EGITTO-ETIOPIA: LA GUERRA DEL NILO

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Lo scorso febbraio l’Egitto ha festeggiato un avvenimento destinato ad incidere profondamente sugli assetti geopolitici della regione. Il paese dei Faraoni ha superato la soglia dei 100 milioni di abitanti. Una crescita record, se pensiamo che solo nel 1970 l’Egitto contava circa 35 milioni di persone. In mezzo secolo dunque, il paese retto con mano di ferro dal generale Abdel Fattah al-Sisi, ha più che raddoppiato la propria popolazione, nonostante una crisi economica devastante che sta minando le fondamenta della società egiziana. Un trend comune a molti altri paesi africani ma con una differenza di fondo di enorme rilevanza. Le risorse dell’Egitto infatti provengono fondamentalmente da due direttici: il turismo e lo sfruttamento del Nilo che, con i suoi 6853 chilometri di lunghezza, contende il primato di fiume più lungo del mondo al Rio delle Amazzoni. E se l’indotto economico derivante dal turismo è da anni fortemente minato dall’instabilità interna, anche la millenaria dote che il Grande Fiume ha sempre garantito, è messa in discussione dalla decisione dell’Etiopia di costruire una diga ed un conseguente bacino idrico sul Nilo Azzurro, le cui acque confluendo a Khartum, in Sudan, con il Nilo Bianco danno origine al grande Nilo, destinati inevitabilmente ad incidere in maniera sostanziosa sulla quantità di acqua portata dall’imponente fiume lungo il suo lungo percorso. Il progetto mastodontico, affidato alla società di costruzioni italiana Salini Impregilo, è destinato ad essere la più grande struttura idroelettrica dell’intera Africa, in grado di generare 16400 GWR all’anno, cioè l’ammontare dell’intero fabbisogno elettrico dell’Etiopia. Secondo i tecnici al lavoro, la diga, denominata Gerd, sarà operativa entro il 2022 e sarà il fiore all’occhiello della rinascita etiope, come ha recentemente affermato il Premier di Addis Abeba Abiy Ahmed Ali, premio Nobel per la pace nel 2019, in virtù dell’accordo di pace siglato con l’Eritrea che ha messo fine alla ventennale disputa tra i due paesi. Un leader che ha giurato di cambiare radicalmente il suo paese, dopo anni di dispotismo e corruzione. Una sfida che passa inevitabilmente dalla ricerca di una maggiore autonomia riguardo il fabbisogno energetico. I proclami di Addis Abeba però si scontrano con consolidati assetti regionali che proprio nel Nilo vedono il proprio perno. Gli incontri internazionali, culminati nella conferenza di Washington svoltasi a metà febbraio, tra Etiopia, Egitto e Sudan, sono stati un fallimento. Con l’Egitto che ha continuato a rivendicare la validità degli accordi siglati nel 1959, sulla scia dei precedenti compromessi risalenti all’epoca coloniale, che consentono al Cairo lo sfruttamento delle acque del Nilo per il 55,5%. Uno status ritenuto inaccettabile da Addis Abeba, dalle cui montagne il fiume nasce, che rivendica il superamento di quei trattati. Il Premier Ahmed Ali si è detto disposto ad una soluzione di compromesso, potendo contare anche sull’appoggio del Sudan. Più granitica è invece la posizione del Presidente al-Sisi che, con un paese in forte crescita demografica e stremato da un’economia asfittica, si è detto indisponibile ad una soluzione che veda il proprio paese recedere dagli accordi siglati più di mezzo secolo fa. Un contenzioso che potrebbe sfociare in una vera e propria guerra. Secondo molti analisti infatti, se il secolo scorso è stato contraddistinto da conflitti per accaparrarsi le riserve petrolifere, questo secolo vedrà  crescere a dismisura le dispute legate all’acqua, elemento indispensabile per la vita del Pianeta.

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