ILVA. LA RAGNATELA

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Le posizioni dell’ultim’ora sulla delicata questione del maggiore polo siderurgico italiano rimangono ciascuna con una parte di ragione.
Da un lato, continuare a produrre significa continuare a mietere vittime.
Dall’altro, fermare lo stabilimento significa perdere una potenza economica indispensabile per un territorio.
In mezzo, degli interventi di miglioramento che troppo lentamente iniziano a proteggere chi lavora per vivere, e lavorando soffre.
L’intervento che segue è quasi identico a un contributo inviato al Concorso per la difesa dei diritti umani, edizione 2014, indetto dal Memoriale di Caen (Normandia). La precisione sulla ricerca delle fonti, in una storia lunga sessant’anni, è purtroppo un auspicio; l’emozione, invece, una certezza.
Un lucido ed amareggiato spettatore del dramma vissuto dal mondo nella prima metà del Novecento, scriveva: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.
Sventurato, cioè, quel popolo che non ha più l’acume e la forza per riconoscere e combattere i segni del male, e delega a pochi la vigilanza del confine morale collettivo.
Non c’è bisogno di risalire ad antiche teorie filosofiche per rendersi conto che ogni aggregato umano affronta prima o poi questi momenti di fragilità, legati magari a tensioni sociali o a problemi economici. Vi parlerò, semplificandolo, di uno di questi momenti: dura da sessant’anni, è costato e
costa migliaia di vittime, ed è iniziato come uno splendido sogno.
Era il 20 giugno 1959 quando il Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana deliberava la nascita del quarto polo siderurgico nazionale.
Uno studio della Comunità Economica Europea aveva indicato i criteri per scegliere la sede più adatta per disponibilità di forza lavoro, posizione ed infrastrutture marittime e terrestri, e la scelta cadde su Taranto.
La situazione della città a quel tempo si può sintetizzare in tre parole: regnava la disperazione.
Mille nuovi disoccupati ogni mese, i cantieri navali affondati dalla fine delle commesse militari, nessun progetto concreto per gli impianti esistenti, agricoltura e settore manifatturiero depressi dall’impennata dei prezzi, tensioni anche violente tra commercianti e popolazione: e questo non era che un esempio di ciò che avveniva nel resto del Sud Italia.
Tuttavia ebbero inizio i lavori, e dopo sei anni e quasi quattrocento miliardi di lire consumati lo stabilimento ora noto come l’“ILVA” occupava, a ridosso della città, un’area di oltre dodici milioni di metri quadrati, ovvero quasi tre volte la superficie della città.
I suoi impianti a ciclo integrale consentivano il trattamento dell’acciaio dal minerale grezzo al prodotto finito, e con una capacità produttiva di tre milioni di tonnellate di acciaio liquido all’anno e la sua enorme domanda di manodopera, torreggiava sulla città come un gigante finalmente in grado di mutarne le tristi sorti.
E quindi poco importava se la costruzione era stata realizzata grazie a permessi urbanistici “in bianco”, o se l’espansione dell’industria siderurgica italiana era portata avanti quasi senza realistiche chances di autosufficienza dai fondi pubblici: quel gigante, dalle dimensioni grottesche rispetto a quelle della città che lo ospitava, era un faro di speranza, anzi di esaltazione collettiva, in grado di spazzare via qualsiasi ombra.
Delle oltre tremila famiglie in condizioni di assoluta povertà censite negli anni cinquanta, quelle con un operaio che lavorava allo stabilimento potevano infatti finalmente lasciare le grotte, o le altre abitazioni improprie in cui erano relegate.
La gente che lavorava allo stabilimento poteva costruire una famiglia con serenità.
La gente che lavorava allo stabilimento aveva il privilegio di poter pensare a un futuro migliore del presente.
Questo era lo stabilimento per Taranto; finché il marchio che il gigante aveva impresso sulla città mostrò le sue radici avvelenate.

