Non siamo capaci di stare nel “club Europa”, allora, extrema ratio, usciamone

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Costi elevati, poche vantaggi ed esclusione dalla politica che conta

L’anno è appena iniziato e già ci troviamo nell’incubo di ciò che ci attende per il nuovo anno. Ovviamente parliamo di soldi che, per un Paese come il nostro sempre in bolletta, anche pochi spiccioli di spesa sono un fattore di emergenza.
Nell’ultima finanziaria il Governo, tanto per fare un esempio, ha abbondantemente grattato il fondo del barile per trovare le risorse per non bloccare la nazione: prima di tutto scongiurando l’aumento dell’Iva con una spesa di circa 23 miliardi di euro. Ottimo, ma ahimè con il classico indebitamento per gli anni futuri.
Solo alla fine di quest’anno, dovremo trovare il doppio di miliardi per evitare l’aumento dell’Iva che immancabilmente si riaffaccia.
Per fortuna, affermano le forze politiche più responsabili, siamo in Europa e questo ci protegge in caso di necessità grazie alla forza di un intero continente; peccato che la realtà non ideologizzata dalla politica, sia tutt’altra.
L’Europa non è più da tempo nello scacchiere internazionale che conta, non ha una politica estera, né interna e neanche economica, se non per definire la grandezza delle vongole e la curvatura delle zucchine.
Ovviamente esageriamo, ma la politica è questa, salvo poi permettere ricchi affari solo quelle nazioni europee più forti, o presunte tali, dove noi italiani (terzo contributore e socio fondatore, ndr) non entriamo neanche per la porta di servizio, alla faccia della solidarietà del Continente.
Secondo la Ragioneria di Stato, dunque una fonte ufficiale e non un feroce sovranista, è stato certificato che solo quest’anno l’Italia parteciperà alle politiche di bilancio europee per ben 20,5 miliardi; non solo ma per i due anni successivi, ‘21 e ’22, dovremo dare rispettivamente 23,2 miliardi e 24,5 miliardi.
Cifre pazzesche se calcoliamo che circa 25 milioni di nuclei famigliari oggi in Italia dovranno spendere ogni anno almeno mille euro a testa, la mensilità media di un operaio, per rimanere in Europa, come attestano tutti i dati macroeconomici e sempre da eterna Cenerentola.
Niente male come affare; ma si risponde subito a questo salasso che se vogliamo i benefici che la Ue ci offre dobbiamo pur pagarli, nulla è gratis.
Certo, giustissimo; ma sono sempre soldi nostri che rientrano solo in parte nelle casse vuote dello Stato; prima di tutto, bisogna essere onesti, per la nostra ignavia nel gestire i fondi comunitari; siamo agli ultimi posti da sempre; ma è pur vero che quando poi riusciamo ad ottenerli in realtà questi sono sempre di entità minima, risibile rispetto a quelle degli altri partner.
Allora senza infingimenti, se non siamo capaci di attuare progetti per una politica di finanziamenti europei degna di questo nome, diciamo con grande sincerità pure che non è nel nostro DNA stare in Europa a certe condizioni;
salutiamo garbatamente i soci del club facendo loro presente che non siamo più in grado di essere associati nel dare, vista la nostra situazione debitoria;
e, se permettete, anche nel non essere più disposti ad accettare disparità nella redistribuzione di quelle risorse che dovrebbero essere uguali per tutti.
E se ci permane qualche dubbio circa la nostra poca affidabilità, in quanto utili idioti di questi soci, ricordiamoci che nel decennio appena trascorso, nel pieno della crisi economica con l’austerity voluta dai burocrati di Bruxelles, abbiamo tirato fuori dalle nostre tasche, non certo pingui, circa 100 miliardi (tre manovre finanziarie, ndr) per aiutare i nostri partner Spagna, Irlanda e Portogallo che erano alla frutta per il loro sistema bancario in crisi.
Per non parlare poi del costo di salvataggio, non tanto della Grecia, che sarebbe stata una operazione di umanità e di solidarietà, quanto delle banche franco tedesche esposte nel crac ellenico.
Oggi, per quel salvataggio, quando facciamo benzina abbiamo ancora un rincaro per litro di 10 centesimi a fronte dei 50 miliardi che abbiamo speso in questa operazione di salvataggio.
Ancora un altro affare niente male!!!
Non solo, ma grazie all’euro forte le nostre merci si sono rivalutate sui mercati esteri di oltre il 20%. Riportiamo uno scritto dell’economista Michele Zaccardi che afferma tra l’altro: “Tra l’85 e il 2001 le esportazioni italiane sono cresciute a una media annua del 7,9%, poco meno di quelle tedesche (+9,4%). Dopo, l’Italia langue, con un +2,2% di media tra il 2002 e il 2017. Di contro la Germania veleggia su un sempre più inarrivabile +6,7%. Ma non solo. Osservando i dati dall’86 al 2016 sul commercio tra Germania e Italia si vede chiaramente come, con l’introduzione dell’euro, il saldo peggiori a favore dei tedeschi. Nei 15 anni precedenti l’adozione della moneta unica, la differenza tra export e import nei confronti di Berlino è negativa per 69 miliardi di dollari. Nei quindici anni successivi addirittura di 227 miliardi. Insomma, una massa crescente di denaro lascia l’Italia e si dirige in Germania a causa di un tasso di cambio drogato: troppo debole per i tedeschi e troppo forte per noi.”
Si dirà che sono i soliti argomenti dei catastrofisti anti euro; forse, ma intanto secondo un rapporto del tedesco, non di Bagnai o Borghi, ma del “Centrum für europäische Politik”, la Germania ha guadagnato in questi anni europei 1893 miliardi, l’Italia ne ha persi 4325, quasi due volte il nostro debito pubblico.
In soldoni, ogni cittadino tedesco ha incassato in media 23mila euro, ogni italiano ne ha persi 74mila.
Abbiamo bisogno d’altro per capire il nostro guadagno stando in Europa?
Riprendo ciò che disse qualche anno fa l’imprenditore Massimo Colomban – fondatore della Permasteelisa, società di investimenti immobiliari nel settore delle club house e degli alberghi di lusso, dunque non uno qualunque, ha rilasciato molte interviste leggibili oggi su molti siti internet a proposito dell’euro.
Ebbene a proposito dell’Europa germano-centrica ha affermato:”
L’Europa germano centrica agisce nella maniera più cinica. Più indebitiamo il concorrente, cioè noi, più si possono svalutare i suoi asset. Così su 3500 società italiane che fanno più di 500 milioni di fatturato, oltre 1800, più del 50%, sono state svendute allo straniero … Non vedo un dramma se usciamo dall’euro. Dobbiamo pretendere che l’Unione torni a essere una comunità, dove il più debole è aiutato dal più forte”.
Non credo che ci sia da aggiungere altro, meglio lasciare questi soci che
vivere con chi ti pugnala alle spalle, anche perché non siamo più capaci
neanche di difenderci.

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