Un paese unito, una politica divisa

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Le responsabilità comuni non stanno producendo uno sforzo corale

Quella che abbiamo vissuto in questi mesi è stata una tragedia nazionale, una frattura esistenziale che segna un prima e un dopo. Il Paese che abbiamo conosciuto non potrà più essere lo stesso e questo anche se la narrazione quotidiana ci rimanda il solito caotico procedere di sempre. Spesso, di fronte all’ineluttabile, a ciò che non possiamo modificare ci affidiamo alla retorica, alla parola. Nell’imminenza della sciagura un corollario inevitabile e comprensibile, quando le parole possono recare conforto o alleviare la pena. Fuori da questo ambito, tutto diviene invece stucchevole, ripetitivo ed inutile. Più le parole sono altisonanti, minore è il loro impatto sulle menti, sui cuori, sul tessuto sociale. Quello di cui avremmo bisogno tutti (in tutto il mondo) non sono proclami, certezze apodittiche, ma semplici parole e soprattutto parole semplici.
Le conseguenze di questa tragedia non ci appaiono ancora del tutto chiare soprattutto perché ancora è poca la distanza, ancora presente il virus e il suo potenziale non soltanto epidemico ma immaginario. In poche settimane, abbiamo perso decine di migliaia di persone, donne e uomini e soprattutto con la maggioranza di loro una sorta di ancoraggio a quelli che eravamo prima. Molte nonne, molti nonni, molti vecchi zii e zie, lontani cugini, non ci sono più e il vuoto che lasciano e la sofferenza per un addio senza vicinanza, rappresentano una ferita che il tempo attenuerà ma non potrà certamente cancellare né guarire. Dovremo convivere, in un tempo a suo modo di pace e di relativa tranquillità, con questo vuoto interiore. Ecco perché la retorica non dovrebbe aver luogo e non dovrebbe servire a rimarcare separatezza e distanza. Per farci capire cosa non fare c’è proprio quel vuoto, quella distanza incolmabile!
Una premessa fatta di emozione e di comprensione, per scendere poi nel nostro consueto tentativo di capire che cosa succede nella nostra quotidianità politica, economica, sociale.
Non è facile capire che cosa pensino gli italiani del momento che viviamo, anche se basta soffermarsi sugli avvenimenti che ci circondano per provare a decrittare. Siamo ancora in qualche modo offuscati, circondati da un’atmosfera di relativo scampato pericolo e la visuale è ancora confusa. Tuttavia la prima sensazione è che la nostra politica sia giunta al limitare di una vera e propria ultima spiaggia. L’impressione di un distacco incolmabile tra i reggitori della cosa pubblica e il popolo italiano palpabile anche se proprio il popolo italiano ha dato prova encomiabile di unità nazionale, di un comune sentire profondo. E tanto più è evidente questo, tanto più si manifesta l’inadeguatezza di leader e capipopolo che ritengono si possa cavalcare ora questo ora quello di tema, immaginando se stessi nel dopo come elementi di riferimento futuro per gli italiani. Traveggole, insipienza, arroganza che si manifestano più forti nella stagione dei cittadini, dell’uno vale uno, dell’incompetenza eletta a simbolo consapevole e compiaciuto di sé.
Se c’è una speranza, in tanta complessità è che gli italiani, una volta chiamati al voto si sveglino dal torpore e sappiano indicare chiaramente che cosa vogliono per il proprio paese. Le responsabilità di quel dopo sono nazionali, di tutti. L’Italia non deve riprendersi perché arrivano i soldi dall’Europa (ricordiamo il film arrivano i dollari con il grande Alberto Sordi) ma perché come italiani dobbiamo volere che il nostro paese dimostri al mondo che le nostre capacità sono intatte, che sappiamo risollevare le sorti nazionali, come nel dopoguerra. Superando però ed eliminando tutte quelle sacche di arretratezza, limitatezza, meschinità che ci vengono sovente rovesciate addosso come facili definizioni. Dobbiamo saper recuperare lo sviluppo, riavviare l’economia, far fronte alle nostre responsabilità internazionali, a quel debito pubblico che ci rende invisi a quei paesi “frugali” o rigoristi spesso soprattutto a parole e nell’immaginario.
Una svolta epocale ci attende. Che a determinarla non sia stato il passaggio del millennio, ma un invisibile nemico, poco importa. Non è il momento di inventare formule, ma di agire in concreto. Non è il momento di vagheggiare rivoluzioni ma di comportarsi da cittadini maturi di un paese democratico e che tale vogliamo rimanga. Non è il momento di battere le casseruole dietro ad improbabili agitatori dai colori sgargianti, macinando slogan vuoti ed inutili. La maggioranza degli italiani è riuscita anche nel lockdown ad irrobustire la propensione al risparmio che ci differenzia da molti altri popoli e questo già indica una possibile strada, non stiamo sperperando la ridotta ricchezza di cui disponiamo. Facciamone un volano per riavviare il sistema senza che nessuno rimanga indietro. Opere pubbliche, manutenzioni, innovazioni, razionalizzazioni, sono tutte opportunità da cogliere senza attardarsi in giri di walzer come quelli ai quali la politica continua ad abituarci.
L’assenza di veri leader è ormai endemica, e forse non è neppure il peggiore dei mali. Tuttavia occorre che senza slogan, senza ritardi, con efficienza si metta mano a ciò che serve per rimetterci in piedi. Uno scossone è necessario sia per chi oggi governa sia per chi oggi è all’opposizione. Nessuno ha la ricetta vincente o la bacchetta magica. Ma la vicenda del nuovo ponte di Genova ci dimostra che qualche soluzione innovativa è possibile. Non dobbiamo perdere l’opportunità che questo sistema rappresenta. Tra qualche settimana sul nuovo manufatto passeranno di nuovo veicoli, l’arteria tornerà a connettere nord e sud e salderà una frattura dolorosa. Due anni di lavoro senza sosta a confronto di decenni di progettazione del passato per troppe opere bloccate. Se è stato possibile dobbiamo trarne esempio. Un punto di partenza, per un dopo migliore che proprio in quel luogo a

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