I nodi inestricabili vengono al pettine

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A gennaio bivio per il governo , forse…

Ogni giorno il Pd chiede al premier Conte chiarezza e ai cinquestelle su cosa intendano fare; ogni giorno il premier chiede a se stesso che cosa ci sta a fare; ogni giorno i pentastellati ormai galassia senza centro si chiedono che cosa fare per il governo e se rimanere al governo. Per un esecutivo, nato per essere perno della discontinuità con il precedente, dalla decisione del leader leghista di staccare la spina, non c’è male a pochi mesi dalle mattane di agosto!
Ora s‘avanza dal partito di Zingaretti la richiesta di una registrazione delle cose da fare e di come farle, e il premier in un impeto di resipiscenza rendendosi conto di un probabile galleggiamento legato all’appuntamento elettorale in Emilia Romagna, risponde immediatamente annunciando a gennaio una verifica della coalizione giallorosso della quale è garante, dopo esserlo stato per quella gialloverde.
Indubbiamente un gesto di realismo che tuttavia mal si concilia con l’atto di nascita e con i famosi punti irrinunciabili dell’accordo post agostano, quando in nome della discontinuità rispetto all’esecutivo del cambiamento guidato da Di Maio e Salvini, l’imprinting sovranista è stato nello spazio di un mattino modificato in spinta europeista, rispetto dei trattati, ricerca del placet europeo alle scelte economiche per rimettere in sesto il paese e le sue condizioni finanziarie, favoriti anche dalla nuova commissione di Bruxelles che appare più sensibile ad alcune tematiche sul fronte dei migranti, ma anche della flessibilità possibile per i partner con maggiori complessità di bilancio.
Ma, come spesso si usa dire, quel che contano sono i dettagli. Ed ecco che nelle pieghe del famoso accordo dei dieci punti poi divenuti centinaia tra Pd e 5stelle e poi con Italia Viva nel frattempo uscita dai democratici e LeU, accordo del quale peraltro il paese non ha mai avuto chiara coscienza, cominciano ad apparire i nodi di un rapporto fondato più contro qualcosa che a favore di qualcosa. Certo, necessitati per così dire i due alleati principali, soprattutto nell’evitare le elezioni, si è fatto buon viso a cattivo gioco. Ma i nodi cominciano a venire al pettine così come appaiono evidenti le forzature che hanno spinto il capo politico pentastellato ad accettare un governo che in molti ambiti va in direzione ostinata e contraria a quello per il quale lui stesso da vice premier si era speso per oltre un anno.
A tutto questo si aggiunge il momento più difficile e critico per lo stesso movimento ormai galassia senza un centro di gravità dove, malgrado il politichese movimentista che sembra sfumare i toni, tutti appaiono contro tutti e in particolare molti e in aumento sono contro il capo politico e questo nonostante i tentativi del guru di dare forza e autorità alla figura, puntellando però un edificio che non è più tale. E’ infatti evidente che i grillini che sono nati e cresciuti come non partito, senza statuto, senza leader e in primis come reazione al passato e quindi contro la politica, il tutto concentrato nel vaffapensiero, nell’impatto con il palazzo si siano frantumati in gruppi sempre più confusi, facendo emergere un dato inimmaginabile (forse …!) : una resilienza senza precedenti in termini di esercizio e attaccamento al potere. Proprio quel potere contro il quale hanno tuonato per anni. Tanto è vero che quanti sono rimasti fuori dal giro o quanti non sono riusciti ad entrarvi arricchiscono ora le fila de dissidenti, dei contrari in nome dell’ispirazione originaria. Se governare aiuta in certo senso, molti vorrebbero fuggire da quel potere che hanno preteso in nome dei cittadini e che come era abbastanza prevedibile li sta corrompendo.
Se Atene piange, Sparta non ride. E così il Pd, orfano dei renziani, rischia di ritrovarsi come la famosa “sora Consilia, che tutti vogliono ma nessuno la piglia”. Ritenendosi l’unica ancora della democrazia e chiamati alla sua difesa, il leader e i suoi esponenti stanno ancora una volta ripetendo lo stesso copione fatto di luoghi comuni, di nemici da eliminare, di minacce a questo e a quello che richiedono necessariamente una larga alleanza “delle forze democratiche”. Ancor più tra i nemici in questione appare sempre più il partito renziano sul quale tutti si affannano a preconizzare scarso appeal elettorale per tentare di richiamare tutti alla casa madre! Ma quale casa madre verrebbe da dire. In queste condizioni il pericolo maggiore è che due debolezze non fanno una forza e dunque lo stato di difficoltà dei maggiori contraenti del governo non è foriero di soluzioni facili e condivise.
I dossier più gravi, che le questioni di bilancio e di legge finanziaria rendono quasi tragici hanno nomi precisi e le soluzioni non appaiono sufficienti: Ilva, Alitalia, centinaia di crisi aziendali aperte, le infrastrutture da ammodernare come dimostrano ripetuti fatti di cronaca, sono lì a dimostrare che quel che manca è una visione di paese, una visione di sistema. Nessuno appare in grado di indicare quale paese e con quali elementi portanti, siano essi industria, servizi, tecnologia e via dicendo. Di qui la sensazione di avvitamento in una spirale senza fondo e senza via d’uscita che sta minando non i favori elettorali, ma la fiducia dei cittadini in un mutamento reale, in una scelta reale per guardare al futuro. Quel che è in gioco è la credibilità residua di tutto il sistema e la solitudine dei cittadini, la sensazione di essere in balia e non governati si fa via via sempre più forte ed evidente mostrando per contraltare quella voglia di stabilità e “fermezza” che i sociologi e i politologi hanno subito indicato nella ricerca dell’”uomo forte” immaginando dietro ad esso la figura del leader leghista. Sia consentito dissentire da questa lettura. Gli italiani sono sfiduciati, è vero, sono confusi, anche, disorientati, non sanno più a chi rivolgersi e apparentemente privilegiano chi urla più forte, forse voteranno anche in massa in questa direzione.
Tuttavia immaginare una collettività sociale inquadrata, guidata con mano ferrea da qualcuno nel paese in cui tutti sono allenatori di calcio, grandi imprenditori, grandi politici e così via, dove ognuno avrebbe la sua ricetta, unica ovvio, per cambiare le cose, se non è un azzardo certamente è una boutade. Gli anticorpi ci sono e occorre recuperare le parole e i toni giusti, non indulgere in visioni del passato, di un passato che non può tornare e contro il quale dobbiamo ritenerci vaccinati e lottare ogni giorno! Questo l’impegno!

di Roberto Mostarda

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