Non è aria…

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L’ultimo COP25 di Madrid avrebbe dovuto dettare l’agenda di tutti i Paesi del mondo in campo ambientale per ridurre il global warming.
Si confidava in un aumento degli impegni assunti dai Paesi del mondo dall’accordo di Parigi del 2015 in poi per la riduzione delle emissioni (NDC). Lo slogan con cui è stato presentato, “Time for Action”, diceva che era il “momento di agire”.
Non è stato così. I Paesi più colpevoli, quelli che più degli altri avrebbero dovuto impegnarsi, hanno, meno responsabilmente degli altri, risposto tutti, sebbene in vario modo, “non è aria”.
L’articolo di Riccardo Petrella che segue ne fa un’analisi critica.
Per meglio intenderci cerco di sintetizzare le diverse posizioni.
Nessuna intesa è stata raggiunta sulle regole che in base all’art. 6 degli Accordi di Parigi doveva essere trovate circa il mercato globale del carbonio. A “schierarsi contro misure solide rispetto al futuro mercato globale del carbonio e a favore di un sistema debole o eufemisticamente più flessibile, i soliti «poteri fossili» (Arabia Saudita e Gruppo Arabo, Stati Uniti) da un anno sostenuti vigorosamente dal Brasile e dall’Australia. Un ulteriore punto di frizione è stata la possibilità di riconoscere sotto il nuovo regime dell’Accordo di Parigi i crediti derivanti da progetti di riduzioni delle emissioni approvati nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Una possibilità che avrebbe indebolito i già insufficienti impegni presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi” (Italian Climate Network). Allo stato ogni decisione è stata rinviata al 2020, quando si terranno i prossimi negoziati a Bonn.
Il Brasile ha cercato in ogni modo a mettersi di traverso opponendosi che si
parlasse di «emergenza climatica» e di diritti umani in riferimento all’articolo 6.4.
Cina, India, Brasile e Sudafrica, ovvero i Paesi emergenti, hanno dichiarato non essere disponibili a nuovi NDC (National Determinated Contributions) e di avere «già proposto il massimo possibile in termini di ambizione climatica, ben oltre le responsabilità storiche». In particolare la Cina e l’India hanno ripetutamente evidenziato che mentre loro son in linea con i propri impegni ( e il dato è confermato dal Climate Transparency del 2019), i paesi già “sviluppati” non hanno rispettato gli impegni che avevano preso con il Protocollo di Kyoto.
Parte della discussione è stata dedicata al WIM (Warsaw International Mechanism for Loss & Damage, il sistema in base al quale vengono indicati gli aiuti in favore di paesi colpiti da disastri climatici che dovrebbe essere rivisto. La Palestina ha rammentato che «l’Accordo di Parigi impegna i paesi sviluppati a fornire aiuto finanziario e tecnologico»; l’Alleanza AOSIS (44 piccoli Stati insulari costieri) ha evidenziato che «è dal 1991 che chiede un meccanismo globale relativo alle perdite e ai danni».
Nessun paese ricco ha voluto prendere impegni.
Parimenti sono stati ignorati i problemi imprescindibili di un graduale adeguamento dei paesi in via di sviluppo e di una finanza a lungo termine per i Paesi in difficoltà economica, quali ad es. l’Argentina, il Nicaragua, ecc.
L’Egitto e i vari Paesi dell’Africa Group hanno posto l’accento sull’esigenza di una “finanza climatica” e di un maggior trasferimento delle tecnologie.
Molti Paesi come Cuba, Vietnam, Bangladesh, Cina, Venezuela, Malesia, e altri hanno ripetuto che i loro paesi “oltre a essere i più danneggiati e vulnerabili non sono responsabili storicamente”.
L’Africa Group ha insistito sul fatto che «per i paesi africani, la finanza per l’adattamento e la mitigazione è essenziale e l’articolo 6 può esserne un veicolo; ma le regole dei mercati di carbonio devono essere precise e evitare fallimenti come i crediti pre-Parigi».
Il Costarica ha sollecitato il «massimo livello di salvaguardia dell’integrità
ambientale e dei diritti umani e delle comunità locali».
Il Belize ha ricordato che «l’ambizione è comunque quella di ridurre le emissioni, andando oltre la somma zero» e che una bozza di accordo che non contenesse l’obbligo di rivedere al rialzo gli impegni di riduzione entro il 2020 fosse inaccettabile.
Altrettanto hanno fatto Bhutan e Nepal, a nome dei 47 membri del gruppo Least Developed Countries evidenziando come il comportamento dei governi fosse in contrasto con “quanto ci dice la scienza”; il Bangladesh ha denunciato la politica del rinvio.
Quanto all’Unione Europea, l’UE ha aderito alla HAC (High Ambition Coalition) – di cui fanno parte fra i tanti alcuni Stati isola, l’Argentina, il Canada, la Colombia, il Costa Rica, l’Etiopia, il Messico, la Nuova Zelanda – impegnata a correggere entro i primi mesi del 2020 i piani climatici di ciascun paese.
Tuvalu (piccola nazione insulare polinesiana) ha coraggiosamente contestato agli Stati Uniti un comportamento contraddittorio evidenziando come da un lato dichiarassero di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, dall’altro pretendessero di inserire le loro posizioni nel documento conclusivo finale.
Un documento, quello della Cop25, che alla fine è risultato essere estremamente generico.
L’unico impegno condiviso è che quello di dichiarare entro il 2020 di quanto ciascun paese aumenterà l’entità del proprio impegno a tagliare i gas serra.

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