IL COVID-19 IN AMERICA LATINA

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Mentre i Paesi a Nord dell’Equatore stanno lentamente prendendo le misure alla terribile pandemia che ha causato centinaia di migliaia di vittime, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, l’epicentro del Covid-19 si è ora spostato a Sud della linea immaginaria che divide il Pianeta. Nelle scorse due settimane è stato il Brasile a segnalare il maggior incremento di diffusione della malattia, con quasi 380mila contagiati ed oltre 24mila morti, stime peraltro al ribasso, visto che le autorità sanitarie del paese non sono in grado di effettuare un monitoraggio adeguato dei flussi di propagazione. Mentre nelle grandi città come San Paolo, dove il Governatore locale ha prorogato il lockdown per almeno altri 10 giorni, la situazione è tenuta con mille sforzi sotto controllo, negli Stati dell’interno popolati essenzialmente da indios, il virus sta colpendo con particolare accanimento, a causa della quasi inesistenza di presidi medici, ragione per la quale la popolazione autoctona sta pagando un prezzo altissimo in termini di vittime e contagi. In questo drammatico scenario non aiuta la confusione a livello istituzionale, con il Presidente Jair Bolsonaro che continua a minimizzare gli effetti della pandemia, equiparata dal primo inquilino di Brasilia ad una semplice influenza e di conseguenza non predisponendo la rete di tutela e prevenzione adottata dagli altri Paesi quando erano al centro  del cosiddetto picco di diffusione. Un atteggiamento che ha già portato alle dimissioni di due Ministri della Salute che, nonostante l’appartenenza alla stessa famiglia politica del Capo dello Stato, hanno palesemente contestato la sottovalutazione del fenomeno. La situazione dei nativi latinoamericani è particolarmente a rischio anche in altri Paesi del Continente. In Perù addirittura l’80% dei casi di Coronavirus segnalati ha interessato le comunità indios della regione amazzonica, dopo che le autorità centrali hanno effettuato una distribuzione di beni di prima necessità senza le necessarie prevenzioni, in primis l’utilizzo di mascherine da parte dei militari che hanno recapitato gli aiuti. Meno grave la diffusione dell’epidemia in Cile, dove le forze dell’ordine forgiate sul modello militaresco della dittatura del recente passato, hanno predisposto un ferreo lockdown con sanzioni pesantissime per coloro che lo violano. Un indubbio successo dal punto di vita sanitario, ma che sta facendo sprofondare migliaia di famiglie che vivevano ai margini della legalità in una condizione di disperazione dovuta alla mancanza di entrate economiche. Discorso a parte merita invece il Messico. Secondo i dati ufficiali diffusi dalle autorità i casi finora conclamati di Covid-19 sono 72mila con circa 8mila decessi, numeri contestati dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha parlato apertamente di sottovalutazione del fenomeno, invitando il Viceministro della Salute Hugo Lopez-Gatell Ramirez  a far parte dell’organismo di esperti con il compito di redigere un protocollo di comportamenti sociali diretti alla popolazione di  quei paesi ora al centro dell’ondata di pandemia. Lopez-Gatell, in questa fase critica si è battuto affinchè anche nel proprio paese fossero adottate delle normative restrittive da applicare su scala nazionale, non lasciando autonomia decisionale in materia sanitaria ai singoli Governatori. In Messico ed in altre nazione del Centro-America infatti il cosiddetto lockdown è stato applicato in maniera più soft che altrove per non pregiudicare completamente le filiere economiche, una decisione che ha causato la nascita di nuovi focolai in aree finora rimaste fuori dal contagio. La parola d’ordine è dunque rivedere e far rispettare i protocolli di sicurezza, fatto tutt’altro che semplice in paesi dove le  istituzioni sono sentite lontane dalla maggior parte della popolazione.

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