Sanità italiana, una eccellenza dimenticata

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Intervista sul nostro sistema ospedaliero all’on. Mariapia Garavaglia, già ministro della sanità

Ancora fino a pochi anni fa, il nostro sistema sanitario era tra i più efficienti in Europa e non solo. Le sue strutture, tra personale medico e paramedico, erano considerate una vera eccellenza italiana.

Purtroppo, con tutte le riforme fatte dalla politica su questo settore così delicato invece di migliorare hanno aggravato la situazione non solo di gestione ma, con grave contraccolpo per la salute dei cittadini, anche di problemi legati alla finanza pubblica.

Negli anni, gli interventi legislativi sono stati occasionali, dettati più dalla contingenza, dall’urgenza che da una programmazione coerente con le problematiche che oggi affliggono il nostro sistema sanitario.

Secondo il rapporto Pit (Progetto Integrato di Tutela, è il servizio di assistenza, informazione ed orientamento al cittadino. Ndr) sempre più numerose sono le segnalazioni di denuncia dei cittadini su quello che possiamo definire la “Malasanità”: da come accedere ai serviz sanitari, con le liste di attesa diventate ormai leggendarie, per non parlare poi del servizio ospedaliero con costi sempre più elevati a carico dei cittadini con gravi ripercussioni sulla loro salute.  

Ormai è una dura realtà quotidiana che molta gente, specie anziani, non si cura più o non va più dal medico per i costi proibitivi, abbassando di molto la qualità della salute e, dunque, della vita. Numerosi sono poi coloro che per curarsi affrontano viaggi verso le regioni del Nord più efficienti o, come per le cure odontoiatriche, si recano nei paesi dell’Est dove, viaggio compreso, si risparmia notevolmente sulla fattura, anche se non sempre la qualità è poi così ottimale.

Sono queste le dolenti note per curarsi nel nostro Paese.

Per spiegare questa crisi della nostra sanità abbiamo incontrato l’on. Mariapia Garavaglia, già sottosegretaria alla sanità dal 1988 al 1992 e dal 1993 al 1994 Ministro della sanità inoltre, tra i tanti incarichi prestigiosi anche quello di presidentessa della Croce rossa italiana dal 1995 al 2003.

Dopo questo breve excursus le chiediamo, come esperta dei temi legati alla sanità, se si sarebbe mai aspettata così tanti problemi legati a questo organismo già di per se assai complesso?

Era da aspettarselo, perché il sistema sanitario nazionale è complesso, costoso e legato a tante variabili. La programmazione deve tenere conto di dati epidemiologici in continua evoluzione quanto a malattie insorgenti, all’invecchiamento della popolazione, all’inserimento delle tecnologie. Tutto questo contesto rispetto alle norme, rende difficile una gestione che sia davvero manageriale, finalizzata al soddisfacimento dei bisogni primari dei cittadini.

Preso atto di questo, onorevole, il Sistema sanitario nazionale italiano, istituito nel 1978 per fornire copertura sanitaria completa e standard a tutti i cittadini e residenti, è stato progettato su tre diversi livelli: il Governo centrale, con i 20 governi regionali, le Aziende sanitarie locali ed infine con gli ospedali indipendenti. Non le sembra un po’ farraginoso visti i risultati?

In realtà dovrebbe anzi essere di aiuto ai cittadini, perché man mano il sistema avvicina i servizi sul territorio. Il governo centrale dovrebbe avere solo il compito di definire il fondo sanitario nazionale, di garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea) e coerentemente governare in termini di coordinamento le materie che non sono solo nazionali perché riguardano anche la salute internazionale e le grandi azioni preventive come la vaccinazione, per esempio.

Le Regioni hanno competenza esclusiva e possono meglio rendere aderenti alla condizione culturale, economica ed epidemiologica la loro organizzazione.

Pur essendoci forti differenze tra una regione e l’altra

Certamente la Liguria, dove la popolazione anziana è preminente, non avrà le priorità della Campania dove invece c’è una maggioranza di bambini adolescenti e giovani superiore a quella della Liguria. Perciò la regionalizzazione dovrebbe essere funzionale a rendere aderente alla realtà locale l’organizzazione dei servizi. Le aziende ospedaliere e territoriali invece dovrebbero rendere vere le previsioni dell’833:(la legge che ha istituito il sistema sanitario nazionale nel 1978.Ndr) l’ospedale per le acuzie e, invece, le aziende territoriali per organizzare l’assistenza primaria.

