Tiberio precursore dei tempi

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L’alfabeto morse nell’antica Roma

Tiberio[1], uno degli imperatori più importanti della Roma imperiale, direttamente designato dal grande Augusto, dopo nemmeno un anno dal suo insediamento ai massimi vertici dell’impero, decise di lasciare Roma, anche allora congestionata dal traffico asfissiante, da una moltitudine di genti e di razze, una delinquenza dilagante, e un inizio di dipendenza all’oppio, da poco “importato” dall’oriente,  che non pochi problemi dava agli amministratori pubblici e allo stesso impero. 

Tant’è che il nostro imperatore decise di trasferirsi in una delle isole più incantate del mondo, Capri, continuando a dirigere da lì il grande impero romano,  all’epoca  esteso quasi ai confini del mondo conosciuto, salvo poche province.

Ma come riusciva Tiberio a stare lontano dalle stanze dei bottoni e al tempo stesso governare un impero? Come riusciva ad essere informato di quanto accadeva nell’impero giorno per giorno, e rimanere riparato nel suo paradiso?

Con una sorta primordiale di telegrafo e un alfabeto morse che vennero poi perfezionati solo molti secoli dopo.

Un mezzo che gli permetteva di conoscere le notizie in tempo reale e di dare disposizioni a distanza. Un sistema di specchi (“specula” in latino), distanziati a catena l’uno dall’altro, posti alla distanza massima possibile, ma pur sempre visibili in lontananza, del tutto simile a quello che sarà poi fatto ai tempi nostri con i fari. Gli “specula” erano dei grossi specchi rifrangenti “visibili” da oltre 40 km di distanza.  Il primo “speculum” venne posto sul monte Solaro, ad Anacapri, in vicinanza della sontuosa villa di Tiberio; il secondo di fronte Capri, a diciotto miglia di distanza, a Punta Pennata, a Bacoli (Na), su una mini-penisola che faceva da banchina naturale esterna all’antico porto che ospitava l’intera flotta navale romana; dove tutt’ora, malgrado la “penisola” sia diventata in seguito a una mareggiata un isolotto, resiste alle inclemenze dell’abulia totale; il terzo fu messo sull’attuale Monte Grillo (già Monte Miseno) a Monte di Procida, che, essendo all’epoca molto più sporgente nel mare, era in grado di “comunicare” in linea d’aria con il quarto “speculum” posto a Punta Rossa al Circeo; il quale a sua volta comunicava con quello di  Anzio, che infine portava i messaggi a Roma. Riepilogando quindi, i messaggi in codice partivano da Capri, e passando per Bacoli, Monte di Procida attuale, Punta Circeo, Anzio, venivano trasmessi a distanza da specchi rifrangenti sino a Roma. E viceversa.

Così il grande Tiberio, stando comodamente nel augusto ritiro, comandava il mondo grazie a questo semplice ma arguto sistema di comunicazione a specchi rifrangenti e a uno speciale alfabeto tipo morse.

Ma questa fenomenale invenzione è solo una parte dei tanti misteri tecnologici che il mondo romano ha lasciato nella penisola cumana (Bacoli-Baia-Miseno).

Tra questi la “Piscina Mirabilis”, l’immensa cisterna o che raccoglieva l’acqua che proveniva  dalle fonti del Monte Serino grazie a un acquedotto a caduta con un solo millimetro di pendenza che attraversava  valli, pianure, e monti per molto più di 150 km.

Una delle tante delle bellezze di Bacoli di cui mi farebbe piacere parlare, poste nei CAMPI FLEGREI, la terra dei miti.

[1] Tiberio, nacque il 16 novembre del 42 a.C. da Tiberio Claudio Nerone e Livia Drusilla, Livia, dopo il divorzio sposò Ottaviano Augusto; Tiberio apparteneva quindi alla Gens Claudia e Augusto anche per questo il 4 d.C. lo adottò in vista di una sua successione. Tiberio si meritò la potestà tribunizia (che gli garantì l’inviolabilità personale) e il comando proconsolare (che gli assicurò il controllo dell’esercito e delle province), e si guadagnò quel potere necessario a rapportarsi con il Senato e conquistare quel consenso che lo portò ad essere Imperatore con il favore del popolo.
Fu così Imperatore di Roma dal 14 al 37 d.C. sapendo mantenere la pace ai confini e dando prova di una eccellente gestione amministrativa e finanziaria.
Morì il 16 marzo 37 d.C., a quasi 94 anni, nella villa di Lucullo a Capo Miseno, in Bacoli, lasciando suoi eredi Tiberio Gemello e Gaio (noto come Caligola).


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