Dati personali e Profilazione

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Utilità meccanica vs il diritto di poter essere oggi l’eccezione a ciò che si era ieri

Ci sono volte, in cui le regole di una certa branca del sapere sono molto lontane dal cosiddetto buon senso dell’uomo comune.
Lo sa bene, ad esempio, chi è stato dal fisioterapista, e si è visto trattare un dolore alla spalla con un massaggio… al fegato. Oppure gli avvocati, quando assistono sconsolati alle iniziative di alcuni clienti che marciano soddisfatti verso il burrone convinti che “in questo caso la legge non poteva essere più chiara di così”.
In materia di privacy, la confusione è tanta, e il fenomeno della profilazione rappresenta un esempio importante di regola che rischia di venire trattata con superficialità, applicata male e compresa peggio.
Proviamo a fare un poco di chiarezza.
L’ESEMPIO
Immaginiamo di avere un’azienda con un discreto pacchetto di clienti. Abbiamo montagne di dati che li riguardano; dati relativi a ciò che hanno fatto con noi, a ciò che hanno scelto e comprato. Ma in una miniera di consumismo globale a malapena sostenibile e a rischio di collasso, da questa massa di dati può essere tratto ancora un valore, un’ultima vena d’oro. Quei dati possono dirci la cosa più importante, e cioè cosa faranno e cosa compreranno quelle persone.
E che questo cannocchiale sul futuro sia strategico non c’è dubbio: in Occidente il mercato è saturo e i costi di produzione sono alti, per non parlare di dazi e sgambetti commerciali che le singole nazioni ogni tanto si dedicano a vicenda.
IL G.D.P.R.
Ora che è più chiaro il contesto e la ragione dell’interesse per la profilazione, vediamo le regole.
L’Articolo 4 del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio, relativo alla protezione dei dati personali delle persone fisiche (noto per praticità anche come G.D.P.R.) definisce la profilazione come “qualsiasi forma di trattamento automatizzato di dati personali consistente nell’utilizzo di tali dati personali per valutare determinati aspetti personali relativi a una persona fisica, in particolare per analizzare o prevedere aspetti riguardanti il rendimento professionale, la situazione economica, la salute, le preferenze personali, gli interessi, l’affidabilità, il comportamento, l’ubicazione o gli spostamenti di detta persona fisica”.
A perdersi ci si mette un attimo. Capiamo che quando un sistema informatico viene messo a lavoro per lavorare dei dati personali di qualcuno e estrarne in autonomia delle previsioni sul futuro di questo
qualcuno, allora è profilazione.
Ma a che serve?
Ci soccorre il più concreto Considerando 70 dello stesso Regolamento, secondo cui “L’interessato dovrebbe avere il diritto di non essere sottoposto a una decisione, che possa includere una misura, che valuti aspetti personali che lo riguardano, che sia basata unicamente su un trattamento automatizzato e che produca effetti giuridici che lo riguardano o incida in modo analogo significativamente sulla sua persona, quali il rifiuto automatico di una domanda di credito online o pratiche di assunzione elettronica senza interventi umani”.
Esso ci spiega che uno dei casi in cui la profilazione può avere un effetto negativo molto grave è quello in cui, ad esempio, una richiesta di finanziamento viene respinta sulla base di calcoli elaborati da un programma, che fornisce una risposta predittiva senza che nessun nostro simile possa aggiungere nulla.
Le regole europee hanno confermato e rafforzato l’approccio rigido nei confronti della profilazione: chi vuole tenere traccia e tenere conto delle informazioni che mi riguardano, per creare un profilo di me e usarlo per arrivare a coinvolgermi / ammettermi sono in quelle attività (una campagna marketing, un progetto) che sono ritenute le più adatte per me escludendomi dalle altre, dovrà fornirmi diverse informazioni al riguardo, ottenere uno specifico consenso, lavorare i dati con certe cautele, subire le mie richieste e opposizioni e rassegnarsi a interrompere questa attività dopo un tempo relativamente breve; e tutto questo con poche eccezioni.
LE PERPLESSITÀ
Contro questo pacchetto di regole stringenti, non sono mancate critiche e interrogativi.
Cosa c’è di male nell’imparare qualcosa dei propri clienti / utenti / soci / iscritti?
I)- Supponiamo di dover scegliere tra tante informazioni che potremmo dare loro; non è meglio per tutti se puntiamo direttamente a quelle che interessano di più? Saremmo meno invadenti e più utili.
II)- Cosa possiamo aggiungere di più preciso o più giusto ai calcoli di un sistema automatizzato elaborato da tanti esperti, tarato tenendo conto di decine di variabili e di migliaia di casi simili a quello che magari noi affrontiamo per la prima volta?
