In medio… stat virtus?

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Accordo europeo tra incertezza e diffidenza, ma un passo avanti

Potremmo mettere la firma, sulla base delle posizioni di partenza, nel corso del confronto e oggi nel momento in cui al Senato il premier Conte riferisce sui contenuti dell’accordo raggiunto a Bruxelles tra i paesi europei sul Recovery Fund, quali saranno le posizioni, le dichiarazioni degli esponenti politici nazionali ed anche internazionali.

Non occorre essere fini analisti politici, avvezzi allo stesso gergo istituzionale per addetti ai lavori, per comprendere quello che si dipanerà davanti ai nostri occhi e nelle varie agorà reali e virtuali del paese, della società.

L’interrogativo del titolo parte proprio dall’analisi schietta delle circostanze nelle quali viviamo e che vediamo accadere. Una domanda ovviamente retorica almeno fino a smentita, che affonda le radici nell’espressione latina. Nel dizionario, il significato è, come appare chiaro «la virtù sta nel mezzo». Secondo una sentenza della scolastica medievale derivante da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, con l’espressione si esprime l’ideale greco della misura, della moderazione, dell’equilibrio: la virtù è nel mezzo, tra due estremi che sono ugualmente da evitare. È talvolta ripetuta per affermare la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi.

A questo punto torniamo alla riflessione iniziale. Il dibattito politico nazionale sul tema ci presenta da tempo un quadro variegato tanto quanto lo sono le condizioni di ogni forza politica. L’intervento europeo che vede l’Italia in prima posizione per 209 miliardi di sussidi e prestiti, viene considerato positivo dal premier, dal Pd e da parte dei grillini dilaniati per molteplici ragioni, e visto con attenzione positiva da Forza Italia. Contrari i pentastellati più irriducibili, la Lega e Fratelli d’Italia seppure con qualche apertura timida.

Nei suoi interventi il premier sottolinea il valore storico dell’intesa raggiunta, il fatto che il nostro paese abbia avuto un aiuto importante, che il Mes sia stato per ora accantonato, e si prepara a intascare il dividendo politico anche in termini nazionali nelle prossime vicende elettorali nostrane. Una posizione legittima di soddisfazione che sarebbe illogico nascondere, anche se i fondi arriveranno soltanto nel primo semestre del 2021, mentre la prossima legge finanziaria che non sarà una passeggiata, è molto più immanente. Con una ripresa al contagocce, con decine di decreti in attesa di regolamenti attuativi a centinaia, è arduo essere ottimisti. Il gallone del risultato è innegabile, il dispiegarsi degli effetti molto meno.

Per la maggioranza giallorossa in crisi di identità, il collante europeo potrebbe funzionare per Pd e altri di sinistra e centrosinistra, un po’ meno per i 5 stelle alle prese con ben altro. La parte governativa ostenta soddisfazione, la pancia è attraversata da malumori e distinguo, soprattutto per il peso che i prestiti avranno sui prossimi decenni della vita nazionale.

In posizione eccentrica rispetto al centrodestra euroscettico, il partito dell’ex cavaliere mostra invece un senso delle istituzioni marcato e pur non accettando illazioni su possibili intese di maggioranza, non smette di sottolineare che il risultato del vertice europeo rappresenta un importante passo per gli aiuti dei quali l’economia e la società italiane hanno spasmodico bisogno.

In posizione critica e malvolentieri, il partito della Meloni, critica la sudditanza del governo alle indicazioni dell’Unione Europea, ma ritiene anche estremamente utile il sostegno che arriverà alle esauste casse dello stato alle prese con la crisi endemica di un paese mai uscito dal guado e al quale l’emergenza pandemica ha assestato un durissimo colpo. Bicchiere dunque mezzo vuoto e mezzo pieno.

In assoluto più radicale, populista ed euroscettica, la posizione della Lega il cui leader Salvini neppure guarda ai valori positivi di quanto accaduto ma continua la sua battaglia contro la moneta unica e l’appartenenza stessa dell’Italia alla Ue, annunciando “una fregatura grande come una casa” per gli italiani dopo l’intesa di Bruxelles. La campagna elettorale sarà allora all’insegna della demolizione dell’accordo, della critica feroce, pensando al dividendo elettorale dello scontento crescente nel paese. Dimenticando però che il debito cresciuto anche nel governo gialloverde e ora alle stelle per la pandemia, indicherebbe una strada dialettica e non di scontro frontale, soprattutto nel caso malaugurato per lui che i risultati fossero positivi al di là di critiche e aspettative. La tattica è importante, ma senza strategia non si va da nessuna parte. E se la strategia è solo spaccare tutto, non si fa molta strada ma si solletica soltanto la pancia meno nobile del paese.

Da questo affresco a tinte in chiaroscuro della nostra realtà, si sostanzia allora l’interrogativo retorico di partenza. Il detto latino, la saggezza greca, facevano riferimento a posizioni anche contrarie ma chiare dove la misura si trovava con relativo impegno. La tavolozza irrazionale che il nostro paese mantiene come immagine pittorica, una vera e propria maionese impazzita, rendono arduo ai limiti delle possibilità umane, identificare quella misura media che dovrebbe garantire tutti frutto di ponderazione e di equilibrio.

Ecco allora che di fronte a tutto questo appare meno retorica e più realistica la domanda. Se in medio stat virtus, quale è il medio nello scenario politico nazionale?

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