Dalla peste di Milano ai decreti di Conte nulla è cambiato

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I mali di 500 anni fa riproposti nella tragedia del coronavirus

Parafrasando il celebre verso dell’Amleto: “Essere o non essere, questo è il problema”, potremo rivolgere ad ognuno di noi la stessa domanda: “Esco o non esco di casa? Il coronavirus è sotto controllo o ancora serpeggia nelle nostre città?

Con la confusione che regna tra il governo, o presunto tale, la protezione civile e gli ormai onnipresenti virologi, la gente è sempre più confusa e, per usare un termine annacquato, diremo anche adirata.

Stare a casa per proteggerci e tutelare la comunità va bene, ma fino a quando e in che modo uscire per riprendere le proprie attività e, dunque, la propria vita?

Purtroppo, non è dato da sapere con chiarezza facendo così dell’incertezza la nostra compagna quotidiana.

Insomma, viviamo una situazione eccezionale, ma non certo nuova per l’Italia se guardiamo ai secoli passati.

I grandi contagi sono nelle cronache fin dagli albori della civiltà, tra questi vogliamo raccontare, se pur brevemente, una delle più grandi epidemie di peste che la nostra penisola dovette affrontare tra il 1627-1630 con un riacutizzazioni nel 1640.

L’epidemia si sviluppò in quegli anni in tutto il Nord Italia, come oggi, lasciando quasi del tutto escluse le regioni del Sud della Penisola. Centro dell’epidemia fu anche allora, Milano, come ricordò secoli dopo il Manzoni dei suoi Promessi Sposi.

Era in quei tempi della dominazione spagnola e Capitano di Città meneghina Ambrogio Spinola che emanò delle “Grida”, (gli avvisi pubblici alla popolazione), dove si obbligava la gente a rimanere rigorosamente in casa, erano vietati gli assembramenti, chiusi i mercati e le persone infette venivano forzatamente allontanate dalla loro casa per essere recluse nei Lazzaretti che prende il nome dal lebbroso Lazzaro salvato da Gesù nei Vangeli,  inoltre a protezione del contagio si usavano dei fazzoletti fin sopra il naso imbevuti di alcol o di profumi, un  escamotage usato anche da coloro che portavano il cibo alle persone più bisognose, insomma la nostra Caritas ante litteram.

Pur non avendo i rimedi della medicina moderna, il personale sanitario di quei tempi, ieri come oggi, davano il massimo di se stessi fino al sacrificio della vita.

Molti medici, o presunti, tali cominciarono a studiare attentamente il problema e, come il grande medico francese Guy de Chauliac, credettero di trovare risposte valide sulle cause di questa epidemia dovute certamente alla congiunzione astrale tra Saturno, Giove e Marte che aveva diffuso miasmi tossici nell’ atmosfera.

Una teoria che non fu mai approfondita, ma questo vale per ricordare anche in mani erano i poveri malati comunque, se senza offendere nessuno, nulla di nuovo sotto il sole a distanza di quattrocento anni!

Ma torniamo ai tempi della peste e ad altre analogie con i nostri tempi.

Anche allora la Lombardia, con il Veneto e l’Emilia Romagna furono le regioni più colpite dal virus, svuotando città come Milano, Bergamo, Como, Venezia, Padova, Verona, Bologna fino lambire Firenze.

Dalle varie cronache del tempo, sappiamo che questa peste causò lungo tutta la sua fase almeno un milione di morti su una popolazione di appena dieci milioni, come se oggi, per fare un paragone, fossero morte sei milioni di persone.

Ciò che non possiamo raffrontare con i nostri giorni ci fu una differenza assai esemplare.

Nonostante il male decimava le popolazioni le chiese rimanevano aperte per la consolazione dei fedeli e i preti, forti della loro missione, portavano i conforti ai malati, senza alcuna paura per il contagio prendendo l’esempio del loro cardinale Carlo Borromeo, tra i primi a seguire il comando evangelico di carità. Ogni giudizio lo lascio ai lettori.

Ma come si arrivò a questa tragedia sanitaria nell’Italia del XXVII secolo?

Facciamo allora un breve excursus dei fatti.

All’epoca, specie nei territori a nord della penisola, c’era una grave crisi economica insieme ad una fortissima tassazione per finanziare le tante guerre tra i vari Staterelli.

La situazione ben presto si aggravò a causa della drammatica carestia che aveva colpito ampie aree di terreni a cui va aggiunto un forte calo delle esportazioni tessili che lasciò in breve campo libero alle produzioni delle Fiandre, l’attuale Olanda.

Tutto questo come era ovvio aspettarselo creò forti malcontenti tra la gente fino a sfociare in aperti tumulti.

Come succedeva spesso, per rimettere ordine tra gli Stati discesero, al comando dell’allora Sacro Romano Impero, le truppe tedesche con al seguito i feroci Lanzichenecchi e proprio questi ultimi per molti scrittori furono la causa del contagio, insomma il famoso paziente zero era tedesco.

Sulle prime le autorità, ieri come oggi, non dettero peso al contagio, nelle loro terre, affermavano, era impensabile l’arrivo di un simile morbo, tanto da non proibire manifestazioni pubbliche.

Tuttavia, alcuni medici più seri, cercarono di convincere le autorità a promuovere misure anti contagio, perché la situazione stava sfuggendo di mano da un punto di vista non solo sociale, ma anche sanitario. Ma fu tutto inutile.

Non solo le autorità furono colpevoli, ma anche molti cittadini che preferivano nascondere i malati in casa per paura di essere ghettizzati a loro volta come untori oppure evitare ai loro cari la morte certa nei Lazzaretti.

Con queste premesse, ben presto i vari territori furono colpiti ed anche ferocemente dal morbo tanto che nel 1630 Milano fu subito in cima alla classifica di morti, tanto che in quegli anni i morti di peste almeno centomila.

La città viveva in un atmosfera a dir poco spettrale, oltre al lugubre silenzio di morte, circolavano, infatti, solo i monatti per trasportare i cadaveri e gli apparitori per avvertire la gente del passaggio.

I malati venivano portati come abbiamo già scritto presso i lazzaretti dove la guarigione era praticamente nulla, erano semplicemente “parcheggiati” con le cure del tempo in una situazione di convivenza inaudita con altri malati e personale sanitario.

Allora, come oggi, la paura più grande insieme al contagio e era anche il collasso del sistema sanitario.

A questo punto un paragone con la nostra attualità diventa interessante.

Leggendo queste cronache ci accorgiamo che in realtà siamo ancora fermi alla politica del ‘600 con i decreti governativi che tanto somigliano alle Grida manzoniane e poi, permettetemi, nonostante la buona volontà e la generosità fino al sacrificio della vita del personale sanitario, dove sono i tanto magnificati progressi della ricerca con la sua capacità decisionale di risolvere i problemi e la sua previsione di pandemie come queste?

Sono passati 500 anni dalla peste di Milano, ma le soluzioni a quanto pare sono le stesse, salvo lo studio di un vaccino che è ancora di là da venire con una differenza, questo bisogna ammetterlo, che una volta si usavano i ventagli per dare un po’ d’aria ai malati ed oggi abbiamo i respiratori, ma il principio come per altri fattori non cambia specie per la  gente comune che lavora e paga le tasse. Se pensiamo solo a qualche mese fa, quando si parlava di investimenti per la protezione civile, per Oms, per tante grandi aziende che avrebbero dovuto curare tutto o almeno preparaci al meglio davanti ad emergenze di epidemie tutto, o quasi, si è dimostrato al di sotto delle aspettative.

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