Il governo ai tempi del… virus

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I rischi tra sottovalutazione e sopravalutazione dell’emergenza

La premessa di ogni analisi di una situazione come quella venutasi a creare per la diffusione del coronavirus Covid 19 dalla Cina e la sua presenza epidemica – anche se territorialmente confinata – in diversi paesi europei tra i quali l’Italia, deve fare i conti con meccanismi e azioni-reazioni che attengono a diversi piani di riflessione. Concentrandosi sulla nostra realtà, occorre subito sgombrare il campo da ogni ipotesi fantasiosa, complottista e affini, tentando di tenere il ragionamento in confini di razionalità ancorché di legittima preoccupazione sino a quando la parabola fisica del virus compirà il suo ciclo o, questa è la speranza, si individui un percorso terapeutico e vaccinale adeguato.

La preoccupazione delle autorità pubbliche è certamente complessa, da un lato creare un confinamento dei focolai più pericolosi come anche di quelli apparentemente minori e, allo stesso tempo, veicolare messaggi di razionalità nei comportamenti individuali e collettivi che permettano tale confinamento e soprattutto coadiuvino le autorità sanitarie deputate al controllo, al contenimento e alla cura con gli strumenti a disposizione.

Ecco dunque la ragione del titolo di questa riflessione. Il governo al tempo del virus. Se un pericolo minaccia la collettività nazionale, se i contorni di questo pericolo non sono ancora definiti, l’azione dei pubblici poteri deve essere improntata alla massima serenità e all’indicazione di norme, contenuti, comportamenti cui tutti dobbiamo sentirci impegnati. Certo il rischio è duplice, poca informazione rischia di essere veicolo di interpretazioni distorte, di allarmi ingiustificati, in un paese dove tutti siamo in qualche modo governanti, allenatori di pallone, medici, avvocati e così via. Dall’altro lato, un eccesso di informazione presenta un rischio analogo, quello di rendere pandemico non il contagio e il cammino del virus, ma l’estendersi di comportamenti illogici, irrazionali, folli. Non altrimenti si spiegano episodi come quelli che stanno portando allo svuotamento di luoghi pubblici, all’interruzione di servizi, assemblee , riunioni e via dicendo, anche in località distanti e che nulla hanno a che vedere con i luoghi individuati come focolai o legati alla presenza di possibili pazienti zero od uno.

L’accaparramento di beni alimentari, di prima necessità, la vendita anche online di presidi sanitari come disinfettanti o mascherine a prezzi di sciacallaggio non sono altro che manifestazione di come questi pericoli siano tutt’altro che improbabili, anzi siano connaturati all’intima e atavica convinzione dell’uomo di essere “solo” di fronte all’ignoto, alla minaccia di qualcosa tanto presente quanto invisibile, come appunto un virus. Film e docufilm nel tempo hanno descritto in modo certo artistico, spettacolare, ma assolutamente non immaginifico che cosa possa accadere in tranquille comunità quando si espande il “virus” di una notizia, prima sussurrata, poi conclamata sulla presenza di un infetto, di una zona in espansione. Certo gli scenari catastrofici sono appannaggio del cinema e, tuttavia, resta forte la sensazione di come gli strumenti a disposizione per limitare, rassicurare, contenere, non siano molti e come l’armamentario catastrofico sia invece forte e roboante.

La prima regola aurea di chi ha la responsabilità pubblica è allora di non nascondere il pericolo, di condividere nel modo più ampio la conoscenza del problema e le possibili risposte e questo in una unione che travalichi le differenze politiche, le maggioranze e le opposizioni. Così come il virus non fa differenza tra vecchi e giovani, donne e uomini, così la risposta deve essere corale, locale e nazionale senza ricerca di primazie e di meccanismi del tipo “lo avevamo detto, non siamo stati ascoltati” e così via. La cartina di tornasole della capacità nazionale di reazione è nei comportamenti che assumono i nostri vicini. Se così come accaduto nei confronti della Cina, ora si manifesta qualche forma anti italiana, indicando il paese come “untore” invitando a non venire da noi, la responsabilità come sempre non è soltanto dei nostri confinanti o meno, ma è anche in qualche passaggio compiuto da noi, intendendo in questo senso chi ha le massime responsabilità di governo. Ecco allora che alternare in modo discontinuo notizie di diffusione non contenuta, accuse a poteri locali, e insieme invitare alla calma e all’ottimismo senza poter ancora fornire risposte certe può apparire velleitario se non ingenuo. Del resto è compito anche di ogni cittadino non assumere atteggiamenti censori, critici per definizione, indicando ai propri simili storture, comportamenti non consoni alla verità dei fatti e instillando timori ancestrali incontrollabili e ondate di panico. Nessuno guadagna da questi comportamenti, tutti rischiamo di perdere come paese, come collettività nazionale. Rigore, dunque, anche scientifico se occorre. Determinazione e incisività di intervento, comprensione dei possibili effetti di notizie veicolate in modo incontrollato, risposte ad accuse infondate da qualsiasi parte provengano e difesa del nostro paese, delle sue capacità di intervento, dell’unità di intenti per cui nessuno porta acqua al mulino dei mestatori interni ed esterni, dei propalatori di falsità, degli “untori” psicologici e pratici. L’epidemia si concluderà, i rimedi si troveranno, nella speranza che la scienza sappia procedere senza ostacoli. Il debito di discredito invece potrebbe avere effetti molto più gravi e lunghi nel tempo della crisi sanitaria e dei suoi effetti, già imponenti sull’economia mondiale e per converso nazionale, già non particolarmente vivace! 

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