PANDEMIA

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La parola della settimana

Non è certamente una scelta originale, ma sicuramente è al passo con i tempi che viviamo. Il vocabolo scelto questa settimana è un rifacimento di epidemia ovvero la diffuzione rapida, in una zona più o meno vasta, di una malattia contagiosa. La differenza tra i due termini sta nella radice di entrambe. Nel primo caso abbiamo detto che si indica una diffusione in una vasta area e in una popolazione più o meno consistente. Nel caso della parola pandemia, invece si fa riferimento all’aggettivo greco πανδήμιος , ovvero pandemos che indica un fenomeno che investe tutto il popolo. La prima spiegazione allora è che la pandemia è una epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territorî e continenti.

Di fronte alla cronaca della diffusione del coronavirus conosciuto ora con la sigla Covid 19, è opportuno cercare di definire con chiarezza di cosa stiamo parlando. Secondo il dizionario quando si parla di una malattia dovuta a un agente infettivo che si diffonde in una zona molto vasta in diverse aree del mondo si parla di pandemia. Solitamente, una malattia supera lo stadio epidemico divenendo pandemica quando ha un’elevata trasmissibilità nella specie umana e viene a contatto con popolazioni che precedentemente non avevano contratto quell’infezione. Quando si verifica quest’ultima condizione, la pandemia può essere estremamente grave per la mancanza di difese immunitarie adeguate negli individui.

Gran parte delle pandemie (e in particolare quelle influenzali) sono spesso nate da popolazioni di animali colpiti da malattie che hanno poi infettato l’uomo con agenti che, con mutazioni successive, sono in grado di essere trasmessi da uomo a uomo. Tra le pandemie più note che hanno raggiunto anche l’Europa, vanno ricordate la grande pestilenza del XIV sec., le ripetute epidemie di colera nel XIX sec., nonché l’epidemia di influenza ‘spagnola’ che si è diffusa tra il 1918 e il 1919, con una stima di circa. 25 milioni di morti. Vi sono tuttavia pandemie che sono ormai storicamente stabili nelle nostre società, quali quelle legate all’HIV e alla tubercolosi, che per quanto abbiano un’espansione a velocità relativamente ridotta, sono diffuse in quasi tutto il pianeta. I rischi di nuove pandemie simili all’influenza spagnola del 1918 sono legati principalmente a due fattori: all’emergere di virus nuovi e all’insorgere di resistenza ai farmaci di agenti infettivi già esistenti.

Il primo caso è illustrato dagli esempi della SARS (Severe acute respiratory sindrome) – che nel 2003 ha fatto temere la diffusione mondiale dell’infezione, soprattutto a causa della mobilità delle persone – e dell’influenza aviaria dovuta al virus H5N1 (simile al virus dell’influenza spagnola, una cui possibile mutazione che consenta il contagio da uomo a uomo potrebbe scatenare una pandemia con una stima di circa il 20% della popolazione mondiale colpita). La resistenza ai farmaci è invece alla base di infezioni con ceppi di tubercolosi o di altri batteri (per es., Staphylococchus aureus) resistenti alle normali terapie messe in atto. Per la tubercolosi, si deve ora utilizzare un regime di almeno tre farmaci, con un controllo medico piuttosto rigoroso. Per ciò che riguarda altri batteri, sono ormai diversi i casi di infezioni ospedaliere resistenti a numerose classi di antibiotici. Eventuali epidemie scatenate da questi agenti potrebbero risultare estremamente pericolose.

Di fronte al pericolo di nuove pandemie, proseguiamo citando il dizionario l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha attivato un network internazionale di monitoraggio per le diverse fasi delle pandemie (Global outbreak alert and response network, GOARN), seguendo l’agente eziologico sin dal suo emergere prima dell’inizio del contagio da uomo a uomo. Il network, creato nel 2000, si basa su centri sparsi in tutto il mondo in grado di controllare continuamente l’evolversi delle malattie, così che sia possibile reagire in maniera tempestiva con le misure adeguate, fornendo aiuto ai paesi colpiti, evitando la dispersione della malattia, e contribuendo alla rapida ricerca di una terapia.

Tutto questo, nei giorni che viviamo sembra non permettere un atteggiamento esclusivamente scientifico, ma investe sentimenti e sensazioni che attengono alla sfera umana più profonda e per così dire arcaica. Ovvero quella sfera dove l’istinto originario si somma alla paura di ciò che non conosciamo creando la premesse di quella condizione irrazionale ma pregnante che si indica come panico. Allo stesso tempo è necessario contrastare questo rischio immanente per consentire una risposta coordinata e alla’altezza della situazione. Rifuggendo da facili generalizzazioni, da deduzioni illogiche, in sostanza affrontando con razionalità gli avvenimenti. perseguendo la finalità primaria che consiste nel circoscrivere al più presto quelli che vengono indicati come focolai, cercando di tracciare i possibili movimenti del virus o delle persone che ne siano portatrici anche asintomatiche. E questo mentre in parallelo scienziati e virologi fanno ogni sforzo per identificare, conoscere, tracciare il dna dell’agente patogeno alla ricerca di un possibile antidoto, in questi casi un vaccino efficace. Un rimedio che tuttavia richiede tempo e che non può essere indicato come possibile nell’immediato. Nei casi di pandemie o epidemie come quelle con cui ci confrontiamo spesso l’evoluzione naturale della malattia arriva alla sua conclusione prima che un vaccino sia disponibile. Ciò che va evitato come dicevamo è il panico o la diffusione di notizie non verificate se non addirittura false o tendenziose. Gli effetti di ondate di paura possono infatti essere anche più gravi della stessa evoluzione dell’epidemia!

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