Se queste sono le premesse non hanno portato certo a grandi risultati. Come dovrebbe essere allora un servizio sanitario efficiente che rappresenta il 9% del Pil nazionale?

È una domanda impegnativa perché prevede una   organizzazione delle azioni di tutela della salute. Queste devono fondarsi sulla raccolta dei dati molto puntuale. Il Sistema informativo sanitario (SIS), che ha quasi la stessa età dell’833, cioè quarant’anni, non è ancora ben definito, con un linguaggio unico e uniforme, perché possa raccogliere tutti i dati che le Regioni attraverso la rete dei loro servizi raccolgono e trasferiscono. L’assenza di dati comunicati tempestivamente e comparabili, non è la prassi più diffusa.

Creando di fatto un corto circuito a tutto il sistema

 E’ come se si fosse gelosi dei dati o negligenti nel raccoglierli; invece un sistema sanitario che mantenga i principi universalistici, di efficacia ed equità, dovrebbe avere nella organizzazione supportata dalla informatizzazione e dalla HTA (Un acronimo di Health Tecnology assessment, è un metodo scientifico per affrontare da tutti i punti di vista le ricadute della tecnologia sulla salute. Ndr) i pilastri per la sua modernizzazione, in progress.

Facendo un passo indietro negli anni della sua presenza presso il Ministero della salute e rileggendo la stampa di quegli anni, cominciava fin da allora a scricchiolare la macchina sanitaria, per una forte intromissione dei politici. A distanza di tanti anni era vera questa accusa?

Non furono anni facili: Tangentopoli, Sanitopoli, Farmacopoli… tuttavia abbiamo tenuto testa alle situazioni che stavano inficiando la credibilità anche del sistema di protezione della salute, il migliore tra quelli europei.  Forse oggi siamo il secondo o il terzo, allora era certamente il primo.

Fa un po’ tristezza pensare a cosa abbiamo perso come qualità, ma cosa è stato fatto nel periodo a cui accennava?

L’argomento fondamentale era rendere trasparente la macchina del ministero nei settori più delicati. Certamente il più delicato allora era quello dell’approvazione dei farmaci e quindi dell’assistenza farmaceutica. Credo che la riforma che ha lasciato il segno più tangibile è stata quella del prontuario. Avevo abolito le diverse commissioni, dei prezzi, del prontuario, della farmacopea per istituire la Commissione unica del farmaco (CUF), nella quale erano rappresentati farmacisti ospedalieri, farmacologi, clinici, esperti in economia sanitaria, che hanno garantito con la “pulizia” del prontuario, una distribuzione di farmaci a carico del Sistema sanitario legata all’efficacia terapeutica.

Come è stato strutturato questo prontuario?

Furono stabilite tre fasce: i farmaci indispensabili e interamente gratuiti in fascia A; nella B i farmaci utili e a integrazione e complemento della terapia, parzialmente a carico dei pazienti non esenti e la fascia C con i farmaci interamente a carico dei pazienti. Fu una riforma che giovò anche alle case farmaceutiche e prese un volto nuovo il comparto industriale; una riforma che ha fatto bene all’industria, ma soprattutto ai cittadini.

Arriviamo ai giorni nostri, onorevole. Con i prepensionamenti, la famosa quota 100, molti medici insieme al personale paramedico, stanno lasciando il loro servizio attivo creando una voragine occupazionale grave che non si può risanare in tempi brevi. Mancano, infatti, i medici preparati, gli specialisti come chirurghi o gli anestesisti, oltre al servizio infermieristico altamente qualificato.  È fallito dopo tante aspettative il numero chiuso alle università per un ricambio generazionale nella sanità?

Argomento delicato perché da sempre non si è realizzato il coordinamento fra la preparazione accademica e le necessità di personale da parte del sistema sanitario.