La gente che lavorava allo stabilimento iniziò ad ammalarsi e a morire, e lo stesso accadde nei suoi dintorni, e poi in tutto il resto della zona. All’inizio non si collegò tutto questo con l’acciaio; tuttavia il ciclo di produzione di questo metallo è chimicamente più impegnativo di quanto non si pensi, e man mano si capì che quelle immense nuvole grigie, e rossastre, che ancora aleggiano sulla città, non portavano nulla di buono.
Per questo, quando nel settembre 2006 fu diagnosticata alla Signora Giuseppina, residente in Taranto, una forma di leucemia, lei e la sua famiglia avevano le idee chiare: nel novembre dello stesso anno veniva denunciato alle autorità giudiziarie il nesso causale tra l’inquinamento generato dallo stabilimento e la sua malattia.
Tuttavia il caso veniva archiviato su richiesta della pubblica accusa, e si esauriva così ogni rimedio giudiziario interno.
Veniva dunque adita la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione da parte dello Stato italiano degli obblighi derivanti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: l’Italia infatti non avrebbe fatto nulla per impedire allo stabilimento di emettere quelle sostanze inquinanti, né avrebbe indagato adeguatamente, in sede processuale, sul possibile nesso tra le emissioni stesse e lo stato di salute generale della popolazione.
Ma le mancanze dello Stato non si fermerebbero all’aspetto processuale.
Primo. L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri e i periti incaricati in un altro procedimento penale avevano registrato la dispersione nell’aria di oltre dieci miliardi di chilogrammi di polveri, fumi, metalli pesanti, diossine, acidi, idrocarburi e composti organici; ciò limitando l’analisi al solo 2010, solo all’atmosfera, e solo alle sostanze “convogliate” e cioè emesse durante fasi produttive controllabili.
Numerose tra queste sostanze, quali il benzo(a)pirene, le polveri sottili o le diossine, sono state riconosciute dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come genotossiche e cancerogene per l’essere umano anche in assenza di ulteriori fattori epidemiologici; e a Taranto, alcune di queste sostanze risultavano emesse nell’ambiente in misura molto superiore ai limiti di guardia, con concentrazione maggiore nei territori – ma è più corretto dire, nei quartieri – più vicini allo stabilimento.
Eppure, il Decreto Legislativo n. 155 del 2010, emanato – si pensi – proprio in attuazione della Direttiva europea relativa alla qualità dell’aria in Europa, la Direttiva 50 del 2008, fissava a solo due anni dopo la data a partire dalla quale sarebbero divenuti obbligatori limiti più restrittivi per le emissioni di benzo(a)pirene.
Secondo. Dai risultati di un’indagine penale, l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata nel 2011, e cioè quel provvedimento ministeriale che ha consentito allo stabilimento di continuare l’attività a determinate condizioni di rispetto dell’ambiente, sarebbe stata basata su documenti non conformi e si sarebbe limitata a contenere prescrizioni e limiti ambientali simili, e non migliorativi, rispetto ai livelli di inquinamento già raggiunti dagli impianti.
Terzo. Il persistere dei pericoli ormai accertati per l’ambiente e per la salute dei cittadini induceva il Tribunale Penale a disporre, nel 2012, il sequestro preventivo di parte degli impianti: secondo tale provvedimento, destinato a suscitare grande clamore mediatico, continuare la produzione avrebbe significato mettere intenzionalmente a rischio la salute della collettività.
L’anno dopo, ossia nel 2013, la stessa situazione spingeva il Governo a nominare un commissario straordinario con il compito di salvaguardare invece la produzione di uno dei colossi europei dell’acciaio, pur dovendo attuare concretamente i precetti ambientali dell’Autorizzazione.
Sotto gli occhi sgomenti dei cittadini andarono in scena conflitti di competenze, provvedimenti giudiziari vanificati da atti politici o amministrativi e viceversa, critiche e chiusure reciproche, insomma una situazione di apparente stallo in cui la soluzione sembrava ben lontana dall’essere anche solo individuata.
L’inefficace travaglio interno portava quindi il caso all’attenzione delle Istituzioni europee.

Nel settembre 2013 la Commissione Europea apriva una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia proprio per la mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni siderurgiche, culminata per ora con l’espressione di un parere motivato sulle non conformità dell’operato italiano.
Ad ottobre del 2013 il Parlamento Europeo dava intanto la parola ad Antonia Battaglia la quale, in rappresentanza dell’Associazione PeaceLink e del Fondo Antidiossina, affermava senza giri di parole: “Nell’area vicino all’ILVA, c’è un malato di cancro ogni 18 persone. […] I bambini di Taranto hanno il piombo nel sangue, la polvere minerale nei polmoni e il PM10 ha attaccato le loro cellule. I bambini di Taranto al momento non hanno futuro.”
Nel caso ora all’esame della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo è stata sostenuta la violazione di più articoli della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo.
In particolare l’Art. 6, giacché lo Stato italiano avrebbe colpevolmente eluso l’obbligo di fornire un rimedio giudiziario effettivo conducendo indagini imparziali e indipendenti sul nesso causale denunciato.
Inoltre, arrivando più al centro della quotidianità di ciascuno di noi, appare leso il diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all’Art. 8, diritto che secondo la Corte di Strasburgo comprende anche il diritto ad un ambiente salubre e dunque alla protezione dall’inquinamento (tra l’altro ciò è stato affermato proprio in un altro caso di un cittadino contro l’Italia, risalente al 2006).
Ma soprattutto, appare leso l’Art. 2 della Convenzione, il diritto alla vita. È il precetto più sacro per uno stato di diritto, eppure qui viene eluso in una galleria di specchi, di posizioni contrapposte; una ragnatela di inerzie in cui si moltiplicano le vittime e le angosce di un’intera città.
La Signora Giuseppina si è spenta per la malattia il 21 dicembre 2012.
Come la sua morte, altre 1650 morti e 3850 ricoveri in media ogni anno sono dovuti a patologie e tumori maligni che travolgono i sistemi respiratorio, cardio e cerebrovascolare, laringe, vescica, tessuti e altre parti del corpo. In totale, secondo una perizia epidemiologica del 2010 oltre 1000 morti e 4600 ricoveri finora sono stati ritenuti attribuibili direttamente alle emissioni siderurgiche, con un incremento del rischio di mortalità e ricovero che arriva fino al 64% in più rispetto alla media nei quartieri più vicini agli impianti.
Ecco quindi il prezzo crudele pagato dalla città per il suo sogno di lavoro e benessere, un sogno che è stato lasciato a sé stesso senza regole e senza controlli, e quindi senza futuro.
Tempo fa, su un periodico locale Taranto veniva descritta come “una terra martoriata, uccisa, derisa dove regna la disperazione”. Riemerge allora quel passato oscuro che si sperava sepolto, e ancora una volta degli uomini si trovano in ostaggio del più atroce dei vicoli ciechi; quello in cui o si lavora non per vivere ma per morire, oppure non si lavora affatto, perdendo ogni dignità e speranza per il futuro.
E oggi come allora, e come tante volte nella storia specie del Novecento, si conferma la necessità di eroi, di gruppi di persone provati duramente ma cresciuti più forti, per cui sia ancora naturale il bisogno di vincere l’inerzia e continuare ad affermare la necessità del diritto come miglior strumento per la sopravvivenza e la prosperità; con la speranza che un domani ciascuno possa smettere di guardare a quelle persone come a un ideale lontano, e iniziare a viverlo.

