Addio al Foro Sociale Mondiale?

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Riflessioni in apertura del Foro GTN (Great Transition Initiative) di Settembre 2019

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Il primo Foro Sociale Mondiale del 2001 venne inaugurato nel nuovo millennio con un’affermazione coraggiosa: “Un mondo diverso è possibile”. Quell’incontro a Porto Alegre, Brasile, rappresentava un’alternativa ed una sfida al Foro Economico Mondiale, che si stava svolgendo nello stesso momento ad un oceano di distanza, sulle Alpi nevose di Davos, Svizzera. Luogo per élites di potere che stabilivano il corso dell’economia mondiale, il WEF (World Economic Forum) era allora e rimane a tutt’oggi, il simbolo della finanza globale, del capitalismo incontrollato e del controllo della politica da parte delle multinazionali.
Il WSF, di contro, fu creato per essere un’arena di discussione nella quale dare voce alla base della società civile. L’idea cominciò ad insinuarsi sin da una visita del 1999 a Parigi di due attivisti brasiliani, Oded Grajew, che stava lavorando nel campo della responsabilità sociale delle imprese, e Chico Whitaker, segretario esecutivo della Commissione di Giustizia e Pace, un’iniziativa della Chiesa Cattolica Brasiliana. Incensati dall’onnipresente e acritica copertura delle notizie di Davos, i due si incontrarono con Bernard Cassen, editore di Le Monde Diplomatique, che li incoraggiò ad organizzare un contro-Davos nel Global South. Con il supporto del governo di Rio Grande do Sul, un comitato di otto organizzazioni brasiliane lanciò il primo WSF. Ci si aspettava che sarebbero state presenti circa 3.000 persone (lo stesso numero di Davos), invece per sei giorni si recarono a Porto Alegre 20.000 attivisti da tutto il mondo per organizzare e condividere le loro visioni.
Gli incontri annuali del WSF riscossero un grande successo, registrando invariabilmente quasi 100.000 partecipanti (anche fino ad arrivare ai 150.000 nel 2005). Successivamente, gli incontri vennero trasferiti fuori dall’America Latina, prima a Mumbai nel 2004, a cui parteciparono 20.000 Dalit, successivamente a Caracas, Nairobi, Dakar, Tunisi e Montreal. Nel corso degli anni furono create altre due correnti – i Fori Sociali regionali e i Fori Sociali Tematici – ad integrare l’incontro centrale annuale, e in molti paesi si tennero i Fori Locali. Il WSF ha riunito in tutto milioni di persone disposte a pagarsi il viaggio e le spese di alloggio per condividere le loro esperienze e i sogni collettivi per un mondo migliore.
La Carta dei Principi del WSF, stilata dal comitato organizzativo del primo Foro e adottata durante lo stesso evento, rifletteva questi sogni. La Carta presenta una visione dei gruppi di società civile profondamente interconnessi tra di loro, che collaborano per creare nuove alternative al capitalismo neoliberale, radicate nei “diritti umani, nelle pratiche della vera democrazia, nella democrazia partecipativa, nelle relazioni pacifiste, in uguaglianza e solidarietà tra persone, etnie, generi e popoli”.
Ancora, il “come” realizzare qualsiasi visione era dibattuto sin dall’inizio. Il primo principio della Carta descrive il WSF come un “luogo di incontro aperto” che, secondo l’interpretazione dei fondatori brasiliani, gli precludeva di prendere posizioni sulle pressanti crisi mondiali. Questa resistenza all’azione politica collettiva relegò il WSF ad un luogo di dibattito autoreferenziale, piuttosto che farne un corpo capace di operare una vera azione nell’arena internazionale.
Non fu proprio così. Infatti, nel 2002 il Forum Sociale Europeo fece un appello per una protesta di massa contro l’incombente invasione dell’Iraq da parte degli USA e il successivo Forum del 2003 giocò un ruolo fondamentale nell’organizzazione della giornata di azione del mese successivo, che vide 15.000 persone protestare nelle strade di 800 città in tutti i continenti – la più grande manifestazione della storia a quel tempo. Ad ogni modo, gli organizzatori principali del WSF, che non erano interessati a questo percorso, predominarono; fatto inscindibile dalla carenza di democrazia che ha sempre perseguitato il Forum.
