LE ISOLE DI PLASTICA

 -  - 


E’ grande quanto un continente. Le stime parlano di un’estensione che va dai 700mila ai 10 milioni di chilometri quadrati, con una presenza di residuati che varia dai 3 milioni ai 100 milioni di tonnellate. Un’isola di plastica, formatasi a partire dall’inizio degli anni ’80, nella zona centrale dell’Oceano Pacifico, a nord dell’Equatore. Si chiama Pacific Trash Vortex, un nefasto simbolo del degrado che l’uomo ha imposto al Pianeta, con la sua logica di sviluppo indiscriminato, di traffici commerciali così intensi da aver pregiudicato una porzione di Oceano grande quanto gli Stati Uniti d’America e non da ultimo, con il turismo da crociere che ha portato navi grandi come città per i mari del mondo. Secondo gli studi più recenti, l’isola di spazzatura sarebbe profonda oltre 10 metri, con un ritmo di accumulo che ha fatto registrare un’impennata nell’ultimo decennio, quello contraddistinto dalla cosiddetta globalizzazione. Una bomba ad orologeria, che sta compromettendo la vita di centinaia di specie marine, dalle tartarughe alle balene, nel ventre delle quali sono state trovati residui plastici che spesso ne hanno causato la morte. A destare altrettanta preoccupazione è la seconda isola di plastica per dimensioni, quella formatasi al centro del Pacifico Meridionale, al largo delle coste di Cile e Perù, la South Pacific Garbage Patch, della grandezza di oltre due milioni e mezzo di chilometri quadrati, costituita soprattutto da filamenti di plastica che stanno contaminando la fauna marina, compromettendo la qualità del pesce, anche quello destinato ai mercati ittici. Cambiando Oceano, la terza posizione di questa triste classifica di “isole artificiali”, è la Nord Atlantic Garbage Patch, meno estesa delle sue sorelle ma forse ancora più pericolosa, in quanto formata da residui di plastica ad altissima concentrazione, in grado d’inquinare l’ecosistema marino in maniera più capillare. Fonte di preoccupazione è anche l’isola di plastica che sta crescendo a dismisura nell’Atlantico Meridionale, al largo delle coste dell’America Latina e dell’Africa Occidentale, segno del crescente volume d’interscambi tra questi Continenti. La lista potrebbe continuare citando altri agglomerati di rifiuti che si stanno formando nei grandi mari del Pianeta, nel disinteresse generale, soprattutto di quelle nazioni che non hanno ancora adottato misure che limitino l’utilizzo della plastica nella loro filiera industriale ed alimentare. Una strategia che pur partendo da decisioni a livello governativo, deve mirare ad una consapevolezza individuale di semplici comportamenti d’attuare, a cominciare da una corretta raccolta dei rifiuti e dal boicottaggio di quei prodotti che continuano ad essere confezionati attraverso l’utilizzo di derivati della plastica. Una battaglia che nel recente passato aveva portato ad un positivo cambiamento, come l’adozione introdotta da alcuni paesi della cosiddetta Plastic Tax, un’imposta rivolta ai produttori di manufatti a singolo impiego, confezionati prevalentemente con platica. Adesso, al tempo del Covid-19, questi fragili sforzi sono stati messi da parte a causa dell’indispensabile utilizzo di materiali derivanti dalla plastica, indispensabili per rendere asettici i contatti tra le persone. Un cane che si mangia la coda dunque, ma ogni emergenza va affrontata anche attraverso una tempistica e ora l’impellente necessità è arginare la diffusione del virus.

2 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.