Se il governo rimanda l’Italia… a settembre

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Scontro Pd-M5s sul Mes, convulsioni pentastellate, opposizioni al bivio

Ce la fa, ce la fa!!!! Non ce la fa …. non ce la fa ….. non ce la può fare…..!!!! Era un vecchio adagio del conduttore di una trasmissione satirica ancora oggi sulla breccia. E consisteva nel descrivere la condizione di chi, pur pieno di buona volontà, non riesce a concludere il proprio impegno e generi quindi una sorta di scoraggiamento oggettivo. Mai fotografia fu più calzante su quanto accade al governo e tra i ministeri, tra le forze politiche di maggioranza, dove il vero atteggiamento sembrerebbe, rovesciato, quello del detto latino “festina lente” ovvero accelera con moderazione, da intendere invece come “rallenta velocemente”.

La questione cruciale è che nell’azione dell’esecutivo sino ad ora legata allo stato di emergenza si stanno chiaramente inoculando interessi che nulla hanno a che vedere con la necessità di governare al meglio la transizione al dopo pandemia, alla ripresa dell’economia e al sollievo alle difficoltà dei cittadini, ma che molto hanno a che vedere invece con gli interessi cogenti degli attori politici. La riprova è stata la decisione sull’election day nella terza decade di settembre, nella cui gestazione sono apparse in filigrana e neppure tanto nascoste tutte le tare della nostra quotidianità politica, come scontri titanici fra possibili candidati, tentativi di coalizioni improbabili, recuperi di personaggi che la storia recente aveva messo sullo sfondo. Tare che si ripropongono pari pari nella/e opposizione/i facendo risaltare le lotte intestine, i tentativi di primazia da sondaggi e via sciorinando la parte peggiore del dibattito politico.

L’appuntamento elettorale infatti, oltre ad essere un passaggio fondante della democrazia dovrebbe essere un momento di conoscenza e successiva riflessione sul sentire degli italiani, un controprova sul proprio operare e sulle scelte fatte e da fare. Non sono in sostanza elezioni solo locali, ma cartina di tornasole di come il paese vuole uscire dalla pandemia e dalla crisi economica devastante che ne è stata conseguenza diretta ma non esclusiva e che certamente ha acuito i nodi strutturali che da decenni attanagliano e trattengono la crescita nazionale.

La sensazione invece è che a livello locale si vogliano privilegiare i soliti interessi, le solite alleanze, i soliti equilibri, come se nulla fosse successo. Pensare poi che all’election day potrebbe essere espressa anche la volontà del paese sul taglio dei parlamentari, invece di indicare le soluzioni ai problemi dei territori in ossequio a narrazioni manichee che chiedono soluzioni draconiane senza riflessione e senza costrutto  ma solo per soddisfare i residui epigoni del vaffa che sono gli stessi dell’”abbiamo abolito la povertà”, ci dà la misura non soltanto colma ma evidente di come la confusione guidi decisioni e scelte. Confusione ovviamente non frutto di problemi fisici o mentali, ma artatamente mantenuta in essere per fare comunque ammuina e anche perché francamente si intuisce che nessuno sa esattamente cosa si debba fare.

Prigioniero di questa tenaglia, tra il populismo pentastellato e l’ambizione governativa tradizionale del Pd pronto anche ad alleanze con i grillini che ci volessero stare, tanto per aumentare il tasso confusionale generale, è sicuramente il premier “araba fenice” alle prese anche lui con il suo possibile futuro politico, con le convulsioni sempre più evidenti del movimento cinquestelle e con la domanda di strategia che viene dal Pd, anch’esso alla ricerca di una nuova visione nazionale pur se apparentemente intento a manifestare grande unità di intenti e di conduzione. Anche se le pressanti richieste ai pentastellati di decisioni che guardino al futuro lascia trasparire sempre più la sensazione del rischio “binario morto”, per così dire.

Altrettanto evidente è che il confronto con l’Unione Europea che nei prossimi mesi entrerà nel vivo, con ciò intendendo che cominceranno ad arrivare i soldi, una volta avviato il Recovery Fund, renderà necessaria anche una risposta chiara e conclusiva sul Mes destinato alla sanità, ovvero l’evoluzione senza condizioni del vecchio e vituperato meccanismo di stabilità economica e finanziaria più noto per il caso Grecia. Solo che si tratta di due cose diverse, antitetiche e dunque scambiare lucciole per lanterne può essere utile a mantenere la nebbia, ma impedisce l’utilizzo di risorse che sarebbero immediatamente disponibili anche se destinate in modo esclusivo al sistema sanitario. Questa esclusività cioè impedisce l’utilizzo su altri fronti.

L’inizio del semestre di presidenza del Consiglio Europeo a guida tedesca con la cancelliera Merkel al comando nella sua nuova versione più europeista e più condivisiva, ci dirà sin dalle prime decisioni quale spazio di azione si apre per i governi nazionali e tra questi quello italiano. Se le indicazioni già rilasciate dalla Merkel e sostenute in larga parte dalla presidente della Commissione Von der Leyen dovessero confermarsi con il peso che la Germania è in grado di esercitare su frugali e Visegrad, gli scenari potrebbero essere positivi anche per noi. Basta però che le scelte vengano fatte prima e non a ricasco degli avvenimenti.

Sinora l’Italia non ha ancora detto ufficialmente no al Mes e ancora non ha potuto dire ufficialmente sì al Recovery Fund in fieri. Forse sarebbe il caso di non guardare il proprio ombelico e invece spostare lo sguardo al paese nella sua interezza e nel suo pressante bisogno di chiarezza e di risorse. L’estate ritrovata, però sembra dispiegare i suoi effetti anche sulla politica spingendo a dilazionare, a temporeggiare pronti però ad accusare gli altri, sempre gli altri, per aver tanato chi non vuol decidere. Dopo il lock down sanitario assistiamo a una sorta di lock down della politica con il premier in prima persona che quale preside del paese birichino rimanda tutti …….. a settembre! Ahinoi!!!

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