitare ancora un ruolo di primo piano nella zona occidentale della Siria a maggioranza sunnita. I combattenti del Califfato infatti potrebbero riconquistare una porzione di territorio al confine con l’Iraq dalla quale poter continuare a pianificare azioni terroristiche a livello globale. Uno scacco per i paesi occidentali, investiti negli scorsi anni da una serie devastante di attentati che hanno causato centinaia di vittime. Su questo fronte e’ la Francia a temere il peggio, ed e’ questa la ragione che sta spingendo il suo Presidente Emmanuel Macron a presentare presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione che consenta alla comunità curdo-siriana di mantenere una propria infrastruttura militare in grado di combattere sul campo l’eventuale ritorno del Califfato. Una preoccupazione che in queste ultime ore sta tormentando anche i piani alti di Washington. Secondo il New York Times, il Presidente Donald Trump sarebbe pronto all’ennesima piroletta, decidendo di lasciare al confine tra Siria e Iraq un contingente composto da circa 200 uomini con il compito soprattutto di controllare i pozzi petroliferi evitando che cadano nelle mani delle forze jihadiste che, con gli introiti del greggio, potrebbero rialzare la testa almeno dal punto di vista economico, condizione indispensabile per un’effettiva riorganizzazione militare. 

di Diego Grazioli

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