Climate Virus

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Perché il cambiamento climatico è una pandemia al rallentatore. E cosa ci insegnano le somiglianze tra le due crisi

«Lo so. Probabilmente non ne potete più. Ma fatemi parlare un momento della crisi che sta attanagliando il mondo. Sottovalutata e ignorata a lungo. Inizialmente trattata dai populisti come una scemenza. Con un impatto più duro sui più vulnerabili, con Cina e Stati Uniti epicentro del problema. Sto parlando, naturalmente, del cambiamento climatico». 

L’attacco a effetto serve a Rob Wijnberg – filosofo olandese e fondatore del giornale online De Correspondent, che ha in orrore le notizie perché «distorcono la comprensione della società», e dunque predilige le analisi – a spiegare immediatamente dove vuole andare a parare: clima e Covid sono due crisi che si somigliano maledettamente. Wijnberg dice che il climate change è una pandemia al rallentatore, e che la pandemia è un climate change in pentola a pressione: stessa materia prima, ma cuoce molto prima. Vediamole allora queste analogie: sostengono tesi che potranno sembrarvi provocatorie o illuminanti, ma sono argomentate divinamente.

Somiglianza numero 1: il problema è invisibile. «L’aspetto veramente pericoloso del Covid non è che la malattia che causa sia seria, ma che non sia seria per un sacco di persone. Il fatto che molti contagiati non abbiano sintomi ha contribuito alla diffusione del virus». Allo stesso modo, la maggior parte di noi sperimenta pochi effetti del riscaldamento globale. La temperatura della Terra aumenta di un grado e mezzo? La reazione è uguale a quella iniziale al virus: «È come un’influenza», e non ammazza noi. Il cambiamento climatico ha un’«incubazione» di decenni, per questo ce ne accorgiamo troppo tardi. I suoi sintomi – specie che si estinguono, oceani che si acidificano – appaiono fuori dal nostro campo visivo. Proprio come Wuhan, all’inizio.

Somiglianza numero 2: tutti possiamo contagiare e inquinare. Ma anche no. «Il filosofo tedesco Martin Heidegger descrisse una volta la globalizzazione come “l’abolozione della distanza”. Oggi sappiamo perché». In meno di due mesi, un virus si è diffuso da una città cinese a 187 paesi. Lo stesso vale per il mondo: in un pianeta con una sola atmosfera, il concetto di “qui” e “là” sfuma: «La bistecca che mangiamo “qui” minaccia il raccolto di un contadino “là”. L’aereo che qualcuno prende “là” alza il livello dell’acqua “qui”». Come una pandemia, ma a diffusione lenta. E il parallelo vale anche per la cura. Ognuno di noi è una parte della soluzione, piccola ma fondamentale. «Ogni individuo che resta a casa ha un effetto enorme sull’eventuale diffusione del virus», e lo stesso vale per il clima: ogni riduzione dell’impatto ambientale di una sola persona, una sola organizzazione, un solo paese, è piccola ma fondamentale. Contribuisce a vincere la dipendenza dai combustibili fossili. «Anche la sostenibilità è una forma di immunità di gregge».

Somiglianza numero 3: il problema colpisce tutti, ma non nello stesso modo. Il virus sa anche discriminare. Colpisce preferibilmente gruppi ben determinati: anziani, persone di colore, migranti, adulti con istruzione scarsa, persone indebitate, persone con reddito basso, disoccupati, persone senza assistenza sanitaria. Vale anche per il clima. Il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile della metà delle emissioni di anidride carbonica attraverso i consumi; il 50% più povero è responsabile solo del 10% delle emissioni, ma è quello che ne patisce di più. Gli scienziati parlano di ineguaglianza climatica e il concetto si può ampliare in ineguaglianza virologica. Il distanziamento sicuro, per esempio, non è per tutti, perché non tutti «possono permettersi di ritirarsi nell’individualismo». Magari per campare sono costretti a mischiarsi agli altri e a correre più rischi. Lo stesso vale per i paesi poveri, cui non è semplice chiedere di stoppare all’improvviso lo sviluppo per motivi ambientali, mentre noi ricchi ora possiamo goderci il nostro e convertirci molto più serenamente all’ecologismo.

Gianluca Mercuri

Somiglianza numero 4: la soluzione deve essere su scala globale. Wijnberg avverte che anche i negazionisti climatici fano un parallelo col virus: «Milioni di persone che perdono il lavoro, ristoranti che chiudono, nessuno che viaggia. Ecco dove vuole portarci la mafia del climate change!». Ma nessuno chiede di combattere l’emergenza climatica con le stesse misure con cui combattiamo il virus. «Una società sostenibile non è un bunker pandemico. L’analogia è che il cambiamento necessario investe ogni aspetto della vita sociale». E dunque: «Continuare a vedere la Terra come una risorsa infinita e il cielo come un cestino dell’immondizia, allo scopo di gonfiare artificialmente i conti trimestrali, con i Ceo seduti in uffici a prova di realtà a contare i loro bonus e a chiedere salvataggi a carico dei contribuenti ma rifiutando di pagare le tasse: no, questa è la “normalità” a cui semplicemente non possiamo permetterci di tornare». Ma perché troviamo molto più difficile passare alla green economy che accettare tutti i cambiamenti sconvolgenti che abbiamo subìto con il virus? Perché le terapie intensive strapiene non sono adatte al negazionismo. Ma così il virus ci ha dimostrato che per proteggerci siamo capaci di cambiamenti enormi e veloci. «E quindi è il momento di risolvere non una crisi ma due», per esempio usando bene i fondi europei. Obiettivo: «In 30 anni, l’ordine mondiale basato sui combustibili fossili deve essere trasformato in una economia zero-carbon». (Ergo, niente fondi a industrie che non si adeguano all’obiettivo). «Perché non provarci? Prima che in terapia intensiva ci finisca Madre Terra».

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