Infatti il WSF non ha mai avuto una leadership eletta democraticamente. Dopo il primo incontro, il Comitato ospitante brasiliano convocò una riunione a Sao Paolo per discutere il modo migliore per portare avanti il WSF. Invitò numerose organizzazioni internazionali e nel secondo giorno ci nominò tutti membri del Consiglio Internazionale. Molte organizzazioni importanti, che non erano interessate a questo incontro, vennero tagliate
fuori dal Consiglio e quelle che invece avevano presenziato erano per la maggior parte dall’Europa e dalle Americhe. Negli anni seguenti gli sforzi per cambiare la composizione del Consiglio crearono tanti problemi quanti ne risolsero. Molte organizzazioni volevano essere rappresentate nel Consiglio ma per un criterio vago di valutazione della loro rappresentatività e forza, il Consiglio divenne presto una lunga lista di nomi (molti inattivi) che cambiavano ad ogni riunione. Nonostante le ripetute richieste da parte delle organizzazioni che partecipavano, i fondatori brasiliani si sono rifiutati di rivedere la Carta, difendendola come un testo immutabile, piuttosto che un documento nato in un particolare contesto storico.
AD UN BIVIO
Il futuro del WSF resta incerto. Per la paura sbagliata di possibili divisioni, i fondatori brasiliani hanno contrastato gli sforzi tesi a permettere al WSF di fare dichiarazioni politiche, di nominare dei portavoce e di rivalutare il principio di orizzontalità come base della governance, che eviti strutture decisionali rappresentative. Forse più significativamente, si sono opposti agli appelli di quanti volevano trascendere la missione originale del WSF come luogo di discussione e volevano farlo diventare uno spazio di organizzazione. Siccome non era permesso che ci fossero portavoce, i media non intervennero più perché non avevano interlocutori.
Furono proibite anche dichiarazioni generali che non avrebbero causato nessuno scisma, come condanne a guerre o appelli per l’azione per il clima. Come risultato di questo, il WSF è diventato simile ad un ritiro di sviluppo personale, dove i partecipanti vanno via con rinnovate energie individuali ma senza alcun impatto sul mondo.
Per questa sua incapacità di adattarsi, e di conseguenza di agire, il WSF ha perso un’opportunità per influenzare il modo della gente di comprendere la crisi che il mondo si trova davanti, un vuoto che è stato riempito dal risorgere della destra. Nel 2001 la crisi della globalizzazione era emersa soprattutto nella sinistra, la quale evidenziava come la globalizzazione guidata dai mercati avesse ripercussioni negative sui lavoratori e sull’ambiente. Da allora, per il fatto che il WSF vacillava e i partiti socialdemocratici ottenevano il consenso neoliberista al governo, la destra è riuscita a capitalizzare l’ampia e crescente ostilità alla globalizzazione, radicata soprattutto nel fatto che la classe operaia si sentiva lasciata indietro. Prima della crisi finanziaria degli Stati Uniti del 2008 e di quella dei legami sovrani europei del 2009, il Fronte Nazionale in Francia era l’unico partito di destra istituito in occidente. Da allora, con dieci anni di caos economico e austerità brutale, i partiti di destra sono sbocciati ovunque.
L’inquietante crescita della destra anti-globalizzazione ha sovvertito molti presupposti e alleanze politiche. All’inizio del WSF i nostri nemici erano le istituzioni finanziarie internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Ora, queste istituzioni aiutano a ridurre l’ineguaglianza dei redditi e ad aumentare gli investimenti
pubblici. Anche l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization), l’infame bersaglio di proteste di massa nel 1999, era nostra nemica, per aver distorto le regole del commercio globale a favore delle multinazionali; ora il presidente degli USA Donald Trump sta cercando di smantellarla in modo che non abbia proprio nessuna regola. Criticavamo la Commissione Europea per il suo impegno nel libero mercato e per non essere attiva nel sociale: ora dobbiamo difendere l’idea di un’Europa Unita contro il nazionalismo, la xenofobia e il populismo. Queste forze hanno capovolto e trasformato le dinamiche della politica globale. Secondo la nostra diagnosi, quelli che combattevano la globalizzazione e il multilateralismo ora si sono trasformati in forze di destra.

