Ragazzi, o cambiamo o è finita

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Cosa ci attende dopo il coronavirus

In questi giorni in cui si parla solo di una cosa  ho letto tanto ed ho ascoltato tanto.

I miei pensieri sono sempre gli stessi da tanto tempo, ma oggi sono ancora più forti e inquieti; quasi un grido di aiuto.

Vedo sconcertato l’approssimazione, l’impreparazione, l’improvvisazione di chi ci governa; e non parlo di colori politici o di bandiere ma di una situazione generale.

Sono molto preoccupato per il nostro futuro, ma non per la questione medica, per quella economica.

Da tempo, troppo tempo ormai, non riusciamo ad avere una guida politico-economica forte per realizzare le grandi riforme che possano mettere in marcia una crescita costante per tutta la nostra rete infinita di PMI che è, non scordiamolo mai, la  linfa vitale del sistema economico italiano.

Quando cominciai la mia professione come giovane avvocato tributarista ricordo che l’OCSE diceva, già nel 1987, che la pressione fiscale in Italia era troppo alta; che avevamo il record mondiale di numero di leggi e leggine; e che la nostra burocrazia era una giungla.

Dal 1987 è passato tanto tempo ma le cose non sono migliorate; anzi direi peggiorate.

Ho lavorato molto all’estero e con grande orgoglio sono stato al fianco di quelle tante PMI Italiane che con una grandissima professionalità e preparazione sono riuscite e riescono a penetrare in tutti i mercati del mondo; cui viene riconosciuta dovunque grande qualità imprenditoriali e industriali di altissimo livello tecnologico. Viaggiando, vivendo e lavorando per più di 20 anni in vari paesi del mondo ho appreso anche come funzionano i vari apparati statali stranieri e come è strutturata la loro burocrazia a tutti i livelli; dalla Spagna agli USA, al Cile, al Regno Unito, un’unica voce e musica: burocrazia semplice, tasse eque, incentivi e aiuti alle imprese sia sul mercato nazionale che internazionale; vero fisco amico e possibilità di interloquire con qualsiasi apparato e livello statale; normative chiare e immediata elasticità a modificare indirizzi e norme a seconda delle situazioni nuove che si presentano nel mercato.

Tante volte parlando con qualche funzionario ho avuto la sensazione che lui si proponesse a me come un rappresentante di una impresa; ma in questo caso l’impresa era ed è la sua Nazione.

Ricordo che tanti anni fa a Madrid l’ex presidente della Confindustria Spagnola disse: “… sapete qual è il mio sogno? Avere questa organizzazione (la Confindustria Spagnola), il sistema legale e fiscale spagnolo, ma avere come soci della nostra associazione  le imprese italiane …”.

In Italia non riusciamo  ad andare avanti sulle riforme e sulla grande rivoluzione dell’apparato amministrativo mentre dovremmo creare  le condizioni per essere centrali e punto di riferimento anche nelle operazioni economiche internazionali, così come fanno le altre nazioni. Le imprese cercano condizioni ottimali dove poter investire e produrre. Necessitano di incentivi che possono essere di vario tipo: per spingere l’assunzione di personale locale, o far entrare una nuova tecnologia o un ultimo Know How sul territorio nazionale, o perché le vendite rivolte al mercato internazionale siano tassate in modo diverso con aliquote più basse rispetto quella ordinaria; o  consentendo di operare come un holding di partecipazione a tutte le proprie succursali nel mondo (e quindi con un trattamento differente dalla normale tassazione dei dividendi ricevuti da succursali straniere), ecc. ecc. . L’elenco delle possibili azioni di riforma è veramente infinito. Inoltre, infrastrutture e collegamenti. Sono fondamentali per la crescita economica ed imprenditoriale di una area geografica.

Dal primo gennaio 2018 c’è una legge in vigore in Italia che avrebbe voluto (dovuto) introdurre la Zona speciale Economica in tutti i porti del sud Italia, scritta e realizzata sui modelli delle zone franche di Barcellona, Rotterdam, Suez, ecc. ecc. . Lettera morta. Nessuno o quasi lo sa, e, la cosa più grave è che nessuno fa niente per attuare simili progetti. Una legge fatta e scritta benissimo, che nella realtà non trova applicazione per l’incompetenza e il disinteresse delle parti in gioco. Si pensi dolo all’indotto che potrebbe creare facendola funzionare a pieno regime.

La verità è che riformiamo poco o nulla; e quando lo facciamo, non l’applichiamo.

Per non dire del turismo, che richiederebbe tutto un capitolo a parte.

Potrei fare tanti esempi come questi per dimostrare la non volontà di portare avanti i grandi cambiamenti strutturali di cui ha bisogno la nostra nazione ! La non volontà è sintomo  di ignoranza (nel significato prettamente latino della parola; ovvero, proprio di colui che non sa) e quindi di paura di affrontare il cambiamento.