L’università non è indipendente dal sistema paese ancorché sia autonoma e ne difendo questa peculiarità, ma la programmazione sanitaria dovrebbe, in seno al governo che organo collegiale, fare in modo che l’università con le facoltà di medicina, farmacia e i corsi inerenti le professioni sanitarie, chieda all’università un corredo di questi professionisti sufficienti ad integrare i pensionamenti, i trasferimenti all’estero, ecc.

Credo che siamo purtroppo ancora all’anno zero.

Purtroppo questa è ancora la domanda di fondo e se non si realizzasse questa collaborazione tra università e sanità, sono tutti pannicelli caldi quelli di utilizzare gli specializzandi all’ultimo anno per inserirli anche nelle attività assistenziali.

Perché al Nord la sanità ottiene dei successi anche importanti, mentre la maglia nera è sempre e soltanto del Sud, specie nelle Isole?

Le diseguaglianze firmano il tradimento della 833 e il sistema sanitario nazionale che avrebbe dovuto recuperare le distanze storiche fra il Nord e il Sud. E’ evidente che la Lombardia o il Veneto abbiano il maggior numero di università, il maggior numero di ospedali e quindi una spesa storica consolidata, mentre la Calabria o la Sicilia non avevano realizzato, nel tempo, le stesse condizioni. 

Come fare per superare questo divario?

Se non si appresta un “fondo di recupero”, dal Sud ci saranno sempre più trasferimenti verso il Centro e il Nord, con trasferimento di fondi, per la mobilità attiva e passiva. Si dovrà rimediare a queste disuguaglianze. Ricordo che disuguaglianze sono anche al Nord, anche fra città e città e che c’è una diversa aspettativa di vita fra il Nord e il Sud.

Non è grave che dopo quarant’anni dalla riforma sanitaria la situazione non solo non è migliorata, ma certamente è peggiorata?

Uno scandalo per un paese che ha è gli articoli 3 e 32 della Costituzione, ma c’è una diseguaglianza anche fra una periferia della città di Torino e il centro; tra la periferia di Roma e il centro di città, ecc. Diminuire le disuguaglianze nel sistema sanitario significa lavorare per un miglioramento complessivo del Paese: un popolo che sta meglio in salute è un popolo che realizza anche più lavoro e più sviluppo.

Dalla sua esperienza, esiste ancora negli ospedali o cliniche, il famoso sistema dei “baroni” che mandano avanti solo chi decidono loro, facendo emigrare spesso i più bravi, per non parlare di un rapporto non sempre lineare tra sanità pubblica e privata con il rischio di cattiva gestione a discapito solo del cittadino?

Era una ‘tradizione’ che non faceva male del tutto…

Lei è decisamente controcorrente.

Perché si formavano scuole. In realtà oggi non c’è più questo fenomeno se non là dove c’è una qualche distorsione di sistema. Nella sanità, come nel resto delle attività più pubbliche e private, ci sono i migliori e ci sono i meno peggio. Abbiamo bisogno che l’università sia più selettiva e che abbia contestualmente all’insegnamenti disciplinari anche molta più pratica.   

Una domanda di cronaca ospedaliera. Possibile che nel terzo millennio la gente va in ospedale per operarsi ed anche se l’operazione è riuscita bene ha contratto però varie infezioni, più o meno gravi. Si parla addirittura del 45% e dove l’epatite C è solo l’esempio più clamoroso? Solo quest’anno, per la cronaca, sono stati 7.800 le persone decedute in Italia per infezioni post operatorie, cifre riportate dal Centro Europeo malattie infettive.

In ospedale si deve rimanere solo quanto serve. È purtroppo noto e quasi ‘normale’ che anche l’ospedale può far male. Non è accettabile e credo che la tecnologia riuscirà a renderlo quasi innocuo ma, data la vita interna con grande mescolanza di utenti, lavoratori, visitatori, è un’impresa da tenere sempre sotto osservazione. Il nostro Sistema non brilla ancora per diffusione uniforme ed efficiente di HTA.

Sui social, sempre più onnipresenti nella nostra vita, il problema della carenza medica lo risolvono tramite internet, non è uno scherzo, purtroppo, si fanno diagnosi, si prescrivono medicine che vengono quasi sempre dall’estero e addirittura si curano tra loro via chat. Ma in che mani stiamo mettendo un bene prezioso come la salute?

