NON DI SOLO DENARO VIVE L’UOMO

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Epidemia e contagio: provvedimenti record ma chi e quando pagherà?

Premessa necessaria: l’epidemia del coronavirus sta sottoponendo il nostro paese (ma anche il mondo intero) ad una prova che difficilmente è avvenuta in passato con queste caratteristiche e dimensioni. Dunque ad un evento eccezionale si deve rispondere con misure eccezionali. Ogni sforzo deve essere fatto per mantenere in piedi l’economia, la coesione sociale, la solidarietà. Lo shock che stiamo subendo avrà conseguenze anche nel futuro sia immediato ma anche a medio e lungo termine. Nulla sarà più come prima. Dunque rispetto per quanto si sta facendo e per quanto si farà. Probabilmente il paese e il mondo intero, l’Europa, potrebbero uscire migliori dopo questa durissima stagione.

C’è però, qualcosa di improprio, in quanto avviene, forse un eccesso degno di un altro momento. La nostra politica tace, non sa cosa dire, i medici sono gli unici a tentare di dare risposte sia sanitarie sia prospettiche con tutti i limiti che ancora ci sono nella conoscenza e nell’evoluzione del contagio, del suo picco, del suo modificarsi nel tempo. Ed è il profluvio, naturalmente ben accetto, delle risorse che vengono indicate, stanziate, erogate in tempi talmente stretti da essere incredibile in un paese come il nostro fatto di dilazioni, rinvii, distinguo e via dicendo come tutti sappiamo. Una buona notizia dunque, in termini pratici, mentre si cerca di contenere ogni fenomeno di sciacallaggio, di mercato nero di ogni cosa che serva a vivere e contenere i rischi.

Le misure di contenimento sono stringenti, sono rispettate per una stragrande maggioranza dei concittadini  – non mancano come sempre deprecabili eccezioni – sia consapevoli che impauriti da un nemico invisibile. Ognuno cerca di coniugare la forzata assenza di libertà di movimento con attività di ogni genere sperando che finisca presto. Nessuno sa però quando finirà. E dunque occorre essere preveggenti.

Quel che un po’ sconcerta, ma forse queste righe sono un’iperbole, è che stanziamenti, risorse, decine di miliardi si stanno rovesciando sul sistema sanitario come è ovvio e doveroso, ma provvedimenti a suon di miliardi si stanno anche predisponendo per ogni settore, ogni categoria di lavoro che lo stato di necessità rischia di mettere in difficoltà, anche questo giusto e doveroso. L’Europa più per paura che per convinzione sta cominciando ad allargare i cordoni della borsa e pensando a bond continentali, quelli rifiutati da decenni dai paesi più rigorosi, dunque flessibilità spinta, sospensione dei criteri del patto di stabilità, mano libera alle spese per il supporto all’economia, alle imprese, liquidità per tutti i cittadini, per le famiglie e via dicendo. Una sorta di piano Marshall per l’Unione. Tutto bene, allora, finalmente si cambia?

La domanda però nasce spontanea e la sensazione del precipizio anche. Tutta questa ricchezza, tutto questo sforzo finanziario, tutta questa apertura – fenomeno che si riscontra peraltro in tutte le parti del mondi dalla Cina, agli Usa – si verifica perché come dice il saggio la paura “fa 90”? Da dove arrivano queste montagne di denaro, questi finanziamenti anche a fondo perduto che sino all’altro ieri erano off limits, e per avere accesso ai quali occorreva sottostare a limitazioni concrete anche della sovranità, a ristrutturazioni del debito senza elasticità? Possono sembrare domande fuori luogo mentre si lotta per la sopravvivenza, per la salute di tutti. Tuttavia l’isolamento forzato, la difficoltà di contatti, non possono non mantenere viva la necessità di affrontare i nodi, le domande cruciali su quello che la situazione attuale produce e produrrà nel tempo a venire.

E soprattutto, se queste risorse si possono trovare in stato di necessità, perché non razionalizzarne l’utilizzo equilibrato “in tempo di pace”  per così dire. Se in questa condizione attuale si possono superare limiti, infrangere tabù, consentire quello che prima era sconsigliato, e tutto questo si può fare, perché non estenderlo al momento del ritorno auspicato e sperabile alla cosiddetta normalità?

Per l’Italia questa flessibilità avrà un peso crescente, il debito aumenterà a livelli ancora più stratosferici, per gli italiani in difficoltà ci sarà più liquidità momentanea, ma tutto questo avrà inevitabilmente un costo ancora non quantificabile. Aiutare e sostenere coloro che rischiano il danno più grave è un dovere e si riesce a farlo con solidarietà di varia natura, ma se tutto il paese è a rischio, chi può aiutare chi? A questa domanda la risposta attuale è che appaiono dal nulla risorse che si ritenevano inesistenti, si dà fondo ad ogni capitolo di bilancio, si razionalizza e si coordina. Perché non continuare a farlo anche dopo? Eliminando sacche di zavorra senza tempo, affrontando una volta per tutte i nodi strutturali che ci rendono deboli? Forse l’occasione è a suo modo insperata ma sostanziale. In Italia in primis ma anche in quell’Europa ancora imperfetta nella quale siamo inseriti!

Su tutto questo, però aleggia un interrogativo che per il momento possiamo lasciare in aria, ma che inevitabilmente toccherà terra prima o poi: chi pagherà tutto questo? Come lo pagherà? Quanto tempo ci vorrà a pagarlo? L’esperienza e la saggezza antica dicono: passata la festa gabbato lo santo. Cambiando come ovvio la festa nell’emergenza grave che viviamo, resta la seconda parte: chi sarà gabbato? Forse in tutte le stanze del potere occorrerebbe pensare alla risposta perché una cosa è certa, ogni cittadino italiano ed europeo, questa sotterranea domanda già se la pone!

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