FACEBOOK, OGGI CONTRO CASAPOUND, DOMANI CONTRO NOI

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LA PARTITA CONTINUA. E GUAI A CHI CADE NELLA RETE?

Care italiane e italiani (europeisti e non), la nostra indolente, sottomessa e adorata nazione si trova a vivere una storia aggrovigliata che potrebbe condurre ad una sostanziale mutazione del rapporto tra i suoi abitanti/utenti della rete e i Social networks: in questo caso Facebook. Una storia che si inserisce a tutto tondo nell’assenza di norme che regolino il Governo di Internet e che tengano conto della Sovranità Digitale di un territorio. Ecco i fatti: Il 26.12.2013 Casa Pound Italia apre la sua pagina su Facebook e la riempie di contenuti ispirati al proprio sistema di valori. Per sei anni Facebook non eccepisce alcunché. Il 9.9.2019 Facebook disattiva la pagina di Casa Pound Italia (280.000 followers) e contemporaneamete disattiva il profilo del suo amministratore, Davide Di Stefano (fratello dell’ex Segretario Nazionale, Simone) più diverse pagine e profili di responsabili nazionali, locali e provinciali, alcuni dei quali regolarmente eletti nel corso di elezioni. Molti italiani “di sinistra” esultano, secondo loro: “è finalmente arrivato il castigamatti che bastona i neofascisti.” È una “mossa” pesante. Secondo CasaPound “inaspettata”. Secondo Facebook “preannunciata”. Il fatto genera una pronta e decisa reazione da parte di Casa Pound che affida la “difesa dei propri diritti” a due avvocati: Guido Colaiacono, del Foro di Sulmona, Dottore di ricerca in Diritto e Procedura penale, il quale firma il ricorso al Tribunale di Roma e il professor Augusto Sinagra. Quest’ultimo non è un “avvocato qualsiasi”: già candidato al Senato per CasaPound nel 2018; è docente alla Sapienza di Roma, dove insegna Diritto dell’Unione europea presso la facoltà di Scienze Politiche; è un ex magistrato. Il 12.12.2019 – a tre mesi di distanza dalla disattivazione delle pagine e profili menzionati, la giudice Stefania Garrisi pronunzia la seguente “ordinanza” nell’ambito del “procedimento cautelare” (anche se Davide Di Stefano parla di “sentenza”):

“Il Tribunale di Roma, in composizione monocratica, visto l’art. 700 c.p.c.:

– accoglie il ricorso e, per l’effetto, ordina a FACEBOOK IRELAND LIMITED l’immediata riattivazione della pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia   https://www.facebook.com/casapounditalia/ e del profilo personale di Davide Di Stefano, quale amministratore della pagina;

– fissa la penale di € 800,00 per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso;

– condanna FACEBOOK IRELAND LIMITED alla rifusione delle spese di giudizio sostenute da ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE CASA POUND ITALIA e DAVIDE DI STEFANO, liquidate in complessivi €. 15.000,00, oltre spese generali ed accessori come per legge”.

La motivazione recita: «È evidente il rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook, con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento come quello del pluralismo dei partiti politici (art. 49 Costituzione), al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso dal dibattito politico italiano».

Il 13.12.2019 viene riattivata la pagina e il profilo di “interesse politico” menzionati dal Giudice. E le altre pagine e gli altri profili? Non ci risulta! Nei giorni seguenti i sostenitori di CasaPound e molti altri italiani esultano. Davide Di Stefano scrive sul Primato Nazionale: “E’ una sentenza storica (ha ragione, ndr) il cui significato va ben oltre la semplice riattivazione della pagina di CasaPound. È stato riaffermato il primato del diritto e della libertà di espressione (qui non ha totalmente ragione e lo vedremo in seguito, ndr). Elementi che vengono prima dei capricci di una multinazionale straniera”. Il 27.12.2019 alcuni organi di stampa ci informano che gli avvocati di Facebook hanno presentato un “reclamo” al Tribunale competente. Ci sarebbe scritto: “Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in “odio organizzato” di utilizzare i nostri servizi … Indipendentemente dall’ideologia e dalla motivazione”. “Il riesame verrà fatto da un collegio di giudici dello stesso Tribunale – si legge su La Stampa online del 27.12 a firma Bruno Ruffilli – del quale non può far parte il giudice che ha emanato il provvedimento reclamato”. Quindi? La partita potrebbe anche non finire con 1 a 0 per Casa Pound, ma piuttosto 1 a 1, più un calcio di rigore per Facebook.

Certamente la partita è ancora in corso.

L’unica cosa che ci preme è che le questioni in gioco non riguardano solo CasaPound, ma tutti gli utenti di FB in particolare, e della rete in generale … il dato rilevante è che la partita sembra giocarsi con molti guardialine ma senza alcun arbitro.

A questo punto il vostro cronista smette di elencare solo i fatti e tenta di smontare il giocattolo per capire meglio cosa c’è che non funziona.