Si tratta di un grande problema. Pensiamo a quanto sia acuta adesso l’attenzione sulle fake news e invece su quanto riguarda l’informazione autogestita sui problemi di salute non c’è abbastanza rigore nella chiedere alle persone di non affidarsi ciecamente alle notizie che arrivano da Internet. 

Come combattere allora il fenomeno?

I medici devono assumere un diverso atteggiamento nei confronti dei loro pazienti; devono essere più disponibili all’ascolto: devono davvero rendere autentica la medicina narrativa, per cui stare con il paziente e capire anche senza prescrivere, si realizza attraverso una comunicazione corretta, parte della terapia.

Insomma onorevole, ad un cittadino arrabbiato su come va oggi la sanità che cosa potrebbe dire grazie alla sua esperienza?

Il cittadino italiano che abbia un grave bisogno trova gratuitamente le risposte più attuali, che sono comparabili qualche volta anche migliori di quelle che troverebbe all’estero. Purtroppo c’è anche qualche volta da parte dei cittadini “consumo” del bene sanità: diagnosi ripetute, richieste al medico, il quale asseconda a causa della medicina difensiva; farmaci acquistati anche quando non sono indispensabili. Quindi più si consuma sanità meno si aiuta il sistema sanitario ad essere sostenibile ed efficiente. I piccoli malanni, tranne che per le persone povere, possono essere affrontati dai cittadini.

Questo riguarda anche le liste d’attesa?

Certamente ci sono le famose liste d’attesa; queste sono superabili di fronte ai bisogni gravi, perciò bisogna evitare anche di affollare i Pronto Soccorso, quando i bisogni sono lievi. Si tratta di riorganizzare la rete dei medici di famiglia perché spesso il Pronto Soccorso è l’approdo a causa della non reperibilità 24 ore su 24, comprese le visite a domicilio, del proprio medico di medicina generale.

Ancora una domanda. Lei è stata presidentessa della prestigiosa Croce Rossa Italiana, fiore all’occhiello del nostro volontariato,con incarichi europei ed internazionali per quasi dieci anni fino al 2004. Ora però da qualche tempo la situazione non sembra così rosea. Ci può dire qualcosa in proposito?

Non avrei mai creduto che si potesse distruggere la CRI. La legge Balduzzi, prevedendone la privatizzazione ne ha fatto uno spezzatino di comitati locali ‘privati’, assimilati a tutte le altre associazioni di volontariato, ma ha mantenuto un comitato centrale di diritto pubblico che quindi prende ancora contributi dello Stato. Perciò non si risparmia.  Ha costituito una Bad Company, gestita da un ente strumentale che deve provvedere alla liquidazione. Si disperde un grande patrimonio di storia, di personale e di mezzi. Il personale era tra i più preparati per affrontare le emergenze di ogni tipo; i materiali erano di qualità, soprattutto quelli del Corpo militare.

Cosa fare per evitare un tale scempio nel silenzio assordante dei media?

Non posso pensare che il governo non metta mano per favorire il riordino di una Associazione Nazionale di Croce Rossa che, nel mondo era tra le più stimate e apprezzate. Anche se il presidente della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa è il presidente della Croce Rossa italiana, questa non è più la associazione forte unitaria dei tempi migliori della sua storia.

Infine, onorevole Garavaglia, visto come è messo il nostro sistema sanitario che consiglio si sentirebbe di dare ad un giovane che vuole intraprendere la carriera medica; ha ancora un valore, non solo economico, ma anche professionale?

Sì. In realtà è considerata una professione prestigiosa dalle migliaia di giovani che ogni anni aspirano a superare il test d’ingresso in medicina. Vorrei solo che considerassero poi la professione come il servizio ai cittadini che si sentono fragili, anche quando non lo fossero, perché la paura della malattia e del non sentirsi sufficientemente protetti, aumenta la sofferenza e questa proprio il sistema sanitario nazionale, universale, ha il compito non solo di lenire, ma quando fosse possibile, anche annullare.

di Antonello Cannarozzo


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