NOTE:
1 Dati storici e ricostruzione generale tratti da:

  • BALCONI M., La siderurgia italiana tra controllo pubblico e incentivi al mercato, Il Mulino, Bologna,1991.
  • MONGELLI R., ILVA (ex Italsider) di Taranto. L’italsiderino e il metalmezzadro. Da braccianti e pescatori a metalmeccanici, Università degli Studi di Siena, tesi di laurea anno 2005-2006.
    2 Bertolt Brecht, “Vita di Galileo”.
    3 Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Sezione II, Procedimento n. 43691/09, SMALTINI c. ITALIA, Archivio online: http://hudoc.echr.coe.int/webservices/content/pdf/001-127699.

4 Comunicato Agenzia Regionale Protezione Ambiente – Puglia Prot. N. 0046369 del 22.09.2011, relativo al sopralluogo effettuato dall’A.R.P.A. a seguito della nota del Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma dei Carabinieri di Lecce, Prot. 41/10 del 2.7.2011
5 Conclusioni perizia chimica nel procedimento penale R.G.N.R. n. 938/10 – 4868/10, R.G.G.I.P. n. 5488/10 – 5821/10
6 DILIBERTO M. e FOSCHINI G., ILVA, autorizzazioni pilotate e corruzione. Adesso la Finanza indaga sull’Azienda, La Repubblica – Bari.it, Cronaca, 15 agosto 2012, archivio online:
http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/15/news/autorizzazioni_pilotate_e_corruzione_ora_la_finanza_indaga_sull_azienda-40969451/
7 Tribunale Penale di Taranto, Sezione G.I.P. – G.U.P., Decreto del 25.7.2012 confermato dal Tribunale del Riesame con provvedimento del 7.8.2012, archivio online:
http://www.scribd.com/doc/106494971/Decreto-Di-Sequestro-Preventivo
8 Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5.6.2013, in G.U. Serie Generale n. 147 del 25.6.2013
9 ILVA, il TAR boccia l’ordinanza anti-inquinamento del sindaco di Taranto, La Repubblica – Bari.it, Cronaca, 30 luglio 2014, archivio online:
http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/07/23/news/ilva_stefano-92216868/
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  • Commissione Europea, comunicato stampa del 26 settembre 2013, archivio online: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-866_en.htm.
  • Commissione Europea, archivio notizie del 16 ottobre 2014, archivio online: http://ec.europa.eu/italy/news/2014/20141016_ilva_it.htm
    11
  • Parlamento Europeo, Commissione per le Petizioni, riunione del 17 ottobre 2013, processo verbale, intervento sulla petizione n. 760/2007
  • Discorso di Antonia Battaglia (Peacelink, Fondo Antidiossina) del 17 ottobre 2013 presso la Commissione per le Petizioni, archivio online: http://www.peacelink.it/ecologia/a/39238.html
    12 Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Camera, Procedimento n. 59099/00, GIACOMELLI c. ITALIA, Sentenza 2 novembre 2006, archivio online:
    http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/pages/search.aspx?i=001-77785#{%22itemid%22:[%22001-
    77785%22]}
    13 Conclusioni perizia epidemiologica nel procedimento penale R.G.N.R. n. 938/10 – 4868/10, R.G.G.I.P. n. 5488/10 – 5821/10
    14 Il Salentino, contributo di Elena D’Ettorre, archivio online:

http://www.ilsalentinoeditore.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2254:taranto-
improcastinabile-il-risanamento-ambientale&catid=49:ambiente&Itemid=153

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