SOLIDARIETA’

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La parola della settimana

Gli anni che stiamo vivendo nel nostro paese, quelli nei quali queste riflessioni si sono dipanate non hanno mai condotto ad occuparsi di una parola come quella scelta questa volta. Si potrebbe dire che dall’infinitamente piccolo, un  virus, sia scaturito un senso di appartenenza e di vicinanza tra gli italiani che non si avvertiva da troppo tempo. Ognuno chiuso nel suo particolare, ognuno alla ricerca del proprio interesse, anche quando in apparenza si compivano gesti umanitaria. Tutto si è piegato alla politica, allo scontro “epocale”, al confronto –scontro con il nemico. Senza un nemico per troppo tempo è sembrato non si potesse vivere o mandare avanti il paese.

Una corrosione, una corruzione del tessuto sociale e non solo in senso etico, che ha sfilacciato, spezzato, indebolito tutte le forme di umana colleganza, creando un paese di monadi impazzite. Anche quando si è parlato di valori condivisi, ognuno ha continuato a farlo segnando confini, sbarramenti, conventio ad excludendum. Un gioco al massacro che ci ha portato tutti sull’orlo di un baratro senza ritorno. L’invecchiamento della popolazione, i problemi del lavoro, l’esclusione delle donne, hanno via via fermato ogni spinta, ogni volontà di andare avanti, produrre per tutti, lavorare per tutti. Il crollo delle nascite ne è conseguenza diretta e negativa. Non perché le scelte personali non debbano essere rispettate, ma perché un paese che non rimane giovane, che costringe i giovani ad andarsene è un paese senza futuro. 

Ecco perché ogni forma di retorica vacua, sia del diritto a non fare qualcosa, sia quella del fare qualcosa a tutti i costi anche contro la logica e l’intelligenza, hanno per decenni anestetizzato i cittadini. Alcune reazioni sociali, dai cinquestelle sino alle sardine mai nate, non sono stati e non sono soprassalti di resipiscenza, ma semplicemente scossoni di un organismo malato che cerca di reagire ma che non sa come. Dunque ogni retorica vacua deve essere lasciata a casa. Al popolo italiano occorre parlare chiaro, intellegibile, sereno pur nelle traversie. Un parlare che sia all’altezza delle circostanze.

Se guardiamo poi al tessuto sociale ci avviciniamo al senso del termine di partenza. Si dice sempre che nelle disgrazie gli italiani danno il meglio di sé, ma sarebbe opportuno che, come accadde nel secondo dopoguerra, si impegnino a dare nel tempo il meglio di sé e non solo in occasioni non preventivabili e non augurabili. Sembra passato un secolo dall’emergenza migranti eletta a discrimine politico, eppure anche con l’epidemia in corso, gli sbarchi continuano e i migranti continuano ad ammassarsi alle nostre frontiere, italiane ed europee. Ecco perché dinanzi ad un dramma epocale l’azione deve essere costante, coordinata, saggia, rispettando chi arriva, ma anche senza dimenticare chi c’è e resta e solo grazie al quale l’accoglienza e la generosità sono possibili. Senza esaltare comportamenti provocatori nei confronti del nostro paese compiuti sia da stranieri sia da connazionali.

Oggi, sembra che tutto sia scomparso ed esista solo l’epidemia. Giusto in termini di sforzo corale a difesa e salvaguardia del popolo italiano, ma domani o dopodomani quando con questo virus si dovrà continuare a convivere come con tutti gli altri pandemici che abitano il nostro mondo anche se confinati e controllabili, gli altri problemi saranno sempre lì ad attenderci e non fanno sconti.

Ecco perché, facendone un metro di comportamento comune, la solidarietà deve diventare un dovere sociale, non un atto di pietas o di compassione. E deve cominciare ad essere un atto in qualche modo ontologico che nasca dall’interno della società e ne informi l’evoluzione. 

 Solidarietà allora che cos’è nel dizionario? Esistono diversi possibili ambiti, come nel diritto, nel quale indica un modo di essere di un rapporto obbligatorio con più debitori (passiva) o con più creditori (attiva), caratterizzato dal fatto che la prestazione può essere richiesta a uno solo o adempiuta nei confronti di uno solo, avendo effetto anche per gli altri. Ancora l’essere solidario o solidale con altri, vuol dire condividerne le idee, i propositi e le responsabilità.

In senso più ampio, su un piano etico e sociale, con questo termine si delinea il rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno che collega i singoli componenti di una collettività nel sentimento appunto di questa loro appartenenza a una società medesima e nella coscienza dei comuni interessi e delle comuni finalità. Molte le possibili interpretazioni, di nazione, di politica, di idee.  Esiste anche nel diritto internazionale, come solidarietà di interessi, ovvero di comunanza di interessi. Ancora si parla di solidarietà nel linguaggio giuridico e sindacale, come ad esempio quando si parla di contrattazione di solidarietà , ossia di accordi collettivi tra datore di lavoro e sindacati in base ai quali si stabilisce una riduzione (temporanea o stabile) dell’orario di lavoro e, proporzionalmente, della retribuzione relativa; introdotti con lo scopo di difendere o di accrescere i livelli occupazionali. Al di là di tutto questo, di tecnicismi e teorie, resta però il valore elementare, di base, quello per il quale un essere umano sostiene e aiuta un altro in difficoltà o nella comune difficoltà ci si dà una mano reciprocamente, senza pensare a cosa ci possa arrivare in cambio, ma soltanto per la comune esistenza da condurre in avanti verso stagioni migliori. Forse il segreto è proprio in questo: Del doman non v’è certezza diceva Lorenzo il Magnifico cogliendo l’esilità dell’esistenza umana, ma è soltanto guardando al domani che possiamo trovare la forza di vivere nell’oggi e nelle difficoltà contingenti!

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