È tempo di diritti

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È sempre più diffusa la sensazione che le nostre libertà democratiche siano minacciate. Si percepisce, se ne parla; più o meno confusamente; quel che è certo è che la sensazione che i diritti stiano diminuendo, e in alcuni casi – com’è accaduto in questi giorni di lockdown – stiano venendo del tutto meno.

Quel che è peggio è che non riusciamo a far nulla per difenderli. La cosa ci viene inoltre presentata come inevitabile, se non addirittura come fatta nel comune interesse.

Dovremmo capirne di più, approfondire, fare chiarezza; e se la cosa non ci convince dovremmo muoverci.

I diritti vanno difesi, esercitati e rivendicati.

Parlare di diritti, ci porta necessariamente a parlare di giustizia. Un argomento in crisi; che sconcerta, divide, preoccupa. Partiamo quindi per il momento, a mente delle recenti novità legislative introdotte, da un argomento più facile, che non dovrebbe creare ulteriore divisione: la tutela collettiva dei diritti e le class action.

Senza però rinunciare ad affrontare più in là il tema della giustizia in senso proprio, punctum dolens e centrale del sistema.

Passando alla tutela collettiva il primo pensiero va naturalmente a quella dei consumatori. E per parlare di questo vale muovere dal cambiamento che nel tempo ha subito la parola “economia”, la cui etimologia fonda sulle parole greche οἶκος (oikos), “casa” o “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”; ma che ha subìto una profonda trasformazione, tradendo il suo significato originario; la funzione sociale di mettere a profitto le risorse disponibili (i beni e i servizi, limitati o finiti che fossero) al fine di soddisfare i bisogni e gli interessi convergenti dei singoli e delle comunità.

L’economia si è nel tempo suddivisa in economia di “mercato”, della “valuta” e della “finanza”. Mercato, valuta e finanza che a loro volta gradualmente hanno preso il sopravvento facendo venire totalmente meno la funzione sociale dell’economia, e, in un crescendo rossiniano, l’hanno asservita all’unica regola del profitto. Il profitto a sua volta ha preso il controllo dell’intera società civile; e l’economia, da mezzo o strumento che era, è divenuta fine a sé stessa. La sua ragion d’essere non è più il benessere dei singoli e delle collettività, ma la propria crescita smisurata. Non deve più perseguire il bene dei singoli e della collettività, ma solo il guadagno.

Ai giorni nostri protagoniste primarie della scena economica mondiale sono le “multinazionali”; entità economiche indipendenti, sovranazionali, cresciute a dismisura e moltiplicatesi, con bilanci spesso superiori a quelli degli stati in cui sono domiciliate; e che hanno finito con il prendere il sopravvento su questi, arrivando a mettere in crisi i valori fondanti della società civile, quali la libertà, la solidarietà e la democrazia, che gli stati non riescono a garantire del tutto.

Le armi in difesa dei diritti appaiono oggi spuntate, insufficienti, giacché l’unica legge che prevale è quella del mercato così detto “libero”. Una parola che si richiama falsamente alla libertà, ma non nulla a che vedere con essa; “libero mercato” in realtà vuol dire solo mercato incontrollato e incontrollabile. La globalizzazione ha fatto il resto. Il mercato da “libero” è divenuto “globale”. E Il fenomeno è divenuto viral.

In questo contesto il cittadino si sente deprivato di un suo diritto; avverte la necessità di una tutela collettiva, ma non riesce ad averla, né a far sentire la propria voce.

Eppure, sa che il consumo è il motore di tutto il sistema e che in questo contesto lui ha un ruolo fondamentale. I consumatori sono al contempo gli artefici e le vittime del mercato. Sanno di essere il volano che muove l’economia, ma non hanno alcuna voce in capitolo. E come loro non ne hanno nemmeno le istituzioni che dovrebbero rappresentarli, proteggerli.

I partiti, anche quando si chiamano movimenti, hanno perso forza propulsiva; i parlamenti, la loro efficacia; i sindacati e le associazioni di categoria, nello specifico, mettono i diritti dei consumatori in secondo piano rispetto a quelli dei lavoratori; vivono una sorta di conflitto di interesse.