1) Inanzitutto non si capisce cosa ci sia da esultare per chi si considera “di sinistra”. Una multinazionale orientata solo al profitto, che traffica con i dati dei propri utenti, chiamata sul banco degli accusati da diversi tribunali del mondo, ha deciso di mettere la museruola a una organizzazione politica italiana di destra. E se domani decide di farlo con una organizzazione o partito o movimento di sinistra?

2) La “mossa”, come sempre nella tradizione di un Dominus è brutale e non consente ai “disattivati” di conoscere in anticipo e in dettaglio quali porzioni dei loro contenuti abbiano infranto le norme e condizioni poste dal Dominus stesso e spesso da lui modificate senza preavviso. Questa non è una questione di destra o di sinistra, di fascismo o antifascismo … qui il regime autoritario si esprime al suo meglio, unilateralmente e senza alcuna possibilità di replica, se non quella di rivolgersi ad un arbitro che forse però – come vedremo – ha competenze solo “locali”.

3) CasaPound difende i “propri diritti” senza rendersi conto che i Soggetti Dominanti in internet concedono e amministrano i loro dominii non secondo i “diritti” ma secondo ” i propri “interessi”.

4) La Giudice emana una “ordinanza” nell’ambito del “procedimento cautelare” che abitualmente vale 60 giorni e decade se non si dà avvio al processo di merito. Perché? Certamente per evitare l’aggravamento del danno in caso di lungaggini processuali. Ma anche forse perché tiene conto del fatto che si dovrebbe pronunciare su un “contratto tra privati” (nel caso di specie tra Davide Di Stefano/Casa Pound e Facebook) che al suo interno prevede che il Foro competente sia Dublino e non Roma. E infatti “ordina” a Facebook Ireland Ltd. di riattivare, ovvero alla Casa madre europea di Facebook che ha sede a Dublino. In ogni caso la Giudice adotta un provvedimento d’urgenza in cui menziona l’art. 49 della Costituzione Italiana (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”) considerando dunque la disattivazione contraria al libero dibattito pluralista da parte dei partiti politici.

5) Purtroppo non è stato riaffermato il primato del diritto e della libertà d’espressione. Perché il provvedimento sembrerebbe riguardare SOLO i partiti politici e non altri soggetti. Tant’è che gli altri “utenti bannati” il 9.9.2019 non sono stati riattivati, mentre il profilo di Davide Di Stefano è stato riattivato probabilmente perché senza un profilo a lui intestato non potrebbe esserci neanche la pagina da lui amministrata.

6) In sostanza: bisogna riattivare – e di corsa – perché Casa Pound è un partito politico. Anche se la Giudice nell’ordinanza lo definisce un’Associazione di Promozione Sociale. Ma l’ordinanza potrà reggere al “reclamo” e al processo di merito?

7) I legali di FB affermano che: “non vogliamo che chi è impegnato in “odio organizzato” usi i nostri servizi, NON IMPORTA DI CHI SI TRATTI”.

8) I legali (e i lobbisti) di Facebook sono molti, abili e ben pagati e sono pronti a tutto pur di non concedere la vittoria su questioni che aprirebbero una falla molto grande nel sistema di controllo dei propri utenti. La partita italiana è solo una delle partite che ogni giorno loro giocano in diversi territori strategici e bellicosi del pianeta. Non bisogna sottovalutare. Per contro se l’ordinanza della Giudice italiana venisse modificata o revocata la falla si aprirebbe nella barricata delle Leggi dello Stato Italiano e (forse anche) della sua Costituzione. E non sarebbe la prima volta, ahinoi! Di solito erano la NATO o la UE che aprivano le falle a colpi di Trattati Internazionali … stavolta si tratterebbe di un soggetto privato che non è sostenuto da alcun Trattato Internazionale. A questo punto emerge dalle nebbie del conflitto la prima grande questione: in Italia vale di più l’interpretazione delle Leggi e della Costituzione da parte di un Magistrato o valgono di più le clausole di un accordo tra privati frettolosamente e incautamente sottoscritte da un utente italiano con un semplice clik su “I accept“? La seconda grande questione è: Chi decide cos’è dibattito politico o informazione e cos’è invece “odio organizzato”? E ancora, se mi avverti prima di disattivare, io utente forse decido di tagliare i contenuti che Tu Dominus reputi “odio organizzato”. E speriamo che in futuro sia così. La terza questione è: visto che sono coinvolte due nazioni della UE, Italia e Irlanda, dopo il riesame, la patata bollente potrebbe finire sul tavolo della Corte di Giustizia della UE in Lussemburgo che si occupa di Diritto Comunitario o sul tavolo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che si occupa di salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali. Forse sarebbe meglio per tutti. È proprio il caso di dirlo: “Ai posteri l’ardua sentenza”. Nel frattempo, però drizzate le antenne perché affidare pezzi della propria vita ai Social network non è un gioco.

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