LIBIA

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UN NATALE DI SANGUE

Un Natale sotto le bombe. E’ quello che stanno vivendo gli abitanti di Tripoli, da mesi assediati dalle milizie del Generale Khalifa Haftar che da est stanno sferrando un durissimo attacco alla capitale libica, culminato lo scorso weekend con il bombardamento dei quartieri periferici della città, comprese diverse strutture ospedaliere e alcuni centri di detenzione stracolmi di rifugiati provenienti dalle zone più remote dell’Africa. Un assedio per ora respinto dagli uomini che sostengono il Premier Fayez al-Serraj ma destinato ad incidere profondamente sugli equilibri per il controllo dell’intero paese. Dalla caduta di Gheddafi nel 2011 e dopo due sanguinose guerre civili, in Libia si e’ assistito ad una sorta di spartizione del territorio tra l’uomo forte della Cirenaica, il Generale Haftar, autonominatosi Capo delle Forze Armate e il Presidente del Consiglio al-Serraj, alla guida del Governo di Accordo Nazionale scaturito in seguito all’accordo di pace del dicembre 2015 che formalmente controlla la parte occidentale del paese e la sua capitale Tripoli. Discorso a parte invece e’ quello che riguarda la zona meridionale denominata Fezzan con i suoi immensi deserti, da sempre territorio del popolo Tuareg. L’offensiva sferrata dagli uomini di Haftar rischia di compromettere questi delicati equilibri, destabilizzando ulteriormente la regione con conseguenze la cui portata potrebbe farsi sentire sia sui flussi di migranti diretti in Europa sia sulla nascita di nuove enclave controllate dalle milizie jihadiste. In questa offensiva dicembrina, il Generale può contare sull’appoggio della Russia, scesa in campo a suo fianco insieme agli storici alleati egiziani. Dal canto suo invece il Governo di Tripoli gode dell’appoggio di Turchia e Qatar, paesi legati alla Fratellanza Musulmana. Il Presidente Erdogan ha promesso l’invio a breve nella capitale di armamenti pesanti che possano consentire agli assediati di fare fronte agli attacchi provenienti da est. Il Premier al-Serraj aveva chiesto anche all’Italia di impegnarsi concretamente al suo fianco, in virtù soprattutto degli immensi interessi economici che il nostro paese ha in Tripolitania, a cominciare dallo sfruttamento di diversi grandi giacimenti di petrolio. Una richiesta respinta da Palazzo Chigi nonostante la visita del Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio a Tripoli all’inizio di dicembre. Se l’escalation militare dovesse continuare ci troveremmo di fronte al paradosso di due paesi alleati nella guerra civile siriana, Turchia e Russia, contrapposti invece nella battaglia tra le sabbie libiche. Uno scenario che metterebbe in subbuglio l’intera sponda sud del Mediterraneo con conseguenze devastanti per l’Europa e soprattutto per l’Italia. 

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