Verso il Tramonto della civiltà occidentale

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Durante gli anni di liceo ebbi l’occasione di leggere quello che in un primo tempo mi sembrava un mattone letterario di quasi 1000 pagine, Il Tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler.

Un testo erapieno di nomi, date, fatti e rimandi culturali verso personaggi ed accadimenti per me allora sconosciuti. Insomma, un libro da aprire e chiudere alla velocità della luce; non era certo il tipo di lettura che poteva invogliare alla lettura un ragazzo.

Eppure, questo libro mi affascinò ugualmente. Certo, come ho detto, molti concetti non li capii per mancanza di preparazione, ma quello che compresi molto bene fu la spiegazione della fine dell’Occidente come lo avevamo conosciuto fino ad allora.

Era iniziata di fatto la sua fase discendente e il suo posto sarebbe stato preso da un’altra cultura, da un altro pensiero e da un’altra visione della storia. Ogni civilizzazione, secondo l’autore, durava in media circa 150 anni per poi dare lo scettro ad una atra civiltà o presunta tale.

La cultura giudaicocristiana, il concetto di civiltà e di progresso,in un futuro assai prossimo non sarebbe più appartenuto all’Europa che l’aveva fatta nascere. L’Europa sarebbe tornata ad essere quell’estremo lembo di terra destinato a divenire il prolungamento geografico del continente asiatico.

Ma la fine di una civiltà porta con sé molte tribolazioni, fatte di drammi, rivolte, angosce e grandi dolori come quelli di una donna nel partorire una nuova vita.

Se pensiamo che il libro venne scritto nel 1918, alla fine della prima guerra e dalla disfatta della Germania, tutto questo ha del profetico sulle sorti dell’umanità in genere e non solo per l’Occidente.

Spengler aveva una visione lungimirante degli accadimenti, come si evince da queste pagine, era scrittore, ma anche profeta e filosofo, uno storico che ha lasciato un’attività enorme, tutta ancora da scoprire se vogliamo conoscere il futuro che ci aspetta.

Molti, infatti, sono gli spunti che l’autore ci offre sfogliando le sue pagine dove proprio l’Europa, simbolo dell’Occidente, con ben sett’anni di anticipo ne aveva predetto la sua involuzione per l’incapacità di una politica coraggiosa e illuminata davanti alle sfide dell’economia, della finanza e degli appetiti delle nazioni che man mano si affacciano sulla scena del mondo.

Era nato nel 1880 in un piccolo centro della Sassonia, Blackburn, era cresciuto in una famiglia della piccola borghesia tedesca, unico figlio maschio con tre sorelle.

Da bambino era taciturno e riservato, ma trovò ben presto conforto crescendo nella cultura, appassionandosi al greco, al latino, alla matematica ed alle scienze naturali, senza disdegnare, inoltre, la sua passione per l’arte, specialmente per la poesia, per il teatro e per la musica e tutto studiato sempre con grande serietà ed approfondimento.

Trascorse la vita da studioso solitario anche grazie ad una modesta eredità e impartendo lezioni private o scrivendo per giornali. Morì a Monaco nel 1936 per un attacco di cuore.

Eppure quest’uomo così mite e introverso aveva provato, a suo modo, a richiamare gli uomini su ciò che si andava prospettando per l’umanità futura dove l’uomo sarebbe stato ridotto ad una macchina trasformandolo in una persona  senza qualità, un nomade sradicato dalla propria storia e dalle sue tradizioni, completamente alienato dal lavoro, dal denaro; il tutto in un’orgia di collettivismo che possiamo constatare oggi nei suoi aspetti più nefasti, anticipando di ben due decenni il capolavoro di George Orwell: “1984”.

Purtroppo, il suo impegno è servito a poco, come spesso capita alle ‘Cassandre’  di turno, specie nel mondo della cultura politicizzata; una cultura che dispone però a “comando” della cosiddetta élite intellettuale; quella che ci ammorba inutilmente sui giornali, nei talk show televisivi, nei convegni e nei tanti premi letterari con la tipica spocchia del radical chic che dà giudizi, esalta e distrugge in poco tempo le carriere letterarie di chi non si adegua agli standard del politically correct o al liberalismo progressista; proprio come capitò a Spengler, che aveva tra l’altro due gravi colpe da espiare: essere stato apprezzato da Julius Evola, ingiustamente ritenuto l’ideologo della destra fascista, che in seguito lo tradusse per l’edizione italiana.

Questo da solo è bastato per ghettizzarlo e metterlo fuori gioco, senza analizzare i contenuti del libro, le sue argomentazioni assai puntuali sul significato della storia e a questo bisogna aggiungere l’altra sua colpa forse più grave per una certa intellighenzia: criticò senza appello il marxismo, che stava creando proprio in quegli anni la presenza politica nell’ambito internazionale e che lui definiva “il capitalismo dei proletari” e di cui previde la sua sconfitta ideologica già prima della fine del secolo scorso.

Ciononostante, Spengler aveva la visione di un socialismo umanitario, con valori nazionali e tradizionali da non confondere con il nascente Nazionalsocialismo di cui fu sempre un fiero avversario.

Famosa la sua frase sul nascente movimento di Hitler nell’agonizzante Repubblica di Weimar: “Volevamo liberarci dei partiti, ma è rimasto il peggiore”; definendolo anche come esempio di povertà spirituale oltre che politica; specialmente per il suo razzismo contro gli ebrei che riteneva aberrante.

Nella esperienza di Weimar, poi,vedeva tutti i prodomi che di lì a poco avrebbero determinato la fine dell’Europa soggiogata oltre che dalla sua insussistenza anche da valori non sempre puliti, come l’economia finanziaria e monetaria e quello che oggi potremo definire la globalizzazione del pensiero.

Davanti a questi scenari lui luterano vedeva nel mondo cattolico una solida “vera e autentica civiltà occidentale”, non certo germanica, ma romana e neolatina contro la barbarie incipiente della società che ne avrebbe preso il posto da lì a poco tempo.

Tra coloro che recensirono il libro ricordiamo Thomas Mann che lo definì un “romanzo intellettuale”, una definizione che lo fece considerare in maniera quasi unilaterale ingiustamente un “dilettante culturale”.

Anche Benedetto Croce, in un commento pubblicato su La Critica, scriveva che il signor Spengler ignora affatto la storia delle questioni che sommuove, e le sue idee non meno che la sua erudizione sono da dilettante”, una critica che ne ritardò la traduzione italiana fino al 1957, poi avvenuta per le edizioni Longanesi.

Nella riedizione del 2008, a conclusione di queste brevi note, riportiamo l’introduzione al libro scritta da Stefano Zecchi: “Tutto ciò che passa è soltanto un simbolo, dice Spengler ricordando un verso del Faust, che ritorna come un leitmotiv wagneriano in “Il tramonto dell’Occidente” e aggiunge il movimento dell’esistere e del conoscere ha un significato se ha un valore simbolico. Spengler riabilita così – prosegue Zecchii concetti di simbolo e destino che la cultura moderna ha deriso e avvilito, credendo di poterli sostituire con quelli di segno e progresso, più funzionali alla filosofia analitica e al controllo tecnico-scientifico dell’esistenza. Ma questo non significa che “Il tramonto dell’Occidente” possa essere letto come una tradizionale reazione allo spirito dell’Illuminismo, anche se proprio a questa interpretazione deve il suo grande successo“.

Una sintesi perfetta del pensiero originale di Oswald Spengler che, senza gli occhiali colorati che spesso nascondono solo una vuota ideologia, ha ancora molto da insegnare all’uomo contemporaneo per capire dove stiamo andando.

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