È di fondamentale importanza trattenere nel nostro territorio le imprese italiane  e non farle scappare all’estero. Ma per farlo sarebbe necessario fare esattamente quanto appena accennato sopra.

Un esempio per tutti: FCA che ha traferito la sede da Torino prima a Londra e poi ad Amsterdam.  Quando finalmente grazie a Marchionne FCA FIAT è “diventata” una impresa “privata”  (giacché visti i finanziamenti statali di cui la FIAT ha goduto per oltre 60 anni sorgeva spontaneo il sospetto che fosse pubblica) ha cominciato a studiare e a verificare  dove poteva avere più vantaggi legali, fiscali, ed economici rispetto all’Italia; appena deciso il cambio ed il trasferimento di sede, tutti in Italia si sono immediatamente schierati contro Marchionne che è stato pubblicamente descritto come un traditore delle patria.

In realtà uno Stato illuminato avrebbe semplicemente dovuto cercare di capire perché l’impresa si stava trasferendo e cercare di ricreare in Italia le stesse (se non migliori) condizioni  economico-giuridiche che FCA aveva trovato all’estero.

In tutti questi anni mi sono convinto che se lo Stato realmente abbassasse le tasse risolverebbe il problema; in gran parte anche del nero; è scontato che con aliquote più basse tutti pagano e lo Stato incassa di più.

Io sono di una generazione che ha studiato e che è stato educato – prima in famiglia e poi nella professione (ho avuto come maestro un grande Professore che ultimamente purtroppo ci  ha lasciato) – a pensare e a pesare le parole prima di aprir la bocca ed esprimere idee, concetti e proposte.

Un medico, un ingegnere, un architetto, un avvocato … nella loro professione hanno studiato; e chi si rivolge a loro pretende una preparazione all’altezza del compito che svolgono. Per non dire dell’imprenditore. La vita di tutti loro è lo studio e la ricerca costante; crescita professionale e preparazione per essere sempre all’altezza della propria funzione; nulla si improvvisa perché ogni “cliente” chiede questo: preparazione, professionalità, esperienza  conoscenza.

Noi cittadini oggi siamo i “clienti” del Parlamento e delle Istituzioni, cui chiediamo esattamente le stesse cose: professionalità, esperienza, cultura e preparazione; chi governa e chi ci rappresenta oggi dovrebbe avere nei nostri confronti requisiti e obblighi analoghi (anzi maggiori): culturali, professionali e morali.

Ricordo che è il cliente che paga per la prestazione del professionista o per l’acquisto di un bene all’imprenditore; e quindi se siamo anche noi “clienti” cittadini che paghiamo lo Stato (perché noi lo Stato lo paghiamo) abbiamo tutto il sacrosanto diritto di pretendere e di chiedere.

I ministri devono essere in assoluto all’altezza del loro ruolo, e nello specifico particolarmente formati e capaci di ricoprire l’incarico che sono temporaneamente chiamati a ricoprire.

Chiunque si candidi al parlamento e voglia essere eletto deve poter apportare qualitativamente un quid pluris al funzionamento e al miglioramento dello Stato e della cosa pubblica; e non aspettarsi che lo Stato dia qualcosa a lui.

Noi cittadini “clienti” oggi come non mai abbiamo bisogno di una nuova classe politica  preparata e seria che con grande coraggio sappia prendere decisioni importanti di grande cambiamento con delle riforme rivoluzionarie. Rivoluzionarie per noi, ma normali per gli altri paesi.

Insomma oggi, come si pretende da un medico, un ingegnere, un avvocato o qualsivoglia altro professionista o operatore economico professionalità, preparazione, cultura ed esperienza, così si deve esigere da chi ci rappresenta titoli, doti e qualità adeguate al ruolo.

Dobbiamo farlo velocemente perché se non lo facciamo temo che , alla luce della recessione incombente, non usciremo affatto bene dalle sfide importanti e serie che ci aspettano nell’immediato prossimo futuro.

Abbiamo bisogno di statisti veri, di persone serie,  profondamente inserite nel nostro tessuto economico e sociale.

Si badi bene, che non credo che sia una questione di colore politico, perché sulle idee si discute, si propone e prima o poi un accordo si trova l’accordo. Ma quello che chiedo è qualcosa di più profondo ed essenziale: che tutti  i rappresentanti delle varie bandiere politiche siano delle persone all’altezza della situazione.

È questo un sentimento diffuso. Si avverte ovunque una grande voglia di cambiare rotta. Le forze sane del nostro paese  (la maggioranza)  sono quelle private, formate da imprenditori, professionisti e lavoratori che si devono unire per trovare velocemente questa soluzione: azzerare tutto e ricominciare  da capo, ognuno con le proprie bandiere e convinzioni politiche; ma tutto nuovo.

Massimiliano Sammarco è un avvocato tributarista esperto in fiscalità internazionale

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