Il “giuseppecontismo” e la politica

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Una nuova categoria interpretativa dei fatti di casa nostra

In primo luogo, buon anno!
L’ultimo scorcio dell’anno appena trascorso, ci ha regalato con la conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio, una nuova categoria politica: il “giuseppecontismo”. Non si è in vena di facezie né tanto meno di primogeniture, ma è di tutta evidenza che la fine dell’anno ci rappresenta la nascita non di un nuovo leader, non di un nuovo partito o movimento, ma la fotografia di qualcosa di nuovo, inusitato ed eccentrico allo stesso modo del passaggio da gialloverde a giallorosso e in relazione con l’atto di nascita della sua figura istituzionale germinata al cilindro del fu vaffa! Il giuseppecontismo infatti non può essere paragonato all’epopea dell’”uomo qualunque” e neppure ai molteplici aspetti che ha assunto negli anni, una visione politica a suo modo disancorata dalla politica stessa, anzi spesso in aperta antitesi con essa. Eppure nel giuseppecontismo convivono diverse espressioni del costume politico nazionale e della sua secolare tendenza alle nuove categorie, anche senza elementi fondanti o distintivi. Non è una forma di trasformismo, di adattamento, un costume camaleontico. Pur avendo molto di ognuno di queste forme, infatti il giuseppecontismo appare sfuggente all’intento di classificarsi o essere classificato. Nell’epoca poi della società liquida ogni ancoraggio o riferimento al lessico politico del passato appare inutile e fuorviante.
Quali siano le caratteristiche distintive del giuseppecontismo è ancora presto per dirlo con certezza. Possiamo però avanzarne qualcuna: esso è frutto dell’autoreferenzialità.
Le parole d’ordine sono sempre il noi, il tentativo di tutto comporre e descrivere, allo stesso tempo, però, imperioso riappare sempre l’io, il richiamo al modo di vedere l’esercizio del potere quale riduzione al proprio centro. Velleità, gigantesca auto considerazione di sé, fuga in avanti, momento di pura autocentralità? Il paradosso è che ad un’analisi attenta si riscontra tutto e il contrario di tutto.
Non votato da alcuno, non eletto da alcuno, in rappresentanza di alcuno, il titolare del giuseppecontismo ha assunto l’habitus dell’avvocato del popolo, poi del garante dei contratti, poi del capopopolo contro i dissidenti, contro gli altri partiti. Ma in nome di quale forza parlamentare? Nessuna. Orgogliosamente egli continua ad indicare due apparenti cose contraddittorie: non intende creare un partito personale o favorire l’aggregazione attorno alla sua persona, ma allo stesso tempo immagina per sua stessa ammissione, una sua permanenza in politica convinto che il suo particolare ruolo faccia premio a sé. Osservando come il candido che vi sono molte forme nelle quali uno come lui può dare un contributo alla politica nazionale. Un mistero … forse!
Oppure molto, ma molto, meno. Il tempo ci indicherà qualche ulteriore modo di analizzarlo e classificarlo. Sì, perché tra le caratteristiche del giuseppecontismo vi è anche la convinzione della propria insostituibilità e dunque della permanenza nel proprio ruolo! E’ una singolare visione. Il giuseppecontismo avverte infatti la costante difficoltà, il crearsi pressoché quotidiano di fronti di scontro, di difformità di interpretazione delle stesse norme del contratto di partenza, eppure se ne fa quasi scudo richiamando la propria indefettibile funzione di coordinamento (di cosa? Delle contraddizioni?) di cerniera, di “luogo” metaforico di sintesi anche tra gli opposti. Di qui, da questa salvifica premessa, discende la capacità di narrare scontri al calor bianco come normali confronti di idee, ukase e minacce di staccare la spina, come normali turbolenze tra alleati! Condito il tutto con il richiamo al dialogo e alla composizione dei quale ovviamente egli è il naturale punto di riferimento.
Ora che le divisioni tra Pd e cinquestelle stiano emergendo in modo dirompente, che il movimento guidato da Di Maio sia in una china pericolosa (le dimissioni polemiche del responsabile dell’istruzione ne sono stati manifestazione plastica) e in fase di dissoluzione con fughe verso altri lidi; che per il Pd la scommessa sia sempre stata quella di intercettare quei grillini di sinistra in ritirata che soltanto una visione distorta e settaria come quella di alcune menti della nostra sinistra nazionale ha potuto teorizzare e pensare di intravedere, sono solo alcuni esempi di quel che accade intorno, aggiungendovi le durezze di LeU e i mal di pancia di Italia Viva per completare la macedonia. E ancora la fase altamente dinamica ma ancora confusa nella quale si muove il centrodestra in avanzata elettorale – anche a dispetto di non poche questioni irrisolte – sono altrettanti elementi sui quali riflettere guardando ai prossimi step cruciali: la soluzione di casi come Ilva o Alitalia, la questione concessioni, il nodo nomine, i prossimi appuntamenti elettorali locali, la questione taglio dei parlamentari e connessa elegge elettorale, il fronte europeo e internazionale.
Che tutto questo possa essere gestito nel segno del giuseppecontismo può apparire o come una minaccia o come una speranzosa visione a seconda dei punti di vista. Con il paradosso che l’ineluttabilità con la quale il titolare nonché premier rappresenta se stesso e il proprio ruolo potrebbero risultare elementi realistici di uno status quo nel caso in cui partiti e movimenti non trovino soluzioni o nuove strade. Di paradosso in paradosso, creato il fenomeno ora esso ha preso vita propria e rischia di rimanere al suo posto nella realizzazione del copione più assurdo e irrealistico mai preconizzato della nostra vicenda politica. Ecco perché abbiamo voluto delineare e cercare di capire qualcosa di quella strana entità definita “giuseppecontismo”!

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