A proposito di giustizialismo: un promemoria teologico

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L’odierno giustizialismo – ma potremmo parlare anche di giuridicismo – si può, forse, reputare come il colpo di coda che la modernità sta dando mentre attraversa il suo crepuscolo, dopo esser stata ipotecata per secoli dal diktat legalitario.

In epoca moderna, infatti, tutto si è legalizzato, tutto si è irreggimentato lungo dei binari giuridici. Persino la teologia, nelle sue varie branche, s’è lasciata tentare da questa inclinazione farisaica, come l’avrebbe definita Dietrich Bonhoeffer: l’ecclesiologia si è irrigidita nelle forme del diritto canonico e non a caso i vescovi e i loro vicari generali – a norma di codice, ovviamente – devono esserne esperti; la liturgia è divenuta rubricistica; la morale è divenuta casistica.

C’è stato certamente chi ha tentato di sottrarsi a questa tendenza, destinata a degenerare in deriva. Il primo a resisterle è stato Kant, col suo imperativo categorico, rivendicando l’indole autonoma e coscienziale del dovere: io “devo” per ragioni legate al mio stesso essere, non perché le leggi me lo impongono. Potrà non apparire con evidenza, ma nell’indicazione kantiana riecheggia più che altrove, anche se implicitamente, la consapevolezza – già fondata sul messaggio neotestamentario – dei teologi medievali secondo cui l’operare e il comportarsi sono consequenziali rispetto all’essere.

Darwin, in seguito, si è spostato sul versante biologico: tutto è come dev’essere, non in ossequio a delle leggi estrinseche, ma per degli intelligenti automatismi – mi si passi l’espressione un tantino ossimorica – intrinseci al mondo naturale.

La teologia ha reagito, potenziando l’enfasi sulla “legge naturale”. Ma già il gesuita francese Henri de Lubac ha intuito, nel secolo scorso, il rischio nascosto in tale insistenza sulla “natura”, connotata da un formalismo legale più che ontologico, che tradisce l’annuncio biblico della “creaturalità” e della “creatività” in forza di cui Adamo è immagine somigliante a Dio. Il Vaticano II ha opportunamente assecondato queste intuizioni col suo magistero sul sacrario della coscienza. L’ondata carismatica che ha scosso la Chiesa nel post-concilio, ha stimolato un’inventiva originale rispetto ad antiche regole e costituzioni, producendo nuovi movimenti ecclesiali e nuove comunità di vita evangelica.

Contestualmente, però, è sopraggiunto il Sessantotto, che se l’è presa con l’istanza morale e con l’esperienza religiosa, spesso identificandole, lasciando invece indenni sostanzialmente i sistemi giuridici. L’abbaglio che ne è derivato ha fatto perdere di vista alcuni punti fermi importanti, come – per esempio – il biblico “faccia a faccia”, costitutivamente iconico, perciò relazionale, tra maschio e femmina. E se oggi un papa arriva a chiedersi pubblicamente chi egli sia per giudicare, ciò dovrebbe tornare utile proprio per ricordare a tutti che il suo ministero è semplicemente – ovvero: precisamente – quello di annunciare la buona notizia biblica.

La postmodernità non sa più che farsene del Sessantotto: non per niente si registra il rigurgito di una grande tristezza esistenziale nella gente defraudata delle sue antiche “leggi” intime (quelle che incoraggiavano Antigone a insorgere contro Creonte) e gravata invece da assillanti decreti legislativi; e c’è al contempo una radicale nostalgia di sacro, una diffusa sete religiosa. Di fatto, il vero nemico contro cui la postmodernità dovrà ancora lottare è il giustizialismo, con tutte le sue convenzioni istituzionali e le sue convenienze demagogiche.

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