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La tela di Penelope

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Da più di venti anni nel paese si fa e si disfa. Senza alcun costrutto

Escamotage, trucco, infingimento, furbizia, tattica e via dicendo. Quasi mai sostanza politica e scelte conseguenti, malgrado il gran parlare di riforme strutturali, costituzionali persino, economiche e sociali indifferibili ormai da decenni. E, soprattutto il continuo andare avanti e tornare indietro, senza sosta ed unico elementi distintivo dello stato attuale del paese.
L’ultimo passaggio di questa epopea negativa, il cambio in corsa del governo nell’agosto dello scorso anno, il mutamento di alleanza con a perno sempre l’unica forza che del cambiamento aveva fatto il suo faro e che nel cambiamento sta rischiando la dissoluzione.
Si potrebbe definirla la sindrome della “tela di Penelope”, ricordando la saggia furbizia della moglie di Odisseo che sicura del suo ritorno dal lungo peregrinare seguito alla fine della guerra di Troia non voleva appoggiare i nuovi potenti e aveva ideato lo stratagemma della tessitura di una veste o un mantello per il nuovo principe, attuando una pratica a suo modo efficace e semplice: disfaceva gran parte della tessitura della giornata precedente e chiedeva ancora tempo per completare l’opera sperando che dall’orizzonte del mare riapparisse suo marito per porre fine all’usurpazione. Un antico mito, un’antica saggezza certo adatta alla conclusione del racconto.
Il nostro paese, invece, da almeno tre decenni vive una transizione infinita, un cambiamento senza cambiamento, una ricerca di novità che rompano catene secolari, colmino ritardi altrettanto secolari nella crescita sociale, politica, economica e via dicendo. Il paragone con Penelope e la sua vicenda è allora molto semplice e a suo modo anche dissacrante: dalla fine dell’Urss, e poi con la caduta del Muro di Berlino, le energie che si sono liberate garantite dal nuovo contesto internazionale hanno iniziato un cammino nelle istituzioni che dura tuttora, scontando la fine dei partiti che avevano costruito la Repubblica, e cercando nuove vie da percorrere.
Un’incompiuta senza quasi speranza che ha dato la stura ad un meccanismo infernale nel quale ad ogni elezione nella quale gli italiani hanno cercato di indicare possibili strade politiche ha corrisposto una filosofia di vincitori e vinti che ha incancrenito e bloccato ancora una volta il meccanismo dell’evoluzione creando quello che si definisce un meccanismo a loop, ovvero il riavvolgersi continuo del copione in modo che cambi quasi tutto senza tuttavia riuscire a cambiare alcunché. Ecco allora che nel corso dei decenni, tra rivolgimenti politici e giudiziari nella politica l’azione di un governo è stata sempre smontata da quello successivo, costringendo la vita del paese, quella delle sue istituzioni e articolazioni a un continuo e inarrestabile andare avanti, tornare indietro, ritornare avanti di un po’, indietro di un altro po’ e via così senza sosta. Nessun stravolgimento apparente ha prodotto soluzioni concrete capaci di incidere nei nodi strutturali, nelle criticità del paese. Un paese che nonostante questo è riuscito per molto tempo a produrre ricchezza, economia reale, quasi ad onta di questo circuito impazzito.
Le ragioni di questo continuo riavvolgimento si basano su questioni politiche contingenti, ma anche su un dato ontologico per così dire: l’incapacità di vedere lo svolgersi della quotidianità e della politica come un confronto anche aspro tra contendenti sullo stesso terreno di gioco, quello della democrazia sostanziale.
Abbiamo invece assistito e continuiamo ad assistere allo stesso copione: chi va al governo con maggioranze ampie, o anche risicate e non convincenti, si pone come obiettivo quello di smantellare quanto posto in essere da chi ha governato prima. C’è chi lo fa come il centrodestra in una sorta di reazione all’egemonia democristiana, poi comunista ed ora a quella che il Pd vorrebbe esercitare in nome di una diversità ontologica e di una primazia che nessuno ha più. Per far questo gli epigoni della sinistra proseguono nel sistema delle condanne e negli ukase, nei tentativi di assorbire quel che a stento cambia nel paese, oggi i grillini definiti di sinistra, domani le sardine nate dalla galassia della sinistra a sinistra dello stesso Pd. Una logica di inclusione che sembra sempre più simile alla cooptazione di stampo sovietico con l’intento di non mollare le istituzioni cosiddette di garanzia come la presidenza della Repubblica.
Una logica trasparente ma distorta che ha portato il partito di sconfitta in sconfitta e in un incessante demoltiplicarsi sia a sinistra che a destra secondo gli stessi stantii canoni interpretativi.
Nessuna novità, dunque, nessuna interpretazione nuova e realistica del paese per come è e non per come si vorrebbe che fosse. Risultato la ricerca di controllo delle istituzioni, del governo, in un meccanismo quasi ipnotico e distopico che sta provocando da decenni una degenerazione costante del tessuto sociale e ovviamente politico come dimostrano gli ultimi due anni.

Ecco allora che il riferimento alla tela di Penelope è solo indicativo, tanto per capirsi, perché l’attuale condizione non consente di preparare il nuovo con consapevolezza, chiarezza e linearità!

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