PALUDE

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L’apparente agitarsi della politica in queste confuse settimane, la fibrillazione reale nella compagine di maggioranza giallorossa, il comporsi e ricomporsi di partiti e movimenti alle prese con una perdurante crisi che riguarda le fondamenta stesse dell’alleanza e forse dello stesso quadro politico nazionale, non toglie la sensazione che ci si trovi sostanzialmente in una fase di stasi.

In una famosa pièce teatrale, ovvero una messinscena’ o, come oggi pure si dice, ‘sceneggiata’ dal titolo “aspettando Godot”, lo scrittore Samuel Beckett poneva l’accento sulla condizione umana e sociale dell’attesa di qualcosa (un evento, un avvenimento, una situazione esistenziale) che in apparenza sembra imminente, ma in realtà non si verificherà mai o che potrebbe non verificarsi mai. Per rimanere nel riferimento letterario una sorta di deserto dei tartari, il romanzo di Dino Buzzati. In questa accezione, al di là della finzione letteraria sulla condizione umana, un’espressione molto comune, un modo di dire utilizzato soprattutto in ambito giornalistico e nel sarcasmo raffinato. La frase osserva il dizionario viene spesso usata per riferirsi, in modo amaramente ironico ad uno status immoto o immutabile ma collegato senza speranza ad un possibile verificarsi di un evento, un mutamento. Sempre seguendo il vocabolario, sovente una commedia grottesca e amara, che manca di qualsiasi sviluppo e nella quale non accade assolutamente nulla, ossia  un ”cupo specchio dell’esistenza umana disperata”.

Facciamo un passo indietro per definire la parola scelta, palude. Con essa si fa riferimento ad un’area, più o meno vasta, di terreno impermeabile o insufficientemente drenato, nella quale le acque piovane o i corsi d’acqua alimentano un bacino di raccolta, di solito poco profondo, spesso occupato da una flora particolare; tali aree si formano in vicinanza dei corsi d’acqua (per esempio nei meandri abbandonati), nelle regioni endoreiche, lungo le coste basse per deposizione di cordoni litoranei (nel qual caso le acque sono salmastre). Pr la palude si parla di prosciugamento, di bonifica, di protezione quali aree umide destinate ad una specifica fauna soprattutto migratoria. Di palude, legata all’immutabilità, parla anche Dante con riferimento all’acqua del fiume infernale Stige ovvero il fiume Acheronte, attraverso il quale Caronte traghetta i morti. Come abbiamo sottolineato, poi, con l’ausilio del dizionario, si parla di una condizione di vita stagnante, o di uno stato d’animo d’indifferenza, di neghittosità, d’inerzia spirituale e morale.

Come nelle paludi, in apparenza immote, immutabili, la vita in realtà ferve e spesso in modo parossistico guardando ai piccoli insetti a flora e fauna che si nutre e si alimenta in acque basse, torbide, a volte putrescenti e nelle quali tuttavia si evidenziano ancora elementi vitali nell’eterno fluire della natura e delle sue manifestazioni.

Ecco perché, nella scelta del vocabolo abbiamo fatto cenno alla condizione attuale della vita politica italiana che attanaglia la maggioranza come l’opposizione. Ogni giorno la consuetudine, la cronaca ci rimandano segnali di polemica, di scontro, di insofferenza. Ogni giorno qualcuno critica, attacca, definisce, stigmatizza il comportamento dell’altro, annunciando, preconizzando cambiamenti epocali, superamento delle difficoltà e delle contraddizioni nel paese e del paese. Non passa giorno che qualcuno non pensi di aver scoperto la pietra filosofale della politica del futuro, la risposta alle incertezze, alle difficoltà, ai dubbi.

E, tuttavia, anche ad un osservatore inesperto, ad un’analisi superficiale, quel che risalta è la stasi che sottende all’apparente movimentismo, al continuo agitarsi, contrapporsi, richiamarsi a visioni rivoluzionarie del futuro imminente. Basta però un momento di riflessione per accorgersi che quello del quale si parla è una sostanziale visione, uno schermo distorto della realtà che pur ponendoci dinanzi ad un continuo porsi e contrapporsi, in realtà non ci presenta alcunché di veramente nuovo o di veramente differente. Cambiano i personaggi, cambiano le casacche, mutano i rituali, i riferimenti storici, le terminologie, ma poi alla resa dei conti poco muta realmente. Ed è come se le acque della palude, agitate da chi passa in quel momento prendessero con prepotenza il ruolo che loro compete, quello di riportare tutto alla calma, all’assenza di onde, al limaccioso coprirsi di ogni cosa. E’ quella condizione sociale, politica ante litteram che viene immaginata e delineata da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, affresco impareggiabile di un modo di procedere che è la negazione stessa di veri cambiamenti. Nella espressione “che tutto cambi perché nulla cambi” vie proprio la fotografia della palude sociale, della necessità apparente dell’adeguarsi ai cambiamenti anche forti, purché nella sostanza storica, i fondamenti non vengano toccati o messi in difficoltà. Difficile riuscire più dello scrittore a rendere con grande dovizia di particolari eppure con poche parole, lo status paludoso della nostra realtà. Ed è una fotografia, una sensazione che assume toni realistici se si confrontano i nodi, i problemi, le criticità della nostra società e le risposte, le possibili soluzioni, che la politica sembra affannarsi a dare. Sembra, appunto, o come diceva Pirandello “così è …. se vi pare”, il gioco delle parti. Un’amara conclusione che si spera sempre possa essere contraddetta e smentita. Attendere soltanto, però, è come avviarsi al tramonto senza più sapere se il sole sia realmente sorto oppure debba ancora farlo!

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