Che ne sarà della nostra economia dopo la pandemia?

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Solo un cambio di passo e una riforma sostanziale ci può salvare

Ѐ di pochi giorni l’appello pubblicato da Micromega di 67 economisti, in gran parte docenti universitari, che chiedono all’Unione Europea un cambio di passo netto. A loro se ne sono aggiunti molti altri.

Non è la prima petizione nel suo genere. A novembre ce n’era una contro la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità. Lo stesso appello è stato poi riproposto prima che l’epidemia diventasse pandemia, poco prima che l’Eurogruppo licenziasse la riforma. Scelta per il momento, vista tragedia in corso, temporaneamente accantonata.

Si sa che le crisi sono i momenti migliori per rimettere in discussione le regole del sistema, e se affrontate con saggezza e lungimiranza possono anche portare a decisivi miglioramenti. Ma ciò non può avvenire quando c’è stabilità anche solo apparente, nemmeno se le Cassandre prevedono la fine a cui il persistere nell’errore può portare.

Non era un segreto che le regole distorte di un’economia basata sull’export, e allo stesso tempo sulla compressione della domanda interna tramite deflazione salariale, avanzi primari e tagli alla spesa, non avrebbe portato lontano. Mario Monti in una famosa intervista alla CNN del 20 maggio 2012 disse: «abbiamo ottenuto buoni risultati con le riforme strutturali, stiamo distruggendo la domanda interna tramite il consolidamento fiscale»; poi aggiunse: «sarà ciò sostenibile nel lungo periodo, senza una crescita del PIL?».

Forse tra qualche anno i posteri derideranno queste affermazioni. Eppure il pensiero neoliberista, tuttora in voga (anche se indebolito), ha creduto e crede ancora che la crescita possa ripartire dal consolidamento fiscale; ovvero dall’abbattimento del debito pubblico tramite tagli alla spesa che di contro non può che tradursi inevitabilmente in una compressione della domanda. A nulla son serviti i c.d. “eretici gufi” a far notare, a prescindere dall’insostenibilità sociale di simile approccio, la sua sostanziale inefficacia.

Un articolo di Stirati e Paternesi Meloni del 23 aprile 2018, pubblicato sulla rivista online Economia e Politica, mostrava la caduta verticale di 75 miliardi di PIL conseguente al consolidamento fiscale del professor Monti. Caduta miracolosamente attenuata da una crescita dell’export. Lo stesso articolo riferiva del crollo della spesa e dell’aumento della disoccupazione giovanile, nello stesso periodo; e soprattutto denunciava – a dispetto della tesi dominante – l’aumento del rapporto debito/PIL passato, tra il 2011 e il 2014, dal 116% al 132%.

Oggi il dibattito sembra essersi evoluto; anche nelle arene più blasonate. Nessuno propugna più l’austerità fiscale; ma il regime fiscale continua a essere lo stesso, malgrado le previsioni di crescita catastrofiche di questi giorni, anche per la Germania, abbiano indotto molti a più miti consigli. Goldman Sachs stima che il PIL italiano calerà del 11,6% nel 2020. Di certo tutti gli Stati si troveranno a fronteggiare un crollo drastico. Da qui il cedimento graduale di molti paesi UE e della “Commissione”, che ha accettato di sospendere il Fiscal Compact, conscia che tutti i dogmi sui cordoni stretti della borsa vadano messi da parte di fronte a previsioni tanto nefaste, alle quali i governi possono solo rispondere con lo stimolo fiscale.

C’è da capire in che modo. L’Eurogruppo del 24 marzo si è prevedibilmente concluso con un nulla di fatto. Lo strumento di bilancio europeo, per le cifre che riesce a mobilitare, si rivela insufficiente. Germania e Francia hanno messo a disposizione centinaia di miliardi, perlopiù sottoforma di prestiti agevolati alle imprese. Il 26 marzo sono poi stati dati 15 giorni alla Commissione per indicare soluzioni da sottoporre agli Stati. La realtà è che tutti si stanno rendendo conto che la Commissione può avanzare delle proposte ma le scelte competono ai governi nazionali. Mentre si parla di emissione imminente, una tantum, di corona-bond (titoli di debito europei per far fronte alle spese straordinarie) e ci si ripropone di trovare ulteriori risorse di bilancio comune. I soliti rigoristi del Nord, Olanda in testa, non ne vorrebbero sapere. Staremo a vedere.

In questo quadro è evidente come l’unico strumento possibile per far fronte all’emergenza, e che per questo deve essere sciolto da ogni vincolo, sia la politica monetaria. La Banca Centrale Europea, propongono i 67 economisti sottoscrittori dell’appello, dovrebbe comprare illimitatamente i titoli di Stato nazionali fino a quando ce ne fosse bisogno, ed eventualmente rinnovarli alla scadenza, senza vincoli relativi al loro capital key, cioè alla quota di partecipazione versata.

Gli stessi propongono che la Banca Centrale trovi una formula, compatibile con i Trattati, per collocare titoli a rendimento zero presso le banche centrali nazionali. Certo, l’errore sospetto della neopresidente Lagarde e del suo board non è stato felice; e il danno è stato enorme, malgrado la correzione. Speriamo che il ravvedimento sia completo. Se così non fosse, la crisi economica provocata dalla pandemia si trasformerebbe facilmente in una crisi finanziaria.

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