GUARDANDO AVANTI
Esiste allora un futuro per il Foro Sociale Mondiale? A rigore di logica le prospettive non sono buone. Il presidente del Brasile, di destra, Jair Bolsonaro, un alleato degli uomini forti di tutto il mondo, ha annunciato che proibirà qualsiasi sovvenzione al Foro, mettendo gravemente a rischio il suo futuro. Realizzare un foro di tale portata richiede un supporto finanziario significativo, e un governo che almeno garantisca i visti ai partecipanti che vengono da tutto il mondo. Le allora vivaci organizzazioni brasiliane della società civile del 2001 ora stanno lottando per sopravvivere.

Infatti, i governi di destra nel mondo attaccano la società civile globale come un concorrente o un nemico. In Italia, l’(ex) Ministro degli Interni Matteo Salvini ha fatto pressioni per eliminare lo stato fiscale di non profit. Così come Salvini ha fatto in Italia, Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Narendra Modi in India e Shinzo Abe in Giappone, e altri, si rifiutano di dare ascolto alla voce della società civile. Il loro attacco sempre più duro alla società civile potrebbe significare la fine ufficiale del Foro Sociale Mondiale, sebbene anche lo stesso rifiuto del WSF di evolversi al passo con i tempi lo abbia reso vulnerabile a queste aggressioni.
Se il Foro Sociale Mondiale sparisse come attore dalla scena globale, possiamo comunque imparare molte valide lezioni dalla sua storia nel momento in cui decidessimo di mettere in piedi nuove iniziative per un “movimento dei movimenti”.
Primo, dobbiamo incoraggiare l’unità della società civile. Boaventura de Sousa Santos, l’antropologo brasiliano e uno degli attori principali del WSF, sottolinea l’importanza della “traduzione” tra i flussi dei movimenti. Le organizzazioni femminili concentrano la loro attenzione sul patriarcato, quelle indigene sullo sfruttamento coloniale, quelle per i diritti umani sulla giustizia e quelle ambientaliste sulla sostenibilità. La costruzione della comprensione e della fiducia reciproche e della base per un lavoro collettivo richiede un processo di traduzione ed interpretazione delle diverse priorità, inserite in una cornice olistica.
Qualsiasi iniziativa volta a costruire il coordinamento di un movimento transnazionale deve affrontare questa sfida. Mentre da una parte è più facile costruire un’azione di massa contro un nemico comune, dall’altra mettere in piedi un movimento culturale condiviso richiede un processo di dialogo costante. Il WSF è stato utile a capire che c’è bisogno di un approccio olistico per combattere, con un ordine del giorno comune, i cambiamenti climatici, la finanza incontrollata, l’ingiustizia sociale e il degrado ecologico. Per mettere in piedi un movimento che funzioni, è fondamentale tenere conto dell’esperienza acquisita sul campo, di come i problemi siano intersecati. Il WSF ha reso possibili alleanze tra i movimenti sociali che avevano ottenuto la loro legittimità lottando contro il sistema e la miriade di NGO che avevano ottenuto la loro grazie all’agenda delle Nazioni Unite. Questo è sicuramente un contributo storico significativo, che permette di passare alla prossima fase dell’evoluzione della società civile.
Secondo, dobbiamo bilanciare l’orizzontalità e la struttura organizzativa del movimento.
Per la stragrande maggioranza dei partecipanti ai movimenti progressisti all’avanguardia dell’ultimo mezzo secolo, la nozione di partito politico, o di qualsiasi cosa simile, è stata collegata al potere che opprime, alla corruzione e alla mancanza di legittimità. Questo sospetto di associazione con il nemico, che soggiace all’ideologia di base del WSF, ha contribuito alla sua mancanza di azione.
Questa tendenza a rigettare la verticalità per paura di finire in combutta con l’oppressore, ha rappresentato una sfida ancora più grande per la creazione di un movimento globale: quelli che volevano rappresentare in linea di principio il gruppo di elettori più nutrito, mettono in dubbio le strutture organizzative generali. Basandosi su un’esperienza storica, temono la generazione di insane strutture di potere, la corruzione degli ideali e la mancanza di una partecipazione reale. Tuttavia, la coordinazione è essenziale perché un movimento globale diverso sviluppi una coerenza sufficiente. Il compito è trovare forme legittime di organizzazione collettiva che bilancino la tensione tra gli impegni sia per l’unità che per il pluralismo.

