I servizi segreti indagano sul settore bancario e assicurativo

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Rischio scalate ostili e bolla dei crediti deteriorati

Nelle ultime settimane si sono intensificati gli alert dei nostri Servizi Segreti e del COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) rivolti al Governo e al Parlamento sulla tenuta del sistema creditizio italiano, mettendo in luce criticità che rischiano di impattare gravemente sull’economia e la stabilità sociale del nostro Paese.

In particolare, a causa dell’inedita emergenza economica provocata dalla diffusione di Covid-19, sono emersi due fenomeni. Il primo: l’aumento dell’interesse delle concorrenti straniere per le imprese italiane in posizione di rilievo nel tessuto economico del Paese. Il secondo: l’incremento, a dismisura, dei crediti deteriorati, cioè crediti delle banche che i debitori non riescono più a ripagare per via dei troppi debiti accumulati.

Con riferimento al primo, il COPASIR si è mosso già all’inizio dell’emergenza da Covid-19, invitando il Governo ad estendere anche al settore bancario e assicurativo il raggio d’azione del Golden Power, istituto introdotto in Italia nel 2012 dall’allora governo Monti e teso a difendere gli assets “strategici” nazionali dalle scalate ostili di società straniere. Invito accolto nel “Decreto Liquidità”, d.l. n. 23 dell’8 aprile 2020.

La logica che sottintende la scelta di “scudare” il mercato creditizio si basa chiaramente sulla paura che gioielli della finanza come, per esempio, Generali e UniCredit finiscano in mani straniere a prezzi scontati, visti gli andamenti di Piazza Affari, ma anche sulla necessità in questa fase di garantire liquidità al sistema produttivo italiano. La perdita di italianità delle banche si tradurrebbe, infatti, nella privazione per le piccole e medie imprese domestiche di quella liquidità necessaria per investire e persino per la gestione ordinaria.

Immaginiamo, per esempio, che una banca tedesca venga a fare shopping nello Stivale, rilevandone il controllo del tessuto bancario. Avrebbe modo di attingere alla enorme liquidità delle controllate per investirla laddove ritiene che sia più opportuno sulla base delle sue relazioni con il tessuto produttivo. In sintesi, prenderebbe i soldi dei risparmiatori italiani e li presterebbe alle imprese tedesche, che per storia e rapporti consolidati riterrebbe più sicure, in quanto conosciute.

E con ogni probabilità si registrerebbe un disinvestimento progressivo anche riguardo al nostro debito pubblico, com’è emerso nei mesi scorsi con Unicredit, il cui amministratore delegato Jean-Pierr Mustier ha segnalato una crescente fuga dall’Italia, annunciando al contempo un forte taglio dei BTP a bilancio. Ci ritroveremmo, in sostanza, senza una delle principali fonti di domanda per il finanziamento del nostro debito sovrano.

Venendo ora al tema dei crediti deteriorati o «NPL», acronimo che esprime la locuzione inglese «Non Performing Loans» (prestito non performante), il COPASIR ha evidenziato come la pandemia potrebbe aggravare una situazione che già pesa come un macigno sul benessere del sistema bancario, data la valanga di crediti deteriorati accumulatisi dal 2008. Parliamo di tutti quei finanziamenti concessi a persone fisiche e giuridiche, di difficile rientro nel proprio portafoglio, che le banche sono costrette a gestire internamente per recuperare il credito vantato o ad affidare, cartolarizzandoli, esternamente a società specializzate, permettendo a queste ultime la realizzazione di profitti elevatissimi.

Le banche hanno cercato di smaltire gli stock di NPL generati dalla crisi finanziaria del decennio scorso per un ammontare calcolato intorno ai 360 miliardi di euro. Tra il 2014 (anno di picco) e il 2018 gli istituti di credito avevano sostanzialmente dimezzato la loro zavorra, sia pur svendendoli a prezzi di stralcio, attraverso la cessione a società di credito, soprattutto straniere. Ma le dinamiche economiche scaturite dalla diffusione del Covid-19 potrebbero riportare i crediti deteriorati ai livelli della crisi finanziaria del 2008, se non addirittura superarli.

Le ripercussioni di questo scenario sul sistema economico e sociale sono evidenti. Come è noto, il deterioramento della qualità del credito delle banche è una delle principali cause di fragilità del sistema finanziario che porta generalmente alle crisi bancarie, il cui costo lo pagano poi di fatto tutti i cittadini, per le conseguenze nefaste sul sistema produttivo, e non solo azionisti e risparmiatori.

Una banca infatti, può essere considerata solida se solidi sono i suoi crediti, e sebbene gli NPL possano essere considerati un elemento fisiologico di una banca, è necessario che siano ridotti al minimo, perché se superano un certo livello la banca subirà delle conseguenze che influenzeranno la sua redditività ed il suo patrimonio di vigilanza, che è la quantità di capitale che ogni banca deve detenere per soddisfare i requisiti di vigilanza prudenziale previsti dalla normativa di Basilea 2.

La diretta conseguenza sarà una minor disponibilità di capitale da poter impiegare per la concessione di ulteriori prestiti, fenomeno che ha particolarmente colpito il sistema sociale e produttivo italiano in questi dieci anni di crisi ed è destinato ad acuirsi in tempi di Covid-19. Le banche italiane sono infatti storicamente strettamente collegate con l’andamento dell’impresa italiana, soprattutto quella di piccola e media dimensione (PMI). A dimostrazione di questo è evidente come il crollo delle PMI abbia coinciso con un aumento delle esposizioni deteriorate delle banche, proprio perché le imprese italiane o sono in stato di insolvenza o non riescono ad onorare i debiti a causa delle avverse difficoltà economiche e di riflesso questo colpisce le famiglie italiane, anch’esse in difficoltà nel pagare mutui e prestiti bancari.

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