Fuga di cervelli dalla Germania, 180 mila ogni anno

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Accademici e personale qualificato via con grave danno per l’economia

Avviso subito i lettori che non c’è alcune errore nel titolo, è tutto vero.

Sono infatti 180 mila i giovani tedeschi che in media ogni anno, quasi sempre con titolo universitario in tasca, vanno via dalla Germania per lavorare all’estero e migliorare così il loro tenore di vita e di carriera. È quanto riferisce l’agenzia di stampa tedesca DPA.

Noi italiani abbiamo sempre creduto di essere un Paese senza futuro specialmente per i giovani, il che è del tutto vero; di contro, come dimostrano i fatti, questo è un problema tutt’altro che sconosciuto nientemeno che nella Germania Felix della cancelliera Angela Merkel.

Ciò che meraviglia è che una notizia così importante, non solo da un punto di vista politico ed economico, oltre che sociale, per una nazione forte e potente, almeno così vista con gli occhi degli italiani, non abbia avuto alcuno spazio sui mezzi di comunicazione.

Comunque la notizia c’è. Alla fine dello scorso novembre si è tenuta a Berlino una conferenza organizzata dal Federal Institute for Population Research per la presentazione di un panel (procedimento di raccolta di informazioni statistiche); nell’occasione il suo presidente Andreas Ette ha dichiarato che: “Spesso si tratta per chi emigra del prossimo passo di carriera”. E ha aggiunto: “L’emigrazione è un dominio di persone altamente qualificate”. Una caratteristica della società tedesca, intesa dai più come malessere, che sinceramente pochi conoscono.

In media gli intervistati in questo panel hanno affermato di guadagnare almeno 1.186 euro in più dopo appena un anno di lavoro all’estero cifra che aumenta gradualmente, in modo esponenziale, ben sopra la media.

Un’altra ricerca attesta che tre quarti degli intervistati hanno un titolo universitario con una età di circa 36 anni; in pratica circa dieci anni in meno dell’età media della popolazione.

Va però detto, per completezza dell’informazione, che al contrario dell’Italia, il trasferimento all’estero per alcuni di loro può essere temporaneo; tanto che dopo alcuni anni molti di loro tornano a casa.

I Paesi che attirano di più questa fascia di nuovi migranti con titolo di studio elevato sono in primis la Svizzera con quasi 200. 000 nuovi arrivati dalla Germania; e a seguire gli Stati Uniti con 127.000, l’Austria con 108.000 e, prima della Brexit, la Gran Bretagna con 82.000.

Il rapporto della “Expertenkommission Forschung und Innovation” (Consiglio di esperti composto da sei membri che fornisce una consulenza di politica scientifica al governo federale in materia di istruzione, ricerca e innovazione), ha calcolato che tra il 1996 e il 2011 a fronte di 19 mila ricercatori arrivati nel Paese, ben 23 mila tedeschi sono emigrati creando problemi non indifferenti da un punto di vista sociale.

La mobilità internazionale della ricerca – si legge nel rapporto – sta provocando una riduzione della qualità in Germania. I migliori se ne vanno e raramente tornano”.

Pensiamo allora alla denuncia del ministro della sanità Jens Spahnch sulla scarsità di medici in Germania, spesso sostituiti da nuovi immigrati dall’estero con poca qualità e competenza, che lo portano a dire: “L’Unione Europea dovrebbe stabilire nuove norme per evitare che i paesi si rubino lavoratori a vicenda”.

Il ministro Spahnch si riferisce i particolare al fenomeno che avviene in Polonia dove molti medici lasciano il proprio paese per la Germania sguarnendo a sua volta la sanità polacca.

La situazione è assai confusa si chiede di far entrare in Europa, specialmente in Germania, centinaia di migliaia di nuovi lavoratori che vengono dall’estero per sopperire alla mancanza di mano d’opera e poi si lascia che altre migliaia di connazionali, ugualmente specializzati o accademici, lascino il Paese. Sembra una follia, ma anche questa è l’Europa.

di Antonello Cannarozzo

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