Qual’è la vera emergenza

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La confusione istituzionale rischia di diventare il vero problema del Paese

Leggendo le cronache quotidiane della politica, le notizie economiche di questi giorni, la sensazione che più accompagna chi ha  una visione disillusa ma partecipe del destino comune del paese, è che non sia del tutto chiara e a tutti gli attori, quale sia la vera emergenza nazionale.

A seconda dell’angolo visuale, dell’appartenenza politica per così dire, la stessa realtà viene interpretata e su di essa pronunciate e annunciate scelte diverse se non difformi, facendo nascere più di qualche perplessità sul che cosa si sta facendo, di cosa si sta parlando e via dicendo.

Le posizioni sono talmente distanti e discordi su alcuni punti da dubitare che si stia parlando della stessa cosa. Cominciamo dal termine più immediato: emergenza!

Dalle prime avvisaglie della pandemia a gennaio sino alla dichiarazione del lockdown, il governo ha assunto decisioni che hanno inciso pesantemente sulla libertà dei cittadini e sul normale esercizio, altrimenti banale, dei diritti a cui tutti fanno riferimento. Diritti di movimento, di libertà di scelta, di atti quotidiani una volta pacifici. La motivazione di difesa della salute è stata quella fondante e con essa, insieme alle misure di protezione civile, la nostra vita si è modificata in profondità e pur se la voglia di normalità fa sempre capolino, molti dei nostri comportamenti potrebbero essere cambiati per sempre, anche quando potremo usufruire nel mondo di nuovi strumenti contro il virus efficaci e tranquillizzanti.

Non sfugge ad alcuno che attraverso una decretazione di urgenza e in un quadro di protezione civile, per via amministrativa si siano prese decisioni incidenti sui diritti costituzionali. La reazione composta e corretta degli italiani ha mostrato lo stato di salute del senso civico e della nostra convivenza (sempre al netto di qualche eccesso per fortuna limitato) e tuttavia giunti al sesto mese di questo status qualche domanda andrebbe posta. Soprattutto per la evidente riluttanza del governo e del premier a dare al Parlamento il ruolo che spetta in una democrazia compiuta quale quella della quale riteniamo di essere protagonisti e cittadini, a chi rappresenta al più alto grado (insieme al presidente della Repubblica) la sovranità popolare.

Non si tratta di una petizione di principio, ma della consapevolezza quale cittadini che è nostro dovere, oltreché diritto, partecipare alle scelte e alle decisioni, anche quelle che impattano sulla nostra libertà personale e che ogni giorno perso in questa direzione e un evidente vulnus al sistema che tutti si affannano a difendere.

Un atto di resipiscenza di chi guida la nazione sarebbe auspicabile, anche nelle parole, anche negli atteggiamenti di fronte alle critiche. Il senso di sufficienza sembra essere invece la chiave di volta. Così si risponde in Parlamento con quasi fastidio e si alzano veli di retorica per difendere ciò che appare indifendibile: la compressione della nostra libertà è nei fatti, la proroga annunciata sino al 15 ottobre dello stato di emergenza, ne è la sanzione ufficiale. Riconoscere questo sarebbe il segno della consapevolezza del ruolo di guida di un paese democratico. Attendiamo di vederlo, ma non in modo notarile, quanto invece in modo partecipato, convinto, consapevole. Speriamo di non rispolverare la famosa piece teatrale Aspettando Godot!

Una simile evoluzione sarebbe anche importante per non creare condizioni di instabilità politica, oltre quella sociale che viviamo, dando alimento alle posizioni di contrasto che le opposizioni conducono a proprio vantaggio, ma che – ed è bene non dimenticarlo mai – manifestano il sentire comune, quello di chi lavora, andrà a scuola e così via. Un sentire comune che non ha colori politici al di fuori delle conventicole di gruppo e che va quindi rispettato e non banalizzato solo per contrasto politico. Ai dirigenti più responsabili delle opposizioni esercitare al meglio questo onere di rappresentanza senza far trasparire la sola volontà di far saltare il banco.

Per tutti, Governo, maggioranza, opposizione è il momento della chiarezza, della responsabilità che si ha onere ed onore di rappresentare. Solo così le limitazioni, le misure di contenimento, le nostre libertà costrette, avranno un senso superiore alla sterile e abusata battaglia politica quotidiana. E qui traspare nelle affermazioni stentoree, nelle certezze apodittiche, di chi governa e di chi si trova sul lato opposto, la mancanza complessiva del senso delle istituzioni. Una distanza che è sintomo del limite culturale e politico in senso alto ed istituzionale che contraddistingue questo tempo, la visione di piccolo cabotaggio, la carenza di una visione strategica per il paese che sola può farci uscire dalle secche e alla quale non bastano i miliardi che il prossimo anno, provenienti dalle istituzioni europee  inonderanno le nostre casse! Ecco, allora, qual è la vera emergenza italiana, quella che traspare sempre più evidente. Ed è una emergenza strutturale, quella di un paese nel quale nessuna riforma è stata mai portata a termine, nessun stortura è stata raddrizzata, ma si è solo assistito ad una mediazione senza fine tra potentati di ogni risma, fino ad arrivare al completo impoverimento di una comunità operosa e capace di miracoli se solo messa in condizione di farli. Questa la speranza, unica, che ci resta. Forse!

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