Crisi, l’eterno dilemma

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L’altalena delle fibrillazioni nel Governo e in Parlamento, “aspettando godot”

Qien sabe? Chissà. La domanda appare e scompare ad ogni sorgere del sole in questa nostra Italia dinanzi a quel che potrebbe accadere da un momento all’altro nel governo del paese e, subito dopo, in Parlamento. E la difficoltà di comprendere se siamo alla vigilia di un cambiamento oppure no riempie le pagine dei giornali insieme alle preoccupazioni per l’epidemia scoppiata in Cina e alla cronaca di tutti i giorni, nazionale e internazionale.

Una parola appare sempre, brandita come una clava, utilizzata come un fioretto: crisi! Ci sarà una crisi, qualcuno aprirà una crisi, la crisi è già nei fatto o è soltanto un’ipotesi di scuola. Chi sarà ad aprirla, come sarà aperta se lo sarà. Interrogativi certamente interessanti per gli addetti ai lavori, un po’ meno per gli italiani che vorrebbero, al di là delle personali idee, che il governo governi, che il suo programma (ammesso che ne esista uno) sia attuato, che i partiti di maggioranza e quelli di opposizione trovino la strada per costruire e non per annullarsi a vicenda come in un gioco al massacro.

Se fosse possibile una statistica, la parola crisi sarebbe di gran lunga l’unica in cima alla classifica dei termini della politica italiana. Da decenni non avrebbe rivali ed è assai difficile che possa averne in futuro. Nella prima repubblica con un governo all’anno in media, la parola crisi era l’unica ad avere priorità, significato. La gestione di essa ha avuto stuoli di promotori, gestori, pontieri, attuatori, provocatori! Oggi in quella che dovrebbe essere secondo i politologi la terza repubblica (anche se la seconda si può considerare mai nata in realtà), mentre tutti appassionatamente si battono (con qualche flebile eccezione) per un ritorno al proporzionale come sistema elettorale, certo corretto, certo con sbarramento, la parola crisi sembra desueta, ed invece, al contrario, è praticamente la trama stessa degli avvenimenti. Una crisi endemica, una crisi strisciante, dichiarata e non dichiarata. Un sistema maggioritario mai compiutamente realizzato ha prodotto al suo interno una parcellizzazione tanto accentuata da far impallidire quella che in altre stagioni portò a schede elettorali abnormi con decine di sigle incomprensibili alla maggioranza degli elettori e segno della degenerazione del sistema. Oggi con nostalgia degna di miglior causa e ammiccando alla necessità che la volontà popolare possa esprimersi senza confini, si vuole ripristinare la condizione storica che portò alla fine della prima repubblica per i guasti e i difetti di una gestione politica di pura sopravivenza.

Ma tant è, l’analisi non può che prendere le mosse dalla realtà e la realtà alla quale ci approcciamo è questa, non altra. Tutti pensano che un sistema proporzionale sia quello più adatto al paese, anche se l’utilizzo del maggioritario spurio adottato in anni passati è stato ben compreso dagli italiani ed utilizzato al suo scopo, sino a quando la politica ha avvertito il segnale d’allarme, ovvero quello della propria superflua presenza in assenza di preferenze, rappresentanze di interessi e via dicendo. Così, come in un ritorno al passato, ad una mitica thule, ci si affanna per rimettere in piedi una presenza politica che permetta ad essa politica di riavere un ruolo centrale. Il prezzo della parcellizzazione inevitabile, della mediazione infinita viene considerato accettabile. Che questa sia la volontà degli italiani non è ancora chiaro e non è dato sapere sino a quando con il sistema di voto che sarà essi non esprimeranno le proprie idee e il proprio consenso o dissenso.

Una cosa è certa, che il virus proporzionalista contagia tutti. Basta un sondaggio, un’analisi dei flussi elettorali che indichi spostamenti di voto consistenti verso un partito o movimento o un altro, che ineluttabile si apre un ampio confronto sull’opportunità di cogliere il segnale e quindi riposizionarsi “in sintonia” con il paese.

In questa altalena si snoda la quotidianità politica nazionale. La scissione dell’atomo in atto partita con il governo gialloverde, con lo scossone ad equilibri in qualche modo sopravvissuti, sta dando i suoi frutti. In un Parlamento che si avvia a tagliare i propri  rappresentanti  non si sa se per consapevole lettura dei tempi o in ossequio a manichee posizioni giustizialiste, appaiono sempre più evidenti le faglie della scomposizione in atto che riguarda sia la sinistra sia la destra degli emicicli, ammesso che tali categorie abbiano ancora un qualche senso. La sensazione è che nessuno sappia esattamente cosa fare e per dove dirigersi. Ognuno prova a definire il proprio ruolo ormai distorto dall’assenza complessiva di una vera visione politica nazionale e di una chiara strategia e allo stesso tempo consuma le proprie battaglie interne ed esterne incurante dei destini del paese al quale sempre tutti si richiamano. Aggiungiamo che deve sempre esistere un capro espiatorio che allontani da sé le responsabilità e attribuisca le colpe a qualcun altro designato, così da mondarsi la coscienza ed evitare di rispondere delle proprie contraddizioni e il gioco è fatto, la miscela esplosiva è pronta per essere innescata. Ma qualcuno la innescherà, qualcuno avrà il coraggio di assumere il ruolo agente di chi vuole la chiarezza senza accusare qualcun altro di volerla? Qien sabe, appunto! Chissà! 

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