III)- Se una persona mi richiedesse di partecipare a un’attività, ma analizzando i suoi dati un software accurato prevedesse che quella persona non è nelle condizioni (economiche, personali, familiari) per poter arrivare fino in fondo, chi sono io per ignorare questa mole di fatti e decidere diversamente dall’algoritmo, facendo correre magari dei rischi che si potevano evitare?
E POI ARRIVANO LE SEYCHELLES.
Le regole che limitano la profilazione, tuttavia, forse un senso ce l’hanno. Proviamo a trovarlo con un esempio.
Una gentile signora, ogni settembre, chiama la sua agenzia viaggi per farsi anticipare le novità sui pacchetti invernali. Negli anni, tutti nell’agenzia hanno capito che la signora predilige soggiorni al mare di un certo tipo, e alla sua telefonata si fanno trovare pronti con un’accattivante varietà di soggiorni in paradisi del mare. Hanno cataloghi con migliaia di possibili offerte, ma la signora da tempo è diventata “quella delle Seychelles”.
In casi come questi il danno, quando c’è, è difficile da percepire e scivoloso da motivare; per questo è parsa opportuna una riflessione su questo tema.
La signora è stata inserita in una categoria, in un insieme ben preciso di persone, “quelli del mare”.
Il venditore del servizio si è basato sulle sue preferenze, certo, e la signora sarà anche appagata: ma se poniamo i fatti in una prospettiva ripetuta sul lungo periodo, un “tag” così impostato diventa una vera e propria castrazione delle possibilità umane.
Non serve tirare in ballo chissà quale dimensione etica: i grandi colossi fornitori di beni e servizi, d’altronde, sono i primi a cavalcare delle artefatte “rivoluzioni” di gusti o costumi quando ritengono che questa nave possa far traghettare più passeggeri verso la loro offerta.
No, qui si prende in considerazione la concreta e quotidiana potenzialità di ciascuno di noi, di essere e poter essere oggi diversi da ciò che si era ieri.
Lasciare che le informazioni su una persona si stratifichino senza soluzione di continuità significa far costruire un’immagine di quella persona, sempre più immobile; è come fornire ognuno di noi di una chiave personalizzata, all’inizio fors’anche utile ma che ci consentirà di aprire solo e sempre le stesse porte. Tra l’altro, spesso l’immagine sarà imprecisa, mal tarata e comunque non al passo con l’attualità, dato che le informazioni di cui si può disporre per arrivare a poter “pensare” una persona saranno incomplete, lavorate con criteri troppo settoriali o non aggiornate.
Ed ecco che il mondo, per quella persona, si riduce a una sola via. Alla “signora delle Seychelles” non arriverà mai l’intrigante stimolo dato dalla scoperta di una meta di montagna; il richiedente di un finanziamento non potrà sperare di riuscire a bilanciare l’imperfetta solidità delle proprie garanzie con, ad esempio, la propria documentata ed incrollabile dedizione al lavoro. In generale, tutti coloro che sono marchiati da un “tag” così forte, settoriale e rigido rischiano non solo che certe stanze che potrebbero arricchire la loro vita rimangano per sempre chiuse, ma peggio che di tali stanze venga loro proprio nascosta la porta se non l’esistenza stessa.
Colpevole anche l’abitudinarietà dell’uomo medio, i ritmi spesso frenetici a cui sottostà, e a volte la sua insicurezza che lo spinge a rifugiarsi nella routine che conosce, un soggetto profilato rischia quindi di vedere limitate le proprie prospettive, sia sotto aspetti concreti e anche seri che sotto aspetti più frivoli.
Questo rischio ha una sua concretezza effettiva, considerato che:
I)- Lo strumento automatizzato ha dei limiti – comunque sempre maggiori rispetto alle capacità di chi lo idea e lo imposta, aggiungerei;

II)- I dati su cui viene svolta la profilazione sono inevitabilmente parziali, così come parziale può essere il criterio scelto per stoccarli, raffrontarli e lavorarli;
III)- Il pesante ricorso alla profilazione potrebbe paradossalmente limitare le stesse potenzialità del fornitore di prodotti e servizi, perché la raggiunta efficienza nell’inquadrare il proprio target rispetto a un’offerta potrebbe finire per esporlo rispetto ad altri stimoli in grado di generare domanda.
E NOI?
La questione è, forse, anche più delicata per noi Italiani; molta parte delle nostre fortune è storicamente dovuta alla grande capacità di affrontare i problemi con approcci sempre diversi.
Per questo, un impoverimento di input, dal fronte dell’istruzione a qualsiasi altro fronte, rappresenta per noi, sullo stelo della rosa del progresso, una spina sottile ma particolarmente appuntita.

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