Terzo, lo sforzo di un movimento globale deve navigare in un nuovo panorama multimediale. Internet ha cambiato le caratteristiche della partecipazione politica. Si è ristretto lo spazio e il tempo è diventato fluido e compresso. I social media sono diventati più importanti dei media convenzionali. Infatti sono stati decisivi, per esempio, per l’elezione di Bolsonaro in Brasile, di Salvini in Italia, così come per la Brexit nel Regno
unito. I quotidiani americani hanno una tiratura giornaliera di 62 milioni di copie (10 milioni per i giornali di qualità come Wall Street Journal, New York Times, e Washington Post), mentre Trump twitta allo stesso numero di followers. Allo stesso modo le tecnologie della comunicazione, mentre vengono usate dalle destre per seminare confusione e abusi, devono avere un ruolo centrale nelle campagne di un movimento transnazionale che promuova consapevolezza e solidarietà.
L’apatia politica dei potenziali alleati rappresenta una sfida tanto grande quanto quella dell’ondata di destra. Questo non è un fenomeno nuovo. L’annuncio trionfale di trent’anni fa della fine dell’ideologia e della storia ha contribuito a silenziare quello che allora era l’esplicito dibattito sulla visione a lungo termine della società. Invece, i tecnocrati del Fondo Monetario Mondiale, della Banca Mondiale e del Tesoro americano, rifilarono il Washington Consensus al resto del mondo: la deregolamentazione finanziaria, la liberalizzazione del commercio, la privatizzazione e l’austerità fiscale. I benefici della globalizzazione avrebbero sollevato tutte le barche; avrebbero ridotto i costi sociali improduttivi; avrebbero privatizzato la sanità e alte istituzioni; avrebbero globalizzato i commerci, la finanza e l’industria. I partiti occidentali di centro-sinistra si rassegnarono a questo nuovo mondo coraggioso. I leader della “Terza Via”, come il Primo Ministro britannico Tony Blair, spiegavano che siccome la globalizzazione delle aziende era inevitabile, i progressisti potevano tutt’al più conferirle un aspetto umano. In assenza di una vera alternativa al paradigma dominante, le sinistre persero i loro collegi elettorali. Il disastro lasciato alle spalle dai governi neoliberisti è diventato il motore delle forze populiste e xenofobe di tutto il mondo.
Guardando avanti, per costituire una formazione politica fattibile per poter realizzare una Grande Transizione, dobbiamo trovare una bandiera comune sotto cui le persone possano riunirsi. L’azione per il clima ha svolto questa funzione sempre di più, grazie alla giovane età dei militanti del movimento per il clima che è una ragione di speranza. Il movimento dello sciopero per il clima, condotto dalla studentessa svedese Greta Thunberg, ha impegnato decine di migliaia di studenti in tutto il mondo e ha dimostrato che la battaglia per un mondo migliore è cominciata. Questi nuovi giovani attivisti, molti dei quali probabilmente non hanno nemmeno mai sentito parlare del WSF, non fingono di arrivare con una piattaforma prefabbricata, loro chiedono semplicemente al sistema di ascoltare gli scienziati. La mancanza di una visione piena permette loro di evitare molti dei problemi del WSF, questo ancora sottolinea quanto il sistema abbia esaurito la sua fattibilità di fronte alle crisi a spirale.
Milioni di persone in tutto il mondo sono impegnate al livello di base, centinaia di volte in più rispetto al WSF. La grande sfida è connettersi con coloro che lavorano per cambiare le attuali tendenze disastrose, chiarendo che non facciamo parte delle strutture d’élite e che, infatti, abbiamo un nemico comune. I presupposti storici soggiacciono alla possibilità di un tale progetto, le nostre visioni di un mondo diverso gli danno una direzione e la crescente irrequietezza di moltissima gente comune è un auspicio promettente.
È possibile trovare le modalità di comunicazione e di alleanza per galvanizzare il movimento globale e farlo avanzare? Io non vedo molto valore in una coalizione di organizzazioni e militanti che si incontrano soprattutto per parlare tra di loro. L’azione collettiva è necessaria per controbilanciare il declino della democrazia, aumentando la partecipazione civica e mantenendo in primo piano valori e visioni. Nel WSF il dibattito sull’opportunità di muoversi in questa direzione sta andando avanti da un po’ di tempo ma si è ripetutamente scontrato con l’intransigenza dei fondatori.
Sarebbe un errore perdere l’impressionante storia del WSF e il potere aggregativo delle autorità che convocano alla partecipazione. Ma dobbiamo ricrearlo in modo che sia conforme al presente barbarizzato. Saremo in grado di riformare il WSF e, se questo non è possibile, di creare un’alternativa? I cittadini sono diventati più consapevoli del bisogno di cambiamento rispetto a quando ci siamo incontrati per la prima volta a Porto Alegre molti anni fa ma sono anche più divisi, alcuni hanno preso il cammino reazionario seguendo leaders autoritari, alcuni il cammino progressista della giustizia sociale, della partecipazione, della trasparenza e della cooperazione. Dal momento che il sistema convenzionale si destabilizza e perde legittimità, dar vita ad un WSF rinnovato – o creare una nuova piattaforma – potrebbe essere più facile della sfida affrontata 18 anni fa nel lanciare il processo. Ancora, dobbiamo considerare che la nuova fase avrebbe nuovi leaders, larga partecipazione e riconoscimento del bisogno di creare nuove strutture. Di questi tempi, questo è un’ardua impresa.
http://www.other-news.info/notizie/2019/10/24/addio-al-foro-sociale-mondiale/
Il dibattito del Forum della Great Transition Initiative è online su
https://greattransition.org/gti-forum/farewell-to-the-wsf

di Roberto Savio

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