Sono consapevoli che le imprese per andare incontro alle istanze dei lavoratori devono disporre di profitti; e loro, per difendere i diritti dei lavoratori, quando trattano con le imprese, sono portati a tutelare i propri iscritti più in quanto lavoratori che in quanto consumatori.

I consumatori sono quindi alla perenne ricerca di entità che possano realmente rappresentarli.

Le “agenzie” statali, cui in molti paesi – inclusa l’Italia – è stato attribuito il compito di contenere lo strapotere delle multinazionali in alcuni settori, hanno ottenuto scarsi successi.

Le associazioni, di origine sindacale o indipendenti che siano, tutte, sono deboli; costrette a mediare tra interessi, spesso non convergenti se non contrastanti, non riescono a soddisfare la domanda di tutela collettiva richiesta dai cittadini in generale e dai consumatori in particolare.

Non riescono a far convergere i cittadini in realtà capaci di rispondere alle loro esigenze. E il numero dei tesserati alle associazioni di consumatori, malgrado ve ne sia bisogno, è in forte decrescita.

La causa è triplice; risiede, sia, nella diversità non convergente degli interessi delle parti interessate, siano esse partiti, sindacati, associazioni o singoli consumatori; sia, nella debole attività svolta; sia, negli scarsi risultati ottenuti.

Il consumatore in quanto tale, specie se non è un lavoratore dipendente, o peggio non lo è più, o se è un precario, o un “autonomo”, lavoratore o professionista , non si sente sufficientemente difeso né rappresentato specie per quanto concerne la tutela al consumo.

La poca fiducia degli iscritti al sindacato nelle associazioni dei consumatori di origine sindacale rischia di riflettersi negativamente sul sindacato stesso; c’è il serio pericolo che il distacco tra il consumatore-lavoratore e le associazioni sindacali dei consumatori provochi una disaffezione del lavoratore anche nei confronti del sindacato.

Negli ultimi anni le moderne democrazie hanno dovuto convivere con la rabbia degli esclusi (tra i quali i consumatori di oggi, precari o disoccupati, e le microimprese, alle quali – è bene ricordarlo – si applica la disciplina della tutela dei consumatori contro le pratiche vessatorie) e l’arroganza delle multinazionali che per difendere il proprio strapotere (che chiamano vantaggio competitivo) pongono in essere molteplici condotte vessatorie.

La disparità dei mezzi a disposizione tra l’una e l’altra parte è notoriamente enorme. Le multinazionali sono in grado di “mettere a budget” risorse smisurate in confronto alle quali le risposte delle associazioni dei consumatori non sono altro che sparute rappresaglie; che allo stato difficilmente si tramutano in efficaci azioni collettive. La loro forza può essere solo il numero, l’organizzazione e la risposta. Partendo da singole, anche piccole, azioni in difesa del consumatore, purché concrete.

Ma il punto nodale del problema sta nel fatto che i consumatori, come un tempo i lavoratori, non solo non sanno unirsi e non sono consapevoli della propria forza, ma pur sapendo che la forza delle loro controparti risiede proprio il loro stessi, non riescono a mettere a frutto la loro potenzialità.

Una inferiorità che può essere superata solo partendo da singole specifiche azioni, volte, da un lato, a far comprendere al consumatore che la propria doglianza, se legittima, può trovare soddisfazione, e che in tal caso gioverà non solo a lui, ma aiuterà a dar forza agli altri soggetti danneggiati dalla medesima condotta della controparte; dall’altro, a costruire una realtà in grado di avere un dialogo autorevole e paritario con le imprese controparti grazie all’impatto che la notizia di ogni azione collettiva produce sull’opinione pubblica e che rappresenta un enorme rischio imprenditoriale, commerciale e di immagine per qualsivoglia impresa.

Eppure, il momento è propizio. La riforma del terzo settore è avviata e l’entrata in vigore della nuova tutela collettiva è alle porte. Le realtà associative dovranno decidere se ritenere che tale domanda di tutela collettiva non sussista o se proiettarsi da protagonista in un settore nuovo cui si incominciano ad affacciare altri competitor, che non saranno più le sole associazioni dei consumatori, ma anche le altre associazioni o organizzazioni richiamate all’art. 840 bis